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Industria e servizi: dinamiche di fatturato a settembre 2025

Secondo i dati Istat a settembre 2025 tornano a crescere su base mensile l’indice destagionalizzato del fatturato dell’industria e dei servizi, sia in valore sia in volume.
Per l’industria la dinamica congiunturale positiva è più marcata nella componente estera, mentre per i servizi gli incrementi maggiori interessano il commercio all’ingrosso.

Complessivamente, nel terzo trimestre dell’anno si osserva una lieve crescita congiunturale in entrambi i comparti. Anche in termini tendenziali, e al netto degli effetti di calendario, nei due macrosettori prevalgono segnali positivi in valore e in volume.
In questo caso, gli aumenti più significativi si registrano nei beni strumentali per l’industria e nei servizi di informazione e comunicazione e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche per i servizi.

Aumenti congiunturali in valore e in volume

Nel dettaglio, a settembre 2025 l’ISTAT stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti in termini congiunturali del 2,1% in valore e del 3,0% in volume, registrando dinamiche positive sia sul mercato interno (+1,5% in valore e +2,7% in volume) sia su quello estero (+3,1% e +3,4% rispettivamente in valore e in volume).

Per il settore dei servizi si stima una crescita congiunturale dell’1,8% in valore e dell’1,6% in volume, con incrementi sia nel commercio all’ingrosso (+2,1% in valore e in volume) sia negli altri servizi (+1,4% in valore e +1,5% in volume).

Segno meno solo per l’energia

Gli indici destagionalizzati del fatturato in valore, riferiti ai raggruppamenti principali di industrie, a settembre registrano una diminuzione congiunturale per la sola energia (-5,3%), mentre si rilevano aumenti per i beni strumentali (+5,3%), per quelli intermedi (+2,0%) e per i beni di consumo (+0,6%).

Nel terzo trimestre 2025 il fatturato dell’industria, in termini congiunturali e al netto dei fattori stagionali, è in leggera crescita in valore ed in volume (+0,5%). Nello stesso arco temporale, per i servizi, si registra un aumento dello 0,4% in valore e dello 0,1% in volume.
A settembre 2025, il fatturato dell’industria, corretto per gli effetti di calendario, registra un aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente in valore (+3,4%) e in volume (+3,5%).

Incremento più contenuto per il mercato estero

Per l’industria si rileva poi una crescita marcata sul mercato interno (+4,3% in valore e +4,5% in volume) e un incremento più contenuto su quello estero (+1,6% in valore e +2,0% in volume).
Per il settore dei servizi, al netto degli effetti di calendario, si registra un aumento tendenziale del 4,3% in valore e del 3,7% in volume, con una crescita sia nel commercio all’ingrosso (+3,4% in valore e +3,0% in volume), sia negli altri servizi (+5,3% in valore e +3,7% in volume).

Nel mese di settembre 2025 i giorni lavorativi di calendario sono stati 22 contro i 21 di settembre 2024. Gli indici corretti per gli effetti di calendario del fatturato in valore riferiti ai raggruppamenti principali di industrie registrano, su base annua, aumenti in tutti i settori. Il più marcato riguarda i beni strumentali (+7,2%).

Natale: milioni di italiani hanno già fatto shopping (e qualcuno si è affidato ai prestiti)

Quest’anno molti italiani non hanno aspettato l’8 dicembre per lanciarsi nella caccia ai regali. Secondo l’indagine condotta da mUp Research per Facile.it, oltre 6 milioni di persone hanno già concluso parte dello shopping natalizio. Un dato che non stupisce: tra inflazione, offerte lampo e il desiderio di evitare corse dell’ultimo minuto, anticipare le spese sembra ormai una piccola strategia di sopravvivenza.

Curioso però notare che circa un italiano su dieci, tra coloro che hanno già acquistato i doni, ha fatto ricorso a un prestito per coprire le spese. Non una cifra enorme, ma sufficiente a fotografare un clima economico in cui il Natale continua a essere un appuntamento importante… e talvolta impegnativo.

Contanti, app e rate: come pagano gli italiani

Nonostante il proliferare dei pagamenti digitali, il contante resiste. Circa 3 milioni di consumatori (il 47% del campione) hanno utilizzato banconote e monete per acquistare i primi regali. Accanto a loro cresce però chi si affida alle app di pagamento: il 20% ha scelto strumenti digitali rapidi e ormai entrati nella quotidianità.

E poi ci sono le nuove formule “compri subito, paghi a rate senza interessi” – il buy now pay later – usate da quasi l’8% degli intervistati. Una soluzione comoda per molti, anche se non sempre priva di rischi se la si utilizza con leggerezza.
A ricorrere invece al credito al consumo è stato il 12% del campione, pari a circa 800mila persone. Parliamo di finanziamenti veri e propri, richiesti per affrontare in tranquillità le spese di dicembre.

Quanti regali faremo?

La ricerca rivela che, in media, gli italiani prevedono di comprare sette regali. Un numero che rimane stabile per la maggior parte delle famiglie, ma che per quasi 5 milioni di persone rappresenta un aumento rispetto allo scorso anno. Le donne, da tradizione o da missione, ne metteranno sotto l’albero circa il 20% in più rispetto agli uomini. E il Centro Italia si conferma l’area più generosa.

Non mancano i veri “maratoneti del pacchetto”: circa 800mila italiani dichiarano di voler acquistare oltre 20 doni.

Risparmiare anticipando gli acquisti 

Quasi la metà degli intervistati afferma di anticipare gli acquisti per sfruttare promozioni e offerte. Una scelta pratica, spiegano gli esperti di Facile.it, perché aiuta a distribuire le spese su più mesi ed evita di concentrare tutto a dicembre, quando arriva il classico picco di uscite.

Non tutti però possono permetterselo: circa 5,5 milioni di italiani aspettano la tredicesima per far partire lo shopping, un’abitudine particolarmente diffusa tra gli over 65.
E, a quanto pare, l’anticipo non riguarda solo i regali: più di 5 milioni di persone hanno già iniziato a fare scorta anche di prodotti alimentari per le feste. Del resto, chi ben comincia…

Condomìni: l’amicizia con i vicini porta benefici economici

Lo ha scoperto un’indagine che Facile.it ha commissionato all’istituto di ricerca EMG Different: non è vero che gli italiani non conoscono i vicini di casa, o peggio, che spesso hanno rapporti conflittuali. La fotografia emersa dall’indagine è ben diversa.

Quasi 6 italiani su 10 fra coloro che vivono in un in un contesto abitativo multifamiliare dichiarano di avere un rapporto civile e cordiale con il vicinato, instaurando un rapporto di condivisione che ha portato a benefici concreti. In alcuni casi, anche economici.

Oltre 560 milioni di euro risparmiati

Tanto è vero che grazie all’economia di condomino negli ultimi 12 mesi si è arrivati a risparmiare, in totale, più di 560 milioni di euro.

In particolare, le azioni di condivisione o aiuto vanno dal baby-sitting alla condivisione della linea internet, dall’aiuto nelle pulizie domestiche ai piccoli lavori di bricolage. Ma anche dog-sitting, ricezione pacchi, sorveglianza durante l’assenza e cura delle piante.
Tra chi lo ha fatto, il 94% dichiara di averne tratto un risparmio economico. E se per alcuni è difficile dare una misura di questo risparmio, circa 2 milioni di individui sono riusciti a quantificarlo, in media, in 269 euro. 

Non è sempre tutto rose e fiori…

Il campione di residenti nel Nord Ovest ha risparmiato 313 euro, che salgono a 388 euro nei condomìni composti da un numero di famiglie compreso fra 6 e 10, e addirittura 392 euro nella fascia anagrafica 35 – 54 anni.

Tutto rose e fiori quindi? Chiaramente no.
Infatti, se circa 9 milioni di italiani parlano di un vero e proprio rapporto di amicizia con i vicini (in media sono 3 quelli con i quali hanno un legame stretto) poco più di 1,1 milioni dichiarano di avere un rapporto teso, se non apertamente conflittuale.
Inoltre, nel corso dell’ultimo anno il 18% degli intervistati ha dovuto discutere con qualcuno dei propri vicini.

Quali sono i motivi principali degli scontri?

A portare allo scontro sono stati soprattutto i rumori molesti (35%), la gestione dei posti auto condominiali (21%, ma fino al 30% se si guarda al solo sotto campione maschile) e l’utilizzo non autorizzato delle aree comuni del condominio (21%).

Sempre secondo l’indagine, fanno discutere anche la gestione dell’immondizia, lo scuotere tovaglie o il far sgocciolare i panni stesi sulla altrui proprietà. Pochissime le liti, per fortuna, causate dai bambini piccoli, appena l’8%.

Cybersecurity: sfide quotidiane ed errate convinzioni delle PMI

Secondo l’ultimo report di Kaspersky, ‘Real Talk on Cybersecuity: cosa preoccupa, cosa manca e cosa è davvero utile?’, la maggior parte dei decision-maker che si occupano di cybersecurity non è adeguatamente preparata a proteggere la propria azienda.

Da gennaio ad aprile 2025 l’Italia ha registrato il 25% del totale di attacchi informatici effettuati in Europa. Software potenzialmente indesiderati (PUA) e malware che imitano brand legittimi hanno preso di mira in particolare le Pmi. Ma in Italia il 68% delle Pmi segue una strategia solida più nella teoria che nella pratica, o si limita a raggiungere solo alcuni obiettivi.
Inoltre, molte ammettono carenze anche nelle conoscenze base di cybersecurity.

Solo il 25% dispone di una strategia completa ed efficace

Sempre in Italia, il 32% dei responsabili IT intervistati da Kaspersky dichiara che dovrebbe comprendere meglio come rispondere e risolvere gli incidenti informatici. Solo il 25% ha implementato una strategia di sicurezza informatica completa, mentre il 38% l’ha solo pianificata e il 30% si sta impegnando per raggiungere una serie di obiettivi piuttosto che perseguire una strategia vera e propria.

Questi risultati evidenziano la diffusa discrepanza tra lo sviluppo della strategia e l’implementazione operativa. Un divario che probabilmente si traduce in debolezze strutturali nelle operazioni quotidiane di sicurezza informatica delle Pmi. La mancanza di strategie e competenze impedisce infatti di garantire una protezione reale e rende le aziende vulnerabili. 

Fiducia e conoscenze scarseggiano tra i responsabili IT

La mancanza di strategie concrete diventa ancora più evidente se si considera la scarsa fiducia dei leader aziendali nelle proprie conoscenze e negli strumenti di cybersecurity.

Ad esempio, il 32% delle Pmi italiane vorrebbe comprendere meglio come ottimizzare le proprie capacità di risposta e risoluzione in caso di incidente informatico. E circa un terzo (27%) vorrebbe sapere se la propria protezione endpoint è sufficientemente solida per gestire le minacce odierne.
Considerando che il 25% degli intervistati dubita che le descrizioni dei rischi fornite dai fornitori riflettano fedelmente la realtà di un’azienda come la loro, chi di loro sa davvero come proteggere la propria attività?

Implementare misure necessarie, operative e concrete per fronteggiare gli attacchi 

“I decision maker che si occupano di cybersecurity nelle Pmi spesso seguono strategie apparentemente valide sulla carta, ma che nella pratica non funzionano, perché prive delle misure operative concrete necessarie per resistere agli attacchi odierni. Due terzi di loro non hanno ancora messo in pratica queste misure in modo efficace, lasciando le Pmi sempre più esposte ad attacchi. – afferma Cesare D’Angelo, General Manager Italy, Mediterranean & France di Kaspersky -. Per migliorare la sicurezza, le Pmi devono passare dalla teoria alla pratica, colmare le lacune di conoscenza essenziali e costruire una strategia di sicurezza informatica coerente, integrata nelle operazioni quotidiane, non limitata a documenti isolati o misure non coordinate”.

Calo demografico e invecchiamento: nel 2050 gli italiani over65 saranno il 34,6%

È l’allarme che arriva da Investing for Healthy Ageing, evento promosso da MSD, che si è svolto oggi a Roma presso Associazione Civita: l’Italia sta diventando sempre più anziana.
Se oggi l’aspettativa di vita in Italia è di 83,4 anni, e il 24,7% della popolazione ha più di 65 anni, nel 2050 gli ultra-sessantacinquenni saranno il 34,6% della popolazione.

Come se non bastasse, il calo costante delle nascite rischia di creare uno squilibrio crescente tra popolazione attiva e pensionati, mettendo sotto pressione il sistema pensionistico, previdenziale e sanitario.

Cresce il divario tra aspettativa di vita e anni vissuti in piena autonomia

“I dati aggiornati confermano una crescita costante della popolazione over65 – afferma Roberta Crialesi, dirigente Servizio Sistema integrato Salute, assistenza e previdenza dell’Istat -. Questo fenomeno si accompagna a un divario crescente tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute o in piena autonomia. A ciò si aggiunge un mercato del lavoro con sempre più lavoratori anziani, meno giovani attivi e un carico crescente su welfare e sistemi sanitari”.

È uno scenario che presenta ricadute dirette sulla produttività, sull’organizzazione dell’assistenza e sulla sostenibilità intergenerazionale. “Diventa quindi prioritario adottare politiche strutturate che trasformino l’invecchiamento in un elemento di forza – aggiunge Crialesi -, valorizzando il contributo degli anziani alla società e promuovendo un approccio integrato tra salute, lavoro e inclusione sociale”.

Sostenibilità sociale e prevenzione

Preservare quanto più a lungo la salute, in questo quadro, diventa un elemento essenziale per garantire la sostenibilità del Paese e quella del servizio sanitario nazionale. 

“MSD Italia, insieme al resto dell’industria farmaceutica, è fortemente impegnata nel promuovere la prevenzione come leva strategica per la sostenibilità del sistema salute – spiega Nicoletta Luppi, presidente e amministratrice delegata di MSD Italia -. Come dichiarato dal ministro della Salute, per garantire la sostenibilità del servizio sanitario è necessario aumentare la quota del FSN dedicato alla prevenzione, ed è auspicabile che i vaccini e gli screening siano considerati dal punto di vista della finanza pubblica un investimento e non una spesa”.

Salute, fattore chiave per una longevità di qualità

Preservare a lungo lo stato di salute è inoltre fondamentale per rispondere ai mutamenti culturali in corso.

“Nella società di oggi sta cambiando profondamente la percezione dell’essere anziani: si vive più e si rimane attivi più a lungo, e si rifiuta l’idea di una vecchiaia passiva – sottolinea Ketty Vaccaro, responsabile Area Ricerca Biomedica e Salute del Censis, come riporta ANSAcom in collaborazione con MSD. -In questo contesto, il valore della salute si conferma centrale, non solo come condizione fisica, ma come chiave sociologica e culturale per una longevità di qualità”.

Recensioni online, tutela fondamentale per i consumatori ma non devono danneggiano le imprese 

Le recensioni online rappresentano uno strumento fondamentale per la tutela dei consumatori. A patto che non danneggino le imprese.
Alla luce della discussione in sede parlamentare sul DDL PMI, che include nuove norme in materia di e-commerce e di recensioni online, Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale in Italia, evidenzia la necessità di una regolamentazione equilibrata, che rafforzi la tutela dei consumatori, ma che non ostacoli l’innovazione o appesantisca le imprese.

La posizione di Consorzio sulla regolamentazione delle recensioni si può riassumere in tre punti principali: vietare le attività fraudolente, dare il giusto tempo ai consumatori per esprimere la propria opinione e non imporre oneri a carico degli utenti o delle piattaforme.

A livello legislativo serve un approccio equilibrato 

Oggi le recensioni online sono uno strumento centrale per rafforzare la fiducia dei consumatori nei confronti dell’e-commerce. Ma rappresentano uno strumento imprescindibile anche per la competitività delle aziende, soprattutto le Pmi.

Quello che serve a livello legislativo è un approccio bilanciato. 
“Una regolamentazione efficace deve vietare solo le pratiche scorrette – sottolinea Roberto Liscia, presidente Netcomm -, senza penalizzare le aziende o ostacolare l’innovazione. Le recensioni online sono una leva di fiducia e competitività imprescindibile per il commercio digitale, ma devono rimanere uno strumento trasparente, utile e spontaneo per i consumatori e le imprese”. 

“La circolazione legittima di opinioni autentiche non va limitata”

“Per questo chiediamo al legislatore di adottare un approccio pragmatico ed equilibrato, che si ponga alcuni obiettivi principali – continua Liscia -. Tra questi vietare le attività fraudolente è un imperativo, tuttavia questo non deve limitare la circolazione legittima di opinioni autentiche. Occorre concedere un tempo utile per il rilascio della recensione, almeno 180 giorni, per la pubblicazione di un’opinione ponderata basata su esperienze complete. Inoltre, sosteniamo fortemente la necessità di garantire recensioni autentiche senza che ciò comporti l’imposizione di obblighi di prove irrealistiche agli utenti, che potrebbero ostacolare il funzionamento naturale delle piattaforme e penalizzare gli utenti onesti”.

Attenzione a non penalizzare le Pmi

“Infine, riteniamo fondamentale aprire la possibilità di segnalare comportamenti scorretti a tutte le associazioni a tutela dei consumatori – aggiunge il presidente Netcomm -. Solo così sarà possibile rafforzare la protezione dei cittadini senza creare barriere alle imprese, tenuto conto del fatto che le più penalizzate sarebbero proprio le Pmi”.

Netcomm è l’associazione di riferimento del settore e-commerce in Italia e uno stakeholder chiave nel dialogo sull’evoluzione regolamentare del mercato digitale a livello nazionale ed europeo.
Netcomm riunisce oltre 480 aziende, tra società internazionali e Pmi di eccellenza, e oggi rappresenta l’ampia comunità professionale del digitale in Italia, in grado di fornire una visione autorevole e anticipare le evoluzioni generate dalle tecnologie sul mercato e sul fare impresa. 

Lavoro: oggi la laurea non è più così determinante

Oggi la laurea viene esplicitamente richiesta in quasi 1 annuncio di lavoro su 2 (42%). Tuttavia, nonostante quasi la metà dei datori di lavoro (47%) dichiari di aver intensificato l’uso di titoli di studio formali negli ultimi tre anni, una scelta spesso dettata da preoccupazioni sulla qualità dei candidati (37%) o da preferenze dei responsabili (32%), è altrettanto vero che la laurea da sola non sembra più sufficiente a colmare le esigenze del mercato.

È quanto emerge da un sondaggio di Indeed, il portale per chi cerca e offre lavoro, che ha intervistato 500 recruiter italiani.

I programmi universitari non garantiscono competenze immediatamente spendibili

“Sebbene l’istruzione formale continui a essere tenuta in grande considerazione, l’evoluzione del mercato del lavoro, la difficoltà nel reperire i talenti e la necessità di formazione continua per stare al passo con gli sviluppi di un mondo del lavoro sempre più rapido, incidono anche sulle strategie di reclutamento”, commenta Gianluca Bonacchi, talent strategy advisor di Indeed.

Quasi la metà degli intervistati (49%) ritiene infatti che le lauree diventino obsolete in fretta, e addirittura il 62% lamenta che i programmi universitari non preparino le persone con competenze immediatamente spendibili per il lavoro. Tanto che oltre un quarto (26%) dei datori di lavoro non avrebbe barriere nel rimuovere i requisiti di laurea o di esperienza dalle proprie ricerche di lavoro, suggerendo che si stia diffondendo l’opinione che per alcune posizioni le competenze possono essere acquisite e dimostrate in altri modi.

Titolo di studio, AI e soft skill

“Per alcuni settori – continua Bonacci – il titolo di studio continuerà a essere un prerequisito, mentre per altri potrebbe non rappresentare più una discriminante o dovrà necessariamente viaggiare di pari passo alle competenze sviluppate in altro modo”.
La diffusione dell’Intelligenza artificiale, inoltre, sta iniziando a giocare un peso anche nella valutazione dei candidati entry-level.

Non a caso, il 18% dei datori di lavoro considererebbe l’AI come alternativa a un neolaureato per mansioni specifiche.
Va da sé che in questo contesto, le soft skill emergono come elementi distintivi fondamentali per i profili junior.

Le competenze possono essere acquisite tramite percorsi diversificati

Le competenze trasversali più valorizzate dai datori di lavoro sono la capacità di lavoro di squadra (52%), adattabilità e flessibilità (50%), attitudine al problem-solving e pensiero critico (50%).
Significative anche l’agilità di apprendimento e la curiosità (44%), riporta Adnkronos, oltre alla capacità di prendere iniziativa ed essere proattivi (40%).

“In sintesi, il nostro studio evidenzia un panorama del reclutamento in rapida evoluzione –-sottolinea il talent strategy -. Sebbene la laurea continui a mantenere un ruolo importante e resti un requisito spesso richiesto, cresce la convinzione che le competenze possano essere acquisite anche attraverso percorsi più diversificati, soprattutto in un contesto in cui l’Intelligenza artificiale sta iniziando a influenzare le pratiche lavorative”.

Produzione industriale: a luglio 2025 incremento congiunturale del +0,4%

Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Istat, relativi alla produzione industriale italiana nel mese di luglio 2025, l’indice destagionalizzato della produzione industriale registra un incremento congiunturale e si osserva una crescita anche su base trimestrale.

A esclusione dell’energia, unico aggregato in diminuzione, l’incremento congiunturale mensile si estende a tutti i principali raggruppamenti di industrie. In termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, l’indice generale a luglio è in aumento. L’incremento su base annua riguarda tutti i principali raggruppamenti di industrie, anche in questo caso, salvo l’energia.

Indice destagionalizzato: segno più anche nel trimestre: 0,2%

Più in particolare, a luglio 2025 i dati Istat stimano che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,4% rispetto al mese di giugno. Nella media del periodo da maggio a luglio, rispetto ai tre mesi precedenti del 2025, si registra un aumento del livello della produzione dello 0,2%.

L’indice destagionalizzato mostra un calo congiunturale solo per l’energia, pari al -7,8%. Viceversa, si osserva un aumento del +2,1% per i beni di consumo, del +1,6% per i beni strumentali e del +0,7% per i beni intermedi.

A livello tendenziale l’aumento è del +0,9%. Crescono beni di consumo, strumentali e intermedi

In termini tendenziali a luglio 2025 l’indice generale corretto per gli effetti di calendario aumenta dello 0,9%. I giorni lavorativi di calendario sono stati 23, come a luglio dell’anno precedente. 

Anche a livello tendenziale si registrano incrementi per i beni di consumo, che segno il 3,0% in più rispetto all’anno precedente, per i beni strumentali, in aumento del +2,8% e per i beni intermedi, in crescita del +0,3%.
A diminuire è ancora una volta l’energia, che registra un -5,2% anche rispetto a luglio 2024.

Incremento per prodotti petroliferi, elettronica, alimentari. In calo energia, chimica, plastica e gomma

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono la fabbricazione di coke e i prodotti petroliferi raffinati, che registra un aumento del +10,8%, la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica, che segna un +6,4%, e le industrie alimentari, bevande e tabacco, in crescita de3 +5,7%.

Al contrario, le flessioni più rilevanti si riscontrano nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria, in calo del -9,4%, nella produzione di prodotti chimici, in calo del -2,7%, e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, che rispetto allo stesso periodo del 2024 registrano l’1,6% in meno.

Intelligenza artificiale agentica: una ‘promessa’ che potrebbe generare 450 miliardi di dollari 

Gli agenti di intelligenza artificiale vengono spesso descritti come la prossima grande rivoluzione tecnologica. Secondo un’analisi del Capgemini Research Institute, potrebbero generare fino a 450 miliardi di dollari entro il 2028.

Numeri enormi, che però non coincidono ancora con l’attuale stato delle cose: solo il 2% delle aziende ha portato l’adozione su larga scala.

Tecnologia, da sola non basta

Molte organizzazioni stanno scoprendo che, per funzionare davvero, l’AI ha bisogno di persone al suo fianco. I dirigenti coinvolti nell’indagine lo hanno capito: quasi tre su quattro riconoscono che la supervisione umana porta benefici superiori ai costi, e il 90% considera positivo che l’essere umano resti parte attiva del processo. In altre parole, l’AI da sola non basta: è l’unione con l’esperienza umana a fare la differenza.

Fiducia in calo

Se da un lato c’è entusiasmo, dall’altro sorgono alcune preoccupazioni. In un solo anno, la fiducia negli agenti completamente autonomi è scesa dal 43% al 27%.

Quasi due dirigenti su cinque pensano che i rischi possano superare i vantaggi. Solo il 40% delle aziende dichiara di affidarsi davvero agli agenti AI per compiti autonomi. Chi però ha già avviato progetti concreti mostra più fiducia rispetto a chi è ancora in fase esplorativa. La trasparenza sui criteri decisionali e la garanzia di un uso etico diventano quindi centrali per colmare questa distanza.

Uomini e macchine nello stesso team

Sempre più organizzazioni immaginano il futuro come un lavoro condiviso: squadre composte da persone e agenti AI che collaborano gomito a gomito. Più del 60% prevede di attivare modelli ibridi entro i prossimi dodici mesi.

Non si parla più di strumenti passivi, ma di veri alleati capaci di alleggerire le attività ripetitive e liberare tempo per creatività e strategia. Secondo Capgemini, questo approccio potrebbe aumentare fino al 65% l’impegno su attività di maggiore valore.

Un percorso ancora da definire

Nonostante l’entusiasmo, la preparazione resta il vero ostacolo. L’80% delle aziende non ha ancora infrastrutture adeguate per sostenere l’AI su scala. I dati spesso non sono pronti, e questioni delicate come privacy e discriminazioni algoritmiche non vengono affrontate in modo sistematico.

Dall’hype alla concretezza

Il messaggio che arriva dal report è chiaro: per trasformare le promesse in risultati servono più di algoritmi sofisticati. Occorre ripensare i modelli organizzativi, garantire trasparenza e costruire fiducia.

Solo così gli agenti AI potranno davvero diventare parte integrante del lavoro quotidiano e contribuire a creare valore, non solo economico ma anche sociale.

Scroll infinito: una ‘trappola’ per un italiano su tre

Vivere sempre connessi, con un device in mano, che prezzo può avere? Altissimo, sicuramente in ore di tempo “sprecate”.
Scrollare senza sosta è una delle abitudini più diffuse tra gli italiani, al punto da consumare – letteralmente – ore delle nostre giornate.

Lo evidenzia una ricerca commissionata da OnePlus, secondo cui l’utente medio trascorre 84 minuti al giorno navigando passivamente tra contenuti digitali, spesso ansiogeni o inutili. Per la Generazione Z, il dato è ancora più alto: si sfiorano i 140 minuti al giorno, pari a quasi 17 ore settimanali.

Doomscrolling: il lato oscuro del feed
Questa pratica, conosciuta come doomscrolling, è ormai entrata nel lessico comune. Si tratta di quell’impulso a scorrere ininterrottamente lo schermo, spesso alla ricerca di notizie negative, gossip o contenuti che alimentano ansia e malumore.

Secondo i dati, il 31% degli intervistati riconosce che questa abitudine incide negativamente sulla propria produttività, mentre un altro 27% afferma di sentirsi meno creativo. Non mancano effetti psicofisici: l’11% riporta sensazioni di stanchezza e il 12% parla apertamente di ansia o irritabilità post-scroll.

Quando lo smartphone prende il sopravvento
Le situazioni in cui lo scrolling prende il sopravvento sono le più disparate, riferisce Adnkronos. Il 41% degli italiani dichiara di farlo in bagno, il 40% a letto e il 32% persino in compagnia. Alcuni confessano di averlo fatto durante eventi speciali, come matrimoni (9%) o momenti di intimità (7%).

Contenuti tossici e informazione “malata”
Ma cosa tiene gli utenti incollati allo schermo? In cima alla lista ci sono le notizie negative (26%), seguite da reality e drammi delle celebrità (20%), suggerimenti finanziari aggressivi (19%) e contenuti irrealistici su fitness e diete (18%). Le fake news completano il quadro con un 16%.

Una sfida al tempo perso
Per sensibilizzare gli utenti, OnePlus ha lanciato “Brain Rot Blaster”, un videogioco in stile retrò legato al debutto del nuovo OnePlus Nord 5. Il gioco, giocabile una sola volta, sfida gli utenti a combattere avatar simbolici dei mali digitali, come il “Neg News Reader” e il “Crypto Bro”.

Quasi la metà degli italiani (42%) vorrebbe più ore al giorno. In realtà, la soluzione potrebbe essere a portata di mano: meno scroll e più vita reale. Tra le attività più desiderate spiccano sport, natura, tempo in famiglia e lettura.