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Auto, sempre meno per famiglia

Il mercato automobilistico italiano ha messo il freno. Almeno nei primi due mesi di quest’anno, che hanno visto una contrazione importante nel numero di immatricolazioni, per automobili e altri veicoli, pari al -21,22%.. Analizzando meglio, si scopre che solo il segmento delle Passengers Car, nel nostro paese, hanno segnato un decremento pari al -22,46% rispetto al 2021. Più contenuto, invece, invece, il decremento concernente i Light commercial vehicles che, registra un 6,72% in meno sulle vendite totali, con 14.120 veicoli immatricolati per febbraio 2022. Sono solo alcuni dei dati contenuti nella ricerca di Scenari. 

Pandemia e guerra influiscono sul mercato dell’auto

Gli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale il mercato automobilistico italiano sono strettamente legati alla pandemia e all’attuale conflitto sul territorio ucraino. Il ruolo di maggior peso per l’attuale condizione lo giocano: residui degli effetti della pandemia da SARS-CoV-2 e le limitazioni, sul trasporto del carburante, causate dall’attuale conflitto russo-ucraino. Allo stato d’incertezza, generato dall’imponente flessione economica e occupazionale, si aggiunge la cosiddetta crisi dei microchip. Tra tutti i settori colpiti da questa crisi, quello dell’industria automobilistica è in primissima linea. Sembra, inoltre, che la carenza di semiconduttori si protrarrà ancora per un po’, generando, in questo modo, una spietata corsa all’approvvigionamento di chip e delle materie prima che occorrono per fabbricarli.

Gli effetti a catena

L’incremento del 40%, su tutti i tipi di carburante, sta generando un ovvio effetto domino sui costi di produzione. Dai vertici del settore, le persone sono esortate ad attendere pazientemente il ritorno degli incentivi per il mercato automobilistico. Presentano, infatti, gli unici valori positivi, i modelli ibridi. Le bifuel Gpl hanno registrato un incremento pari al +23,2% a discapito dei prodotti a metano che, vedono la propria fetta decrescere del -59%. Ciò ha portato ad un calo nelle omissioni di CO2, che in analisi hanno presentato il 5,3% in meno rispetto al 2021.
Se siamo, dunque, sull’onda di una riforma del mercato automobilistico e di quello energetico, non possiamo ancora definirlo, ma di certo possiamo affermare di trovarci in un periodo di cambiamenti ingenti e necessari.

Gli italiani e la macchina

Ecco qualche dato riferito al campione rispondente, comunque specchio della società italiana. Il 98,7% del campione scelto, possiede almeno la patente di tipo A1. La maggior parte dei rispondenti ha dichiarato di possedere una sola autovettura (46,1%). L’altra significativa maggioranza è costituita da coloro che ne posseggono, invece, due (42%). Mediamente, quindi, in un micronucleo sociale italiano, possiede un numero di automobili compreso tra 1 e 2.

Nel 2022 scatta il limite all’uso di denaro contante

A partire dal 1° gennaio 2022 viene fissato un nuovo limite all’utilizzo dei contanti, che da duemila euro scenderà a 999,99 euro quindi. Questa la cifra massima utilizzabile per chi vorrà pagare ancora in modo ‘tradizionale’. Un limite che si applica non solo alle vendite, ma anche a qualsiasi altro passaggio di denaro tra soggetti diversi, come le donazioni e i prestiti. Ma cosa succede in caso di prelievi con il bancomat e versamenti in banca? Secondo Laleggepertutti.it il presupposto su prelievi e versamenti in banca è che “non c’è alcun trasferimento della proprietà del denaro: l’istituto di credito è un semplice depositario. È come se i soldi non uscissero mai dalla disponibilità del relativo titolare”. Ma solo per società e imprenditori viene fissato un limite mensile ai prelievi di 10.000 euro. 

Quando scattano i controlli?

“I controlli fiscali – continua Laleggepertutti.it – scattano solo sui versamenti di contanti sul conto corrente, sia bancario o postale. Questo perché l’articolo 32 del Testo Unico sulle Imposte sui redditi stabilisce che tutti i movimenti in entrata sul conto si presumono redditi salvo prova scritta contraria. Il contribuente quindi si trova dinanzi a una scelta tutte le volte in cui versa contanti o riceve un bonifico: o ‘denuncia’ tale somma nella propria dichiarazione dei redditi, andando così a pagare le tasse ma non rischiando nulla, oppure deve essere pronto a difendersi da un’eventuale richiesta di chiarimenti”. Questa difesa deve essere rivolta a dimostrare che la somma versata o incassata è il frutto di redditi esentasse, come donazioni o risarcimenti, o già tassata alla fonte, come una vincita al gioco.

Segnalazione obbligatoria se i prelievi superano 10.000 euro mensili 

Quando la somma prelevata in contanti è ingente, continua Laleggepertutti, “potrebbe succede che la banca chieda chiarimenti al proprio cliente circa la destinazione del denaro”, che dovrà autocertificare per quali spese verranno utilizzati i contanti. È poi prevista una segnalazione obbligatoria alla Uif (l’Unità di informazione finanziaria) quando i prelievi, nell’arco dello stesso mese complessivamente superano 10.000 euro. Ciò vale anche se si tratta di prelievi frazionati in più operazioni di importo inferiore. La segnalazione viene fatta non per una questione fiscale ma per un controllo sulle attività illecite, quindi, non scatteranno controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Il limite esiste sole per le società

I controlli sui prelievi non sussistono per la generalità dei contribuenti, sono invece previsti per imprenditori e società. Per questi ultimi esiste il tetto di 1.000 euro giornalieri e comunque di 5.000 euro mensili. Al di sotto di questi importi non si rischia nulla. Superato invece tale tetto, l’Agenzia delle Entrate pretende la dimostrazione della destinazione della somma, e in caso di assenza di prove, avvia il recupero a tassazione del denaro che si presume destinato a investimenti in nero.

Stangata d’autunno per colpa dei rincari: dalla benzina alla spesa

Ci aspetta un autunno decisamente caldo, almeno per quanto riguarda le spese extra che ci troveremo tutti ad affrontare. La “colpa”? Dell’impennata dei prezzi di diversi prodotti e servizi, che inciderà e non poco sul budget delle famiglie italiane. Stando alle prime stime, come prevede il Codacons, potremmo aspettarci una stangata di 768 euro a nucleo: mica poco. In effetti, tra la crisi legata alla produzione delle materie prime e a diversi altri fattori, le spese sono destinate ad aumentare, con un effetto a cascata. Si preannuncia pertanto una stagione di aumenti, come non succedeva da anni: secondo l’Associazione dei consumatori, i prezzi al dettaglio a settembre, in base ai dati definitivi resi noti dall’Istat, hanno registrato un balzo al +2,5% raggiungendo i livelli più alti dal novembre del 2012.

Allarme rincari, i conti in tasca alle famiglie

“I numeri dell’Istat confermano in pieno l’allarme rincari lanciato dal Codacons e rappresentano una minaccia sul fronte dei consumi – spiega l’Associazione -. L’inflazione al 2,5% produce un aggravio di spesa su base annua, considerata la totalità dei consumi di un nucleo, pari a +768 euro a famiglia, con un vero picco per i trasporti che registrano a settembre un aumento tendenziale del +7%: in pratica una famiglia con due figli solo per gli spostamenti deve mettere in conto una maggiore spesa pari a +378 euro annui. Una fiammata dei prezzi che rischia di frenare la crescita dei consumi e rallentare la ripresa economica del paese”.

Una stangata “destinata ad aggravarsi”

Purtroppo le previsioni a breve termine non sono incoraggianti per quanto concerne i conti in tasca ai nostri connazionali, anzi.  Come rivela il Codacons, “la stangata d’autunno, purtroppo, è destinata ad aggravarsi. I rincari delle bollette luce e gas scattati ad ottobre e la corsa senza freni dei carburanti alla pompa avranno un impatto fortissimo sull’inflazione, con i prezzi al dettaglio che continueranno ad aumentare in numerosi comparti, compresi gli alimentari. Per tale motivo rivolgiamo un appello al Governo Draghi affinché, dopo le bollette dell’energia, intervenga anche sulla tassazione che vige su benzina e gasolio, tagliando Iva e accise allo scopo di contenere la crescita dei prezzi al dettaglio e salvaguardare le tasche delle famiglie”. L’intervento sulla tassazione consentirebbe alle famiglie italiane di rientrare, almeno in parte, di questo exploit di aumenti che riguardano gli aspetti necessari della vita quotidiana, come andare a scuola e al lavoro o fare la spesa.

Vacanze, gli italiani acquistano prodotti tipici come souvenir

Quali sono i souvenir preferiti dagli italiani di ritorno dalle vacanze 2021? I prodotti tipici locali. Tanto che oltre un italiano su 2 (53%) in vacanza ha acquistato prodotti tipici a sagre e manifestazioni enogastronomiche. Dopo i limiti imposti dalla pandemia si evidenzia la tendenza dei vacanzieri a gratificarsi con l’acquisto di prodotti per prolungare tra le mura domestiche le esperienze enogastronomiche vissute, magari facendole assaggiare anche ad amici e parenti. Nella seconda estate del Covid, appena il 13% degli italiani è tornato a mani vuote dalle ferie, e se la pandemia spinge verso le spese utili i prodotti tipici vincono su tutte le altre scelte. Dopo i prodotti tipici, al secondo posto tra i souvenir delle vacanze si classificano prodotti artigianali, seguiti da gadget, portachiavi, magliette. Lo ha scoperto un’indagine Coldiretti/Ixè divulgata dopo il ritorno della grande maggioranza degli italiani nelle proprie case.

Formaggi, salumi, vino e olio extravergine d’oliva

Tra le specialità più acquistate primeggiano i formaggi, davanti a salumi, vino e olio extravergine d’oliva. Va forte anche il “ricordo virtuale”, con quasi un italiano su cinque (19%) che posta sempre, o spesso, sui social fotografie dei piatti consumati al ristorante o preparati in cucina durante le vacanze estive. L’acquisto di prodotti tipici come ricordo delle vacanze è una tendenza recente, sottolinea la Coldiretti, favorita dal moltiplicarsi delle occasioni di valorizzazione dei prodotti locali che si è verifica nei principali luoghi di villeggiatura, con percorsi enogastronomici, città del gusto, aziende e mercati degli agricoltori di Campagna Amica.

Un ruolo importante è rappresentato dai piccoli borghi

Il 59% degli italiani in vacanza nel Belpaese, precisa la Coldiretti, ha deciso di visitare frantoi, malghe, cantine, aziende, agriturismi o mercati degli agricoltori per acquistare prodotti locali a chilometro zero, direttamente dai produttori, e così ottimizzare il rapporto prezzo/qualità. Secondo l’indagine Coldiretti/ Ixè, un ruolo importante in tutto ciò è rappresentato dai piccoli borghi, dove nasce il 92% delle produzioni tipiche nazionali, una ricchezza conservata nel tempo dalle imprese agricole con un impegno quotidiano per assicurare la salvaguardia delle colture storiche.

La tavola si classifica come la voce principale del budget delle famiglie in ferie

La ricerca dei prodotti tipici è diventato un ingrediente irrinunciabile delle vacanze in un Paese come l’Italia, leader del turismo enogastronomico e con l’agricoltura più green d’Europa. Oltre a 316 specialità a indicazione geografica riconosciute a livello comunitario, e 415 vini Doc/Docg, 5266 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, l’Italia conferma anche la leadership nel biologico, con più di 80 mila operatori biologici e la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie con Campagna Amica. La tavola si classifica quindi come la voce principale del budget delle famiglie in ferie in Italia, con circa un terzo del totale destinato al consumo di pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per acquisti di cibo di strada, specialità enogastronomiche o, appunto, souvenir.

Gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro: i dati Istat

La pandemia ha avuto effetti pesantissimi sulle condizioni economiche degli italiani, colpendo in particolare modo famiglie e individui già in condizioni precarie. Tanto che nel 2020 si contano oltre 2 milioni di famiglie in povertà, con un’incidenza passata dal 6,4 del 2019 al 7,7%, e oltre 5,6 milioni di individui, in crescita dal 7,7 al 9,4%. A tracciare questo scenario preoccupante è il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, che a fine luglio 2021 ha diffuso i dati relativi alle conseguenze economiche del Covid nel nostro Paese. Ma, oltre alla capacità finanziaria e di spesa dei cittadini è mutato profondamente anche il mercato del lavoro.

L’occupazione deve ancora recuperare 

In merito alla situazione lavoro, ha detto Blangiardo, “La crisi ha colpito duramente il mercato del lavoro. L’occupazione – in crescita tra il 2014 e il 2019 a ritmi via via meno intensi – è diminuita drasticamente nel 2020 a seguito degli effetti recessivi della pandemia, i cui contraccolpi si sono estesi fino a gennaio 2021; da febbraio, l’occupazione è tornata a crescere, seppure in modo graduale. Restano da recuperare ancora 735mila posti di lavoro. Il numero di occupati – ha detto – ha subìto la prima decisa contrazione nei mesi di marzo e aprile 2020, per poi mantenersi stabile nei due mesi successivi e mostrare segnali di recupero tra luglio e agosto; da settembre, tuttavia, è tornato a diminuire, raggiungendo un minimo a gennaio 2021 (-916mila occupati rispetto a febbraio 2020). Tra febbraio e maggio 2021, il numero di occupati è cresciuto progressivamente e ha raggiunto i 22 milioni 427mila (+180mila, +0,8% rispetto a gennaio 2021), un livello comunque inferiore di 735 mila unità (-3,2%) rispetto a quello pre-pandemia (febbraio 2020) e prossimo ai livelli occupazionali registrati a metà 2015”.

Gli eventi Cig

“Nel corso del 2020 – ha concluso Blangiardo – sono stati coinvolti in eventi Cig oltre il 40% dei 15,7 milioni di dipendenti del settore privato extra-agricolo residenti in famiglia. Si tratta di circa 6,8 milioni di individui con eventi Cig in almeno una settimana dell’anno. La durata media è pari a circa il 15,4% delle settimane con copertura contrattuale nel 2020. Il valore mediano di questa misura dell’intensità della Cig è stato nel 2020 di poco superiore all’11%, mentre per oltre un quinto di tali individui l’intensità è stata superiore al 20%: si tratta dunque di una distribuzione con una accentuata asimmetria”.
C’è però da sottolineare, e questo finalmente è un dato positivo, che negli ultimi due trimestri c’è stato un deciso rientro, che regala qualche sprazzo di ottimismo per i mesi venire.

Quasi 9 euro di tasse su 10 vengono prelevate dallo Stato centrale

Sebbene oltre la metà della spesa pubblica italiana sia in capo a Regioni ed enti locali, le tasse degli italiani continuano in massima parte a confluire nelle casse dello Stato centrale. Nel 2019, ad esempio, l’85,4% del totale del gettito tributario è stato prelevato dall’erario: 441,4 miliardi, su un totale di 516,6. Per contro, agli enti periferici sono andate le “briciole”, poco più di 75 miliardi, pari al 14,6% del totale. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA. Uno squilibrio, quello tra entrate e centri di spesa, che secondo la CGIA dimostra ancora una volta come l’Amministrazione pubblica centrale sia sempre più arroccata su una posizione di difesa del proprio ruolo di intermediazione.

Funzioni e competenze vanno trasferite agli enti periferici

Le Amministrazioni locali, che gestiscono una quota di spesa pubblica superiore a quella delle Amministrazioni centrali, in virtù del trasferimento di funzioni e competenze avvenuto circa due decenni fa, continuano a dipendere in buona misura dalle coperture finanziarie che arrivano da “Roma”. Tuttavia, i tempi di erogazione da parte dello Stato centrale non sempre sono velocissimi, anzi.
A fronte del risultato emerso da questa elaborazione, appare necessario approvare in tempi ragionevolmente brevi la legge sull’autonomia differenziata chiesta a gran voce da molte Regioni. In altre parole, vanno trasferite funzioni e competenze agli enti periferici, che a loro volta, devono poter contare su risorse proprie che dovranno essere “recuperate”, trattenendo sul territorio buona parte delle tasse versate dai contribuenti.

Dal centro alla periferia, dalle persone alle cose e dal complesso al semplice

Naturalmente le aree del Paese più in ritardo dovranno essere aiutate economicamente da quelle che non lo sono, la solidarietà tra territori costituirà il collante di questo cambiamento epocale. Tutto ciò con l’obiettivo di abbassare il carico fiscale generale, e conseguentemente migliorare i conti pubblici, esaltando così il principio del “vedo, pago e voto”.
Una riforma, quella dell’autonomia, che ridisegnerà il fisco in senso federale attraverso la riscrittura di 3 passaggi fondamentali, dal centro alla periferia, dalle persone alle cose e dal complesso al semplice.

Le prime 20 imposte generano quasi il 94% del gettito totale

Nonostante contiamo un numero spropositato di tasse, imposte e tributi, le prime 20 voci per importo prelevato incidono sul gettito tributario totale per il 93,7%. Solo le prime tre, Irpef, Iva e Ires, pesano sui contribuenti italiani per un valore complessivo pari a 320,6 miliardi di euro. Un importo, quest’ultimo, che “copre” il 62% del gettito complessivo. In vista della prossima riforma fiscale, oltre a ridurre il carico in capo a famiglie e imprese, appare sempre più necessario semplificare il quadro generale, tagliando gabelle e balzelli, che per l’erario spesso costituiscono più un costo che un vantaggio.

Turismo: oltre 25 milioni i pernottamenti stimati dei turisti stranieri

Sono oltre 25 milioni i pernottamenti stimati dei turisti stranieri in Italia per l’estate 2021. Oltre metà di loro (55,4%) ha deciso di andare in vacanza fra giugno e settembre, e il 5% ha scelto proprio il Belpaese. Per il sistema ricettivo alberghiero ed extra-alberghiero italiano questo si tradurrebbe in 7,2 milioni di arrivi e 25,1 milioni di presenze, con un incremento rispettivamente del 29,2% e del 15,3% rispetto al 2020. È quanto emerge da un’anticipazione dell’indagine realizzata da Demoskopika per conto del Comune di Siena sui consumi turistici degli stranieri provenienti da Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti. Cinque le regioni più scelte per i soggiorni: Trentino-Alto Adige, Toscana, Sicilia, Puglia e Lombardia.

Mare, montagna, città d’arte e borghi, ma anche agriturismo e terme

Se circa la metà del campione opta per il mare (48,4%), bene anche la montagna (15,1%), le città d’arte e cultura e i borghi (12,3%), e la “campagna, agriturismo” (8%).  E, ancora, grandi città o vacanza al lago, indicati rispettivamente dal 5,4% e dal 4,9% del campione. Chiude la quota dei turisti che quale preferenza ha individuato “terme e benessere” (1,8%). Quasi 6 turisti stranieri su 10 concentreranno la loro villeggiatura nel mese di luglio (25,7%), e agosto (32,7%), mentre a settembre il 19,9% e a giugno il 12,3%.

Identikit del turista d’oltralpe post Covid-19

Quadro o impiegato, di età compresa tra i 36 e i 64 anni, con un titolo di studio medioalto. È questo l’identikit del turista straniero che ha scelto di trascorrere la vacanza in Italia, che preferisce una vacanza di una settimana, in coppia o in famiglia, meglio se al mare nel mese di agosto, ma non disdegna la montagna o le città d’arte. E per il pernottamento? Oltre la metà predilige “albergo o villaggio turistico” (44%) anche se il 35,8%, anche a causa dei modificati consumi turistici legati all’emergenza pandemica, va alla ricerca di una “casa presa in affitto” (19,3%) o di “un’abitazione di proprietà della famiglia” (9,2%) o, ancora, sarà “ospite di parenti e amici” 7,3%). Per vivere una vacanza sicura, poi, indica due priorità, vigilare sull’osservazione delle norme di distanziamento sociale e green pass.

Vacanza sicura, distanziamento sociale e green pass 

Quali sono le azioni prioritarie affinché un turista tedesco, francese, britannico, spagnolo e francese possa sentirsi al sicuro in vacanza? Due le azioni principali emerse dal sondaggio: il 22,3% ritiene sia fondamentale “vigilare sull’osservazione delle norme di distanziamento sociale e sull’uso delle mascherine”, mentre il 17,7% punta sul pass vaccinale per spostarsi in piena libertà e sicurezza durante la permanenza in Italia. A seguire, risulta indispensabile “regolare l’afflusso di turisti per evitare assembramenti” (14,3%), garantire “l’osservanza del distanziamento sociale durante la fruizione dell’offerta culturale” (13,7%), organizzare adeguatamente “il distanziamento sociale e una corretta sanificazione degli ambienti (12%), e “assicurare ai visitatori strutture sanitarie efficienti in grado di prestare soccorso in caso di bisogno” (8,2%).

Italia, estate 2021, arrivi in crescita del 12%

Anche se solo il 4,1% degli italiani ha prenotato, più della metà dei nostri connazionali (53,4%) ha deciso di andare in vacanza nei prossimi mesi. Il 46,6%, invece, ha scelto di non partire e circa 4 milioni di loro hanno deciso in questo modo per difficoltà finanziarie (8,2%). Le cinque regioni più gettonate dell’estate 2021 saranno Puglia, Toscana, Sicilia, Emilia-Romagna e Sardegna. La tradizione prevale, sei italiani su dieci scelgono il mare, ma tengono anche i prodotti “Città d’arte, cultura e borghi” (12,7%) e “Montagna e naturalistico” (9,1%). E le previsioni estive? Si stima che rispetto allo stesso periodo del 2020, 39 milioni di vacanzieri (italiani e stranieri) creeranno quasi 166 milioni di presenze, con un incremento rispettivamente dell’11,9% e del 16,2%. La voglia di tornare a viaggiare insomma è grande, grazie anche all’impatto positivo che avrà l’introduzione del pass vaccinale annunciato dal governo.  È quanto emerge da un’indagine realizzata da Demoskopika in collaborazione con il Corso di laurea in economia e management del Dipartimento di diritto, economia, management e metodi quantitativi dell’Università del Sannio.

Stimate circa 166 milioni di presenze per i mesi estivi

Nel periodo giugno-settembre di quest’anno, secondo Demoskopika, dovrebbero essere oltre 4,1 milioni gli arrivi in più rispetto allo stesso periodo del 2020 con una crescita pari all’11,9%: 38,8 milioni di arrivi nel 2021 a fronte dei 34,7 milioni di arrivi dello scorso anno. La crescita dei turisti si ripercuote positivamente anche sull’andamento dei pernottamenti. L’Istituto di ricerca stima in 165,7 milioni le presenze per l’estate alle porte rispetto ai 142,6 pernottamenti del 2020: poco più di 23 milioni di presenze turistiche in più con una crescita pari al 16,2%.

Le mete più ricercate

La classifica delle mete turistiche più ricercate dagli italiani per i mesi estivi vede in testa la Puglia con 1,9 milioni di arrivi (+13,6%) e 10,6 milioni di presenze (33,9%), Toscana con 4,1 milioni di arrivi (+13,4%) e 19,1 milioni di presenze (23,3%), Sicilia con 1,7 milioni di arrivi (+13,2%) e 6,5 milioni di presenze (23,6%). E, ancora, Emilia-Romagna con 4,5 milioni di arrivi (+12,9%) e 23,1 milioni di presenze (26,3%), Sardegna con 1,5 milioni di arrivi (+12,8%) e 8,2 milioni di presenze (20,0%). Ma in generale piacciono ulteriori cinque sistemi turisti regionali: Campania con 1,9 milioni di arrivi (+12,5%) e 8,5 milioni di presenze (18,1%), Calabria con 981 mila arrivi (+12,1%) e 6,2 milioni di presenze (19,8%), Liguria con 1,6 milioni di arrivi (+12,2%) e 6,3 milioni di presenze (16,4%), Lazio con 2,6 milioni di arrivi (+11,6%) e 8,5 milioni di presenze (8,5%) e, infine, Veneto con 5,3 milioni di arrivi (+11,4%) e 22,4 milioni di presenze (7,4%).

Italiani emigrati all’estero, quasi 1 milione in 10 anni

Sono sempre di più gli italiani che decidono di abbandonare lo Stivale per trasferirsi all’estero. Negli ultimi dieci anni è stato infatti registrato un aumento significativo di emigrazioni, ovvero cancellazioni anagrafiche di cittadini italiani per l’estero. Il volume di rientri non bilancia però le uscite: dal 2010 gli espatri sono stati infatti quasi un milione (899 mila), a fronte di 372 mila rimpatri. Di conseguenza i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 69 mila unità l’anno. È quanto rileva l’Istat nel dossier Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente per l’anno 2019.

Nel 2019 il saldo migratorio restituisce un valore negativo di 53.813 unità

Nel 2019, rileva l’Istat, il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è stato di 180 mila unità, in aumento del 14,4% rispetto all’anno precedente. Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 68% del totale (122.020). Se si considera poi il numero dei rimpatri, ovvero delle iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani, pari a 68.207, il calcolo del saldo migratorio degli italiani con l’estero (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) nel 2019 restituisce un valore negativo di 53.813 unità. In pratica, il tasso migratorio dei cittadini italiani è pari a 2,2 per mille: più di due italiani su mille abbandonano l’Italia

I flussi più consistenti di trasferimenti partono dal Nord Italia

Ed è il Nord la ripartizione di residenza da cui partono i flussi più consistenti di trasferimenti all’estero, sia in termini assoluti, pari a 59mila (il 49% degli espatri) sia relativi rispetto alla popolazione residente (2,4 per mille residenti). Dal Mezzogiorno si sono invece trasferiti all’estero oltre 43mila italiani (2,2 per mille) mentre dal Centro circa 19mila, con un tasso migratorio sotto la media nazionale e pari all’1,8 per mille. La distribuzione degli espatri per regione di partenza mette in evidenza una situazione più eterogenea. La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia, con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 23mila riporta Askanews. A questa seguono Sicilia e Veneto (12mila), Campania (11mila) e Lazio (9mila).

In termini relativi il tasso migratorio più elevato in Trentino-Alto Adige

In termini relativi, continua l’Istat, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di migratorio più elevato si rileva in Trentino-Alto Adige (4 italiani per mille residenti), mentre in Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Veneto, Sicilia, Molise, Lombardia e Abruzzo la propensione a emigrare è di circa 3 italiani per mille residenti. Le regioni con il tasso migratorio per l’estero più basso sono invece Toscana, Liguria e Lazio (circa 1,7 per mille).  In termini assoluti i flussi di cittadini italiani diretti verso l’estero provengono principalmente dalle prime tre città metropolitane per ampiezza demografica, Milano (7mila), Roma (6mila) e Napoli (5mila), riferisce TheWorldNews.

La fiducia nei media, i risultati di una ricerca globale

Tra fake news e disinformazione abbiamo ancora fiducia nelle notizie divulgate dai media? Pare di si, tanto che a livello globale otto adulti su dieci verificano che le notizie su cui fanno affidamento provengano da fonti affidabili.

Secondo Trust Misplaced?, il report di Ipsos e The Trust Project sulla fiducia nei media, la metà degli intervistati (49%) afferma di assicurarsi regolarmente che le notizie che legge, guarda o ascolta provengano da fonti affidabili. Il 33% afferma invece di farlo solo occasionalmente.

“La verità sta rapidamente diventando un concetto soggettivo, personale, governato soprattutto dalle emozioni – scrive nel rapporto Darrell Bricker PhD, Global Service Line Leader, Public Affairs -. Ora parliamo la nostra verità in contrapposizione alla verità”.

Il 67% legge solo notizie “gratuite”

Se due terzi (64%) degli intervisti afferma di avere facile accesso alle notizie di cui possono fidarsi. dietro questi segnali incoraggianti si cela un possibile terreno fertile per la diffusione della disinformazione. A livello globale, infatti, il 67% degli adulti afferma di leggere solo notizie a cui può accedere gratuitamente, mentre solo il 27% è disposto a pagare per notizie da fonti di cui si fida. La capacità dichiarata di pagare per avere notizie da fonti affidabili varia tra i Paesi, e va dal 57% in India a solo il 13% in Giappone, il 15% in Russia e il 18% in Spagna e Francia.

Il 58% è fiducioso nella capacità di individuare le fakenews

A livello globale, la maggior parte degli adulti intervistati riceve spesso notizie da una varietà di fonti mediatiche. Quasi tre quarti riferiscono di ricevere le proprie notizie almeno tre volte alla settimana da televisione (74%) e social media (72%), sei su dieci da siti (62%) e app di notizie (61%), quattro su dieci dalla radio (42%) e uno su quattro da carta stampata e riviste (24%). Molti poi affermano di essere fiduciosi nella loro capacità di individuare le fakenews (58%), ma sono meno fiduciosi nella capacità dei loro concittadini di farlo (30%). E solo il 46% ritiene che altri Paesi possano diffondere notizie false nel proprio Paese. 

Idee populiste o nazionaliste generano disinformazione

Chi è d’accordo con idee populiste o nazionaliste è più incline alla disinformazione: a livello globale, coloro che concordano sul fatto che “gli esperti di questo Paese non capiscono la vita di persone come me” sono più propensi a leggere solo le notizie a cui possono accedere gratuitamente (72% vs. il 62%).

“La verità e l’affidabilità, anche se a rischio, sono chiaramente ricercate in tutto il mondo – dichiara Sally Lehrman, Ceo e fondatrice di The Trust Project -. Questi dati sono un richiamo all’azione per le organizzazioni giornalistiche per sottolineare i valori e l’integrità che stanno dietro al loro lavoro e conquistare un pubblico più vasto e disposto a pagare”.