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Commercio agroalimentare: in Europa +6,1% di crescita complessiva

Nel periodo da gennaio a settembre 2021 il valore totale del commercio agroalimentare della Ue, ovvero delle esportazioni e delle importazioni, ammonta a 239,5 miliardi di euro, per un aumento del 6,1% rispetto al periodo corrispondente dell’anno precedente. Gli ultimi dati sul commercio agroalimentare della Ue indicano che le esportazioni sono aumentate dell’8%, attestandosi a 145,2 miliardi di euro, mentre l’aumento registrato dalle importazioni è del 3,5% rispetto ai primi 9 mesi del 2020, un aumento che ha permesso di raggiungere un fatturato complessivo pari a 94,2 miliardi.

L’export maggiore è verso gli Stati Uniti

Questi dati riflettono un’eccedenza complessiva del commercio agroalimentare equivalente a 51 miliardi di euro per i primi nove mesi del 2021, pari a un aumento del 17% rispetto allo stesso periodo del 2020. La crescita maggiore delle esportazioni si registra verso gli Stati Uniti, per un aumento del 15%, principalmente grazie alle esportazioni di prodotti quali vino, acquaviti e liquori, ma anche cioccolato e dolciumi. In aumento anche le esportazioni verso la Corea del Sud, in virtù delle eccellenti performance del vino, della carne suina, del frumento e del frumento segalato, e le esportazioni verso la Svizzera.

Aumentano i prodotti provenienti dal Brasile

Quanto alle esportazioni agroalimentari verso il Regno Unito nel 2021 hanno per la prima volta superato l’importo del corrispondente periodo dell’anno precedente, aumentando di 166 milioni di euro. Si segnalano al contrario riduzioni significative del valore delle esportazioni verso Arabia Saudita, Hong Kong e Kuwait. Per quanto riguarda le importazioni agroalimentari, l’aumento maggiore è stato registrato per i prodotti provenienti dal Brasile, le cui importazioni sono cresciute di 1,4 miliardi, con un aumento del 16 % rispetto allo stesso periodo del 2020. In crescita anche le importazioni da Indonesia, Argentina, Australia e dall’India.

Vino, acquaviti e liquori i più esportati

Per contro, riporta Italpress, diminuzioni considerevoli sono state rilevate nelle importazioni da diversi paesi, tra le quali la più significativa è la diminuzione di 2,9 miliardi, pari al 27%, delle importazioni provenienti dal Regno Unito, seguita da quelle provenienti da Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda e Moldavia. Per quanto riguarda le categorie di prodotti, il periodo gennaio-settembre 2021 ha registrato un forte aumento dei valori di esportazione di vino, acquaviti e liquori. Altri significativi aumenti del valore delle esportazioni sono stati osservati per gli oli di colza e di girasole, il cioccolato e la pasticceria. Sono viceversa diminuite considerevolmente le esportazioni di alimenti per bambini e di frumento.

Sace fa crescere le imprese: più fatturato e posti di lavoro

Nel 2019 il contributo di Sace sulle imprese italiane ha generato 13,8 miliardi di euro di fatturato addizionale, e oltre 40 mila posti di lavoro. Inoltre, le aziende che hanno beneficiato degli strumenti di Sace, la società del gruppo italiano a partecipazione pubblica Cassa Depositi e Prestiti, di Simest e della controllata Sace Bt, hanno generato ulteriori 26 miliardi lungo le rispettive filiere produttive. Si tratta dei principali risultati emersi dall’analisi d’impatto economico e sociale realizzata dall’ufficio studi di Sace, insieme a Prometeia, su oltre 23mila operazioni che hanno coinvolto 8.360 imprese attive in 162 Paesi, e mobilitato oltre 163 miliardi di risorse tra il 2005 e il 2019.

Più che raddoppiato il numero di imprese clienti 

Dall’analisi emerge che il numero di operazioni è passato dalle circa mille del 2008 alle oltre 2 mila del 2019, mentre il numero di imprese clienti è più che raddoppiato, passando dalle 500 del 2008 alle oltre 1.300 nel 2019, di cui il 75% Pmi. E a beneficiarne di più è l’export: secondo l’Istat dal 2010 al 2019 il numero degli esportatori nazionali è aumentato del 3,4%, rispetto al 22,5% registrato tra le imprese clienti di Sace e Simest.  Tra i settori spicca la meccanica strumentale, con oltre il 30% delle imprese, in particolare dei comparti macchine, moda, costruzioni e alimentare. Rilevanti però risultano anche i comparti ad alta intensità tecnologica e dei mezzi di trasporto. Per Sace Bt si evidenziano i settori più legati al consumo, come ad esempio agroalimentare, moda e distribuzione.

Il 58% è nel Nord-Est

Negli ultimi due anni si conferma poi anche la forte crescita delle imprese appartenenti ai settori del Made in Italy (agroalimentare e sistema moda).
Per quanto riguarda la distribuzione a livello territoriale è il Nord-Est a guidare la classifica, con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, che rappresentano il 58% delle imprese. Al Sud si distinguono Campania, Puglia e Sicilia. Quanto alla destinazione delle strategie di internazionalizzazione, tra il 2015 e il 2019 le principali geografie di riferimento sono state il Brasile, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia. Solo nel 2019, anche l’India ha avuto un ruolo in primo piano.

L’analisi degli strumenti

Nello specifico, gli strumenti analizzati hanno riguardato l’export credit di Sace (volto a proteggere dal rischio insolvenza e diviso in credito fornitore, credito acquirente e documentario), le garanzie Sace per facilitare l’accesso al credito e migliorare la competitività nelle gare d’appalto internazionali, e gli strumenti di sostegno degli investimenti diretti esteri. Il factoring estero per garantire liquidità alle imprese, con strumenti per la patrimonialità, patrimonializzazione ed export credit sono stati messi in campo da Simest. Invece, per Sace Bt l’analisi ha considerato la polizza globale, che consente alle imprese di assicurare l’intero fatturato dilazionato, e la sviluppo export, dedicata all’attività internazionale della clientela.

Riforma fiscale: quanto risparmieranno gli italiani sull’Irpef 2022?

La riforma fiscale dell’Irpef varata dal Governo Draghi prevede quattro aliquote anziché cinque, e garantisce una detrazione di base da 3.100 euro contro gli attuali 1.880 euro. Come ricorda laleggepertutti.it, con la riforma fiscale si alza sopra gli 8.000 euro la soglia della ‘no tax area’, ovvero aumenta il numero dei contribuenti più poveri esenti dal pagamento dell’Irpef. E tale limite viene portato a 8.500 euro per i pensionati. Ma quanti soldi risparmieranno gli italiani in tasse dal 2022? E il ‘peso’ che verrà tolto da una parte sarà caricato da un’altra?

Bonus e detrazioni: chi ne beneficerà?

Il nuovo sistema di detrazioni fiscali previsto dal 2022 si ‘mangerà’ però il bonus Renzi da 80 euro, portato dal secondo Governo Conte a 100 euro. In pratica, non si troverà più in busta paga il contributo in soldi, ma i lavoratori ne beneficeranno sotto forma di detrazione fiscale. Non tutti, però. Il bonus ‘in moneta’ continuerà a essere versato a chi ha un reddito inferiore a 15.000 euro, poiché un’Irpef troppo bassa non consentirebbe di utilizzare la detrazione. Ma come si traduce nella pratica tutto questo impianto teorico di bonus e di sconti?

Il peso delle tasse sulle fasce di reddito imponibile

Il ministero dell’Economia prova a spiegare in una tabella che riporta il reale peso dell’Irpef sul reddito imponibile, e che si può sintetizzare in questo modo: chi guadagna tra 12mila e 15mila euro l’anno avrà un peso Irpef quasi impercettibile, circa il 2%. Da 15mila a 20mila euro, il peso Irpef sarà il 9,6%, da 20mila a 26mila euro, il 13%, da 26mila a 29mila euro, il 17,4%, da 29mila a 35mila euro, il 19,9%, da 35mila a 40mila euro, il 22,5%, da 40mila a 50mila euro, il 25%, da 50mila a 55mila euro, il 27,1%, da 55mila a 60mila euro, il 28,2%, e così via, fino ai redditi più alti.

La fascia centrale dei redditi è la più colpita

Quelli, ad esempio, tra 90mila e 100mila euro avranno un peso reale dell’Irpef di quasi il 33%, e superano il 40% i redditi che appartengono ai contribuenti più ricchi, con redditi sopra i 300mila euro. Questa tabella dice che l’aumento del peso dell’Irpef accelera proprio nella fascia centrale dei redditi, quella cioè a cui appartiene la maggior parte dei lavoratori dipendenti. Secondo i ‘calcoli frenetici’ di questi giorni, il risparmio ‘in soldoni’ che si troverà in busta paga sarà questo: fino a 15mila euro sarà di 61 euro, da 15mila a 28mila euro, 150 euro, da 28mila a 50mila euro, 417 euro, da 50mila a 55mila euro, 692 euro, da 55mila a 75mila euro, 468 euro, e oltre 75mila euro, 247 euro.

Lombardia, il terziario è ancora in crisi ma le prospettive sono positive

In Lombardia il peggio dovrebbe essere passato e la ripresa potrebbe essere vicina. Le riaperture, sostenute dal procedere della campagna vaccinale e da dati di contagio in costante miglioramento, sono infatti alla base della previsione relativamente ottimistica che viene dagli imprenditori di cui Unioncamere Lombardia raccoglie la voce. 

Il settore più colpito

Il terziario si conferma il comparto economico regionale più colpito dalla crisi: il fatturato delle imprese lombarde attive nei servizi (-1,8% tendenziale) e nel commercio al dettaglio (-1,6%) diminuisce ulteriormente a inizio 2021 rispetto al primo trimestre 2020, periodo in cui gli effetti negativi della crisi avevano già iniziato a farsi sentire. Dopo il recupero che l’anno scorso aveva caratterizzato i mesi estivi, le misure restrittive del secondo lockdown hanno penalizzato nuovamente questi settori già in sofferenza, portando ad ulteriore allargamento del divario rispetto ai livelli pre-crisi, che si attesta al -15,4% per i servizi e al -11,7% per il commercio al dettaglio. Nei servizi, i settori più in difficoltà sono le attività di alloggio e ristorazione e i servizi alle persone: il calo rispetto alla media 2019 supera il 50% per le prime e il 20% per i secondi mentre mostrano una riduzione molto più contenuta i servizi alle imprese (-7,6%) e il commercio all’ingrosso (-4,4%).

Due mondi nel commercio al dettaglio

Nel commercio al dettaglio si conferma la divaricazione nei comportamenti di spesa. I negozi non specializzati, come minimarket e supermercati (che hanno beneficiato dell’aumento dei consumi alimentari domestici: +0,3% rispetto alla media 2019) confermano la loro dinamica positiva, mentre per i negozi non alimentari il divario con il periodo pre-Covid tocca il -20%.

Le ragioni dell’ottimismo

“Le imprese del terziario hanno pagato e stanno ancora pagando il prezzo più pesante di questa crisi ma l’ottimismo sta tornando – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia – se il cammino verso le riaperture rimarrà costante, la ripresa dovrebbe essere ormai vicina e gli imprenditori sono pronti a fare la loro parte per ripartire: per molte imprese dei settori più colpiti ormai è quasi una questione di sopravvivenza”.
Le vaccinazioni e il progressivo allentamento delle misure restrittive permettono però di guardare lo scenario attuale da una nuova prospettiva. Insomma, nonostante i risultati di vendita sicuramente non brillanti di inizio 2021, si torna a vedere rosa. O almeno a vedere la fine di questo lungo tunnel. Le aspettative degli imprenditori sono infatti in deciso miglioramento, con previsioni positive sia in termini di fatturato, sia per quanto riguarda il livello di occupazione. E i prossimi mesi dovrebbero essere veramente decisivi. 

Mercato del lavoro, nell’industria e nei servizi ci sono posti vacanti

Si sente spesso dire che oggi in Italia sia difficilissimo trovare un lavoro, quasi una missione impossibile. Forse non è esattamente così. Fermo restando che esistono grandi criticità nel mercato del lavoro, specie in alcune zone d’Italia, è altrettanto vero che esistono delle possibilità insperate. Almeno è quello che mette in evidenza l’Istat, che nelle sue stime preliminari appena diffuse  rivela che esistono diversi posti vacanti nelle imprese dell’industria e dei servizi, L’indagine si riferisce al primo trimestre del 2021. L’Istituto di Statistica precisa che la definizione “posti vacanti” si riferisce alle ricerche di personale che, alla data di riferimento (l’ultimo giorno del trimestre), sono iniziate e non ancora concluse. In altre parole, i posti di lavoro retribuiti (nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di liberarsi) per i quali il datore di lavoro cerca attivamente al di fuori dell’impresa un candidato adatto ed è disposto a fare sforzi supplementari per reperirlo.

Più ruoli scoperti nell’industria rispetto ai servizi

Sono nell’industria più che nei servizi i posti vacanti, quasi a confermare una maggiore dinamicità nei comparti industriali rispetto ai secondi. In base alle stime diffuse dall’Istat, nel primo trimestre 2021, il tasso di posti vacanti destagionalizzato – per il totale delle imprese con dipendenti – si attesta all’1,0% nel complesso delle attività economiche, all’ 1,2% nell’industria e all’1,1% nei servizi. Rispetto al trimestre precedente la situazione appare abbastanza stabile, seppur con un incremento più marcato nell’industria (+0,3 punti percentuali) e più leggero nei servizi (+0,1 punti percentuali). La situazione è analoga anche per le PMI: nelle imprese con almeno 10 dipendenti, il tasso di posti vacanti è pari all’1% e aumenta nel comparto dell’industria (+0,2 punti percentuali). 

Come si calcola il numero di posti liberi

E’ dal 2016 che l”Istat opera questa analisi trimestrale, ora anche nelle PMI ovvero le piccole e medie imprese con almeno 10 dipendenti. Il tasso di posti vacanti è il rapporto percentuale fra il numero di posti vacanti e la somma di questi ultimi con le posizioni lavorative occupate. Tale indicatore può fornire informazioni utili per interpretare l’andamento congiunturale del mercato del lavoro, dando segnali anticipatori sul numero di posizioni lavorative occupate. I dati si riferiscono, come anticipato, ai comparti dell’industria e dei servizi e si basano su due rilevazioni: la rilevazione mensile sull’occupazione, gli orari di lavoro, le retribuzioni e il costo del lavoro nelle grandi imprese (GI), condotta sulle imprese con almeno 500 dipendenti, e la rilevazione trimestrale sui posti vacanti e le ore lavorate (Vela), condotta sulle imprese fino a 499 dipendenti.  

Più sicurezza ai piani bassi grazie alle inferriate

Una delle necessità delle persone che vivono ai piani bassi, o direttamente al livello di strada, è quello di garantire il massimo della sicurezza per quanto riguarda la porta di accesso a casa. Gli appartamenti che si trovano a livello di strada infatti, così come quelli che hanno un ingresso sul retro (magari in giardino) sono quelli maggiormente esposti agli attacchi di eventuali malintenzionati in quanto facili da raggiungere e dunque per questo più esposti al rischio.

Per questo motivo coloro i quali sono interessati da questo problema sono certamente alla ricerca di soluzioni che consentano di risolvere in maniera definitiva ed efficace la possibilità che qualcuno possa forzare la porta di ingresso e dunque accedere in casa.

Le inferriate apribili garantiscono il massimo della sicurezza

Da questo punto di vista sicuramente le inferriate apribili rappresentano la soluzione definitiva ed efficace di cui si avverte la necessità. Esse rappresentano infatti una barriera impossibile da superare perché realizzate con ferro inossidabile e dunque semplicemente impensabili da riuscire in qualche modo a superare.

Questo tipo di prodotto offre dunque tutta la sicurezza di cui si ha bisogno, unita ad una grande facilità di utilizzo, dato che le inferriate apribili possono essere aperte al bisogno con un semplice gesto della mano e dunque consentire facilmente l’ingresso e l’uscita dall’abitazione o dai locali.

Inoltre il loro impatto estetico è particolarmente gradevole dato che, grazie alla sapiente lavorazione del ferro battuto, il loro design è pensato appositamente per riuscire ad adattarsi ad ogni tipo di contesto.

Inferriate fisse per le finestre

Per tutte quelle aperture che non necessitano invece di un sistema di apertura perché non adibite al passaggio di persone o cose (ad esempio le finestre) è possibile invece installare le inferriate fisse, che rappresentano una soluzione efficace e definitiva.

Terziario in crisi, servizi alla persona -27,2%, alloggio e ristorazione -36,2%

Nel quarto trimestre 2020 il peggioramento della situazione sanitaria ha colpito con particolare intensità le attività economiche del settore terziario lombardo, ulteriormente allontanate dai livelli di fatturato dell’anno precedente. Per il commercio al dettaglio la variazione tendenziale risulta infatti pari al -4,2%, dopo il -0,7% del terzo trimestre 2020, mentre per i servizi il calo raggiunge il -8,7%, contro il -7,3% del trimestre precedente. Dati non confortanti, attenuati in parte dai risultati in controtendenza di minimarket, supermercati e ipermercati, che segnano un +3,6% nello stesso periodo. Si tratta di alcune evidenze emerse dal report su Servizi e Commercio al dettaglio in Lombardia nel IV trimestre 2020 condotto da Unioncamere Lombardia.

Le misure restrittive penalizzano i settori già colpiti dal primo lockdown

Insomma, dopo la ripresa evidenziata nei mesi estivi grazie alle riaperture, le misure restrittive di Governo e Regioni adottate nuovamente da ottobre hanno nuovamente penalizzato i settori alloggio e ristorazione, commercio non alimentare, e servizi alla persona, già colpiti duramente dal primo lockdown.

Nei servizi però la caduta del fatturato nel quarto trimestre non è estesa a tutti i comparti. Commercio all’ingrosso e servizi alle imprese proseguono il recupero dei livelli di attività, con una variazione rispetto allo stesso periodo del 2019 che si attesta rispettivamente al -0,4% e al -2,8%. Gli effetti delle misure anti-Covid colpiscono invece, ancora una volta, i servizi alla persona (-27,2% la variazione tendenziale) e le attività di alloggio e ristorazione (-36,2%).

Prosegue la tendenza positiva per i negozi non specializzati

Anche nel commercio al dettaglio gli effetti delle misure anti-Covid sono differenziati a seconda della tipologia merceologica. Le conseguenze più negative riguardano ancora una volta i negozi non alimentari (-10,8% la variazione rispetto al quarto trimestre 2019), mentre per i negozi specializzati di alimentari, tipicamente di piccole dimensioni (fruttivendoli, macellerie, pescherie, ecc.), la perdita risulta limitata (-1,4%). Prosegue invece la tendenza positiva dei negozi non specializzati, che comprendono minimarket, supermercati e ipermercati, dove l’incremento di fatturato si consolida ulteriormente del +3,6%.

La flessione più marcata dell’intera serie storica

Il consuntivo del 2020 si chiude così in rosso, sia per il commercio al dettaglio (-6,5% la media annua) sia, ancor più negativamente, per i servizi (-12,3%).

Si tratta in entrambi i casi della flessione più marcata dell’intera serie storica.

“Con le nuove ondate della pandemia molte attività del terziario hanno ricevuto un nuovo e durissimo colpo – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia -. Turismo e ristorazione, servizi alla persona e commercio non alimentare si trovano in una situazione senza precedenti, con rischi immediati e concreti per la stessa sopravvivenza delle imprese”.

Mercato del lavoro, una quiete prima della tempesta

La situazione del mercato del lavoro in Italia negli ultimi mesi fa pensare al rischio quiete prima della tempesta A novembre 2020 infatti l’occupazione delle imprese artigiane, micro e piccole ha registrato un andamento sostanzialmente piatto. All’apparenza può sembrare un dato positivo, considerata la crisi socio-economica persistente, ma in realtà ciò è stato determinato in gran parte da fattori esterni al mercato del lavoro, come il divieto di licenziamento e il massiccio ricorso alla cassa integrazione guadagni. È quanto emerge dall’Osservatorio Lavoro della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, e curato dal Centro studi della Confederazione.

La crescita dei posti di lavoro dopo cinque anni si ferma

L’Osservatorio analizza mensilmente le tendenze dell’occupazione nelle imprese artigiane, micro e piccole dal dicembre 2014, anno di inizio della stagione di riforme che ha profondamente modificato il mercato del lavoro italiano. I dati sull’occupazione in questo importante segmento di imprese coprono ormai undici mesi su dodici e già permettono di registrare alcuni dati di fatto. Il più evidente è l’arresto della crescita dei posti di lavoro dopo cinque anni. A novembre l’incremento, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, è stato appena percettibile, segnando un +0,2%. Va però sottolineato che questo è accaduto solo grazie all’azione pubblica a difesa dell’occupazione. A novembre le cessazioni, anno su anno, registrano infatti un calo del 20,4%. Dato quasi perfettamente bilanciato dall’altrettanto brusca riduzione delle assunzioni, in diminuzione tendenziale del 22,3%.

Prosegue la ricomposizione delle tipologie contrattuali

In linea con gli anni precedenti, poi, è anche la ricomposizione delle tipologie contrattuali. Il tempo indeterminato, nettamente predominante fino a pochi anni fa, ormai rappresenta solo poco più della metà totale. In particolare, il 54,7%, contro l’84,8% di dicembre 2014.

Segno, questo, che il contratto a tempo indeterminato si sta dimostrando il più adatto alle esigenze di flessibilità delle piccole imprese, esigenze che ne costituiscono un punto di forza non secondario, ma al contempo anche del persistere, e non potrebbe essere altrimenti, di una grande incertezza sul futuro.

Quando l’intervento pubblico cesserà le imprese faranno i conti con l’andamento economico

Per avere il quadro definitivo del mercato occupazionale nell’anno appena trascorso bisognerà attendere qualche settimana. I dati pubblicati dall’Osservatorio rappresentano un risultato sicuramente molto interessante dal punto di vista statistico, che però non riuscirà a far spostare l’obiettivo di crescita quando l’intervento pubblico cesserà, e le imprese saranno chiamate a fare i conti con l’andamento e le prospettive economiche. Solo in quel momento, sottolinea l’Osservatorio lavoro della Cna, si potrà conoscere quanto effettivamente l’emergenza sanitaria avrà condizionato l’occupazione nelle imprese artigiane italiane, micro e piccole.

Il customer care dei brand secondo i consumatori europei

La qualità del servizio clienti è fondamentale per la costruzione della fedeltà al brand. Quanto alle ricadute dei servizi clienti sul brand, l’utilizzo di social media e di sistemi di messaggistica istantanea sono driver sempre più centrali nel rafforzamento dell’immagine di un’azienda.  Ma cosa pensano i consumatori europei dei sevizi clienti? Alla domanda risponde il Customer Services Observatory 2020, la ricerca di BVA condotta su un campione di 5000 cittadini di Francia, Spagna, Germania, Regno Unito e Italia tra il 24 agosto e il 2 settembre 2020. 

Banche e operatori telefonici i più “chiamati”

Sebbene telefono e mail ricoprano un ruolo centrale nella relazione con il cliente, l’Italia e la Spagna sembrano i Paesi più propensi all’utilizzo di canali emergenti come social media o servizi di messaggistica istantanea. E se banche e operatori telefonici sono i settori più “battuti” soprattutto in Spagna (49%) e in Italia (47%), le lamentele e i servizi post-vendita sono i motivi principali che spingono ad affidarsi al customer care, con picchi tra i tedeschi (45% per le lamentele e 44% per i servizi post-vendita) e tra i francesi (52% e 42%). In Italia, oltre ai motivi più frequenti, un altro motivo di contatto è la richiesta di informazioni prima dell’acquisto (34%).

Le ricadute sull’immagine del brand

Quando un consumatore giudica l’immagine di un’azienda la qualità della relazione con il cliente resta fondamentale per la quasi totalità dei consumatori, con un picco del 93% in Germania e Spagna e un minor consenso in Italia (88%). Ma se la qualità della relazione con il cliente è reputata scarsa la maggior parte dei consumatori è portata addirittura a non comprare un prodotto o ad annullare un abbonamento. Al contrario, nel caso in cui il servizio clienti offra un ottimo servizio gli italiani sono quelli che tendono a spendere di più e a essere più fedeli al brand (83%) Inoltre, il fatto che un’azienda utilizzi nuovi canali digitali come social media e sistemi di messaggistica istantanea per comunicare con i clienti è un driver centrale nella valutazione di un brand, soprattutto per i consumatori spagnoli (77%), italiani (75%) e britannici (68%).

Le emozioni dei consumatori

I tedeschi sono i consumatori che hanno avuto la risposta emotiva più importante con i vari settori aziendali dedicati alla relazione con il cliente, sentendosi più ascoltati e privilegiati rispetto ai clienti degli altri Paesi. In Italia, il settore che ha suscitato più sorpresa è quello dell’e-commerce (64%), mentre una sensazione di privilegio è stata provata interfacciandosi con il settore Retail (58%). Nell’ultimo anno, poi, i consumatori spagnoli, tedeschi e britannici hanno provato più volte emozioni positive relazionandosi con un’azienda, mentre lo stesso non vale per italiani e francesi. In ogni caso, sempre più consumatori si rivolgeranno più spesso alle aziende da remoto (65% italiani e 73% spagnoli), soprattutto per sondare la disponibilità di un prodotto (77% britannici e 73% italiani), prendere appuntamenti (66% tedeschi) e prenotare un prodotto (51% tedeschi).

Le famiglie italiane evitano l’acquisto se il prodotto non è sostenibile

Nonostante il protrarsi della pandemia da coronavirus la sostenibilità continua a rimanere un elemento molto importante per i consumatori. Tanto che un numero crescente di consumatori sta modificando i propri comportamenti per effetto della sensibilità ai temi ambientali.  Il 36% delle famiglie italiane dichiara infatti di aver smesso di acquistare determinati prodotti o servizi a causa del loro impatto negativo sull’ambiente o sulla società. E il 30% evita i prodotti con un imballaggio in plastica, quando esiste un’alternativa. Ma se sono soprattutto i ragazzi a influenzare comportamenti di acquisto più sostenibili da parte delle famiglie per produttori e retailer è fondamentale tenere conto di questi atteggiamenti per impostare le proprie strategie.

No a servizi o prodotti a impatto negativo su ambiente e società

Si tratta di alcuni risultati dell’indagine 2020 #WhoCaresWhoDoes sulla sostenibilità e le preoccupazioni ambientali realizzata da GfK, secondo cui oggi più che mai la sostenibilità e la salvaguardia del pianeta sono in cima alle preoccupazioni dei consumatori. E se a livello europeo una famiglia su tre (35%) ha smesso di acquistare prodotti o servizi a causa del loro impatto negativo su ambiente o società tra i consumatori italiani del segmento Eco Active, i più ingaggiati dalle tematiche ambientali, la percentuale sale al 65%.  Gli italiani sono in media ben disposti anche rispetto al tema del riciclo, e dichiarano di riciclare molto di più rispetto alla media mondiale, anche se emerge che per il 58% delle famiglie è ancora poco chiaro cosa succede ai prodotti quando vengono riciclati.

L’importanza dell’imballaggio

Oltre la metà delle famiglie italiane poi si aspetta che le aziende mettano a disposizione confezioni fatte da materiale riciclabile al 100%, o materiali alternativi alla plastica. Un dato che nessun brand può permettersi di ignorare, anche perché il 62% degli italiani preferisce compare prodotti da aziende che dimostrano attenzione all’ambiente.   Quanto alle categorie di prodotto dove gli shopper ritengono di avere un’influenza maggiore in termini di sostenibilità, per l’Italia troviamo ai primi posti l’home e il personal care, mentre a livello europeo si piazzano in cima alla classifica frutta e verdura.

I giovani influenzano gli acquisti delle famiglie

Nel 2019, quando è stata lanciata la ricerca GfK #WhoCaresWhoDoes, sembrava che le tematiche green fossero importanti soprattutto per i più giovani, che si stavano attivando a livello globale con il movimento Fridays for Future. Quest’anno il mondo si è trovato ad affrontare una minaccia inattesa, la pandemia da coronavirus, ma nonostante questo, anche nel 2020 l’ambiente è rimasto in cima alle preoccupazioni dei consumatori. E ancora una volta sono i più giovani a fare la differenza, indirizzando i consumi delle famiglie verso una approccio più sostenibile.