Oggi in Italia crescita economica e ambiente iniziano a muoversi su strade parallele. I dati diffusi dall’Istat raccontano di un cambiamento in atto: nel 2024 il Pil italiano cresce dello 0,7%, ma l’energia consumata e le emissioni continuano a scendere. Il consumo energetico cala del 2,1%, le emissioni di gas climalteranti del 2,8%, mentre il consumo di materiale interno diminuisce dell’1,8%.
Già nel 2023 si era visto un andamento simile. Con un Pil in aumento dell’1%, l’energia era scesa del 4,8%, le emissioni del 5,9% e l’uso di materie prime del 5,4%. Non è solo una questione di percentuali: significa produrre ricchezza con minor impatto ambientale. Non è ancora una vera e propria rivoluzione green, ma è comunque il segno di un deciso cambio di mentalità.
Cosa c’è dietro il calo di energia ed emissioni
Il 2023 è stato un anno particolare. È diminuita la domanda di elettricità e, nello stesso tempo, è aumentata la produzione da fonti rinnovabili, soprattutto idroelettrico. Meno gas naturale, meno carbone. Anche il clima mite ha aiutato: meno riscaldamento, meno consumi. E poi c’è un fattore meno visibile ma decisivo, l’efficienza energetica, soprattutto nel settore civile.
Il ruolo delle famiglie è stato determinante. Nei consumi domestici si registra un -8,2%, con un taglio delle emissioni addirittura dell’11,7%. Nei trasporti, invece, la riduzione è stata più contenuta. Segno che in casa si può intervenire più facilmente, mentre cambiare abitudini di mobilità richiede tempo.
Nel 2024 il quadro cambia ancora. Le attività produttive riducono ulteriormente i consumi energetici (-4,1%) e le emissioni (-4,5%). Le famiglie, però, tornano a consumare un po’ di più: +2,2% complessivo, con un aumento sia negli usi domestici sia nei trasporti privati. Una sorta di ritorno alla normalità dopo la fase più rigida degli anni precedenti.
Ecoindustrie e spesa ambientale: un settore che tiene
Il comparto dei beni e servizi ambientali, le cosiddette ecoindustrie, nel 2023 raggiunge 214,7 miliardi di euro di produzione (+0,4%) e 80 miliardi di valore aggiunto (+2,2%). A fare la differenza sono ancora gli interventi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici, sostenuti dagli incentivi fiscali.
Anche la spesa per la protezione dell’ambiente cresce, arrivando a 52,9 miliardi (+2,8%). Le imprese aumentano gli investimenti, soprattutto nella gestione dei rifiuti. Non è un boom, ma è una tendenza costante.
Il capitolo imposte: più entrate dalla fiscalità verde
Infine, le imposte ambientali. Nel 2023 il gettito sale del 19,6%, raggiungendo 54,4 miliardi, anche per il ripristino delle accise sull’energia. Nel 2024 si arriva a 60,6 miliardi (+11,2%). Una parte importante delle entrate arriva proprio dalle imposte sull’energia elettrica.
Per concludere, è chiaro che l’Italia sta provando a crescere senza aumentare il peso sull’ambiente, mentre lo Stato incassa di più dalla fiscalità verde. Non è una strada semplice, ma le innovazioni non lo sono mai.
Ogni dicembre ci ritroviamo a fare i conti con liste, desideri e, naturalmente, conti da pagare. E anche quest’anno, tra rincari e prudenza, gli italiani non rinunceranno ai regali, ma lo faranno con un occhio più attento al budget.
Secondo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto EMG Different, la spesa media pro capite si aggirerà attorno ai 204 euro, per un totale di circa 8,7 miliardi di euro.
Budget in calo rispetto al 2024
Il dato più evidente è la contrazione del budget complessivo, che scende di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. Non stupisce, quindi, che circa tre milioni di persone dichiarino di voler ridurre la spesa per i doni, schiacciati dall’aumento delle uscite familiari, dalle bollette ai costi del carrello.
E quando il portafogli non basta, si ricorre a un sostegno esterno. Un’analisi mUp Research per Facile.it rivela che quasi il 18% dei regali finirà sotto l’albero grazie a prestiti personali o formule di pagamento dilazionato come il Buy Now Pay Later.
Chi regala di più: donne e over 65
Guardando più da vicino i dati raccolti, emergono differenze interessanti. Le donne, ad esempio, mostrano una maggiore propensione al regalo: in media metteranno in conto 208 euro a testa, circa il 4% in più rispetto agli uomini.
Ancora più generosi gli over 65, che arrivano a destinare ai doni ben 281 euro ciascuno, ovvero il 37% oltre la media nazionale.
Nord e Sud: due approcci diversi al Natale
Il divario resta marcato sul fronte geografico. Nel Nord Ovest ci si prepara a un Natale più “ricco”, con una spesa superiore del 20% rispetto al resto del Paese.
All’estremo opposto, le regioni del Sud e le Isole si attestano sui 177 euro a persona, segno di una maggiore prudenza o di una disponibilità economica più contenuta.
Non solo doni: i rincari che pesano sulle feste
Il portafogli, però, non si alleggerisce solo per i pacchetti. Il rapporto Facile.it – Consumerismo No Profit mette in evidenza un altro fronte caldo: gli alimentari. Analizzando i dati Istat, Consumerismo ricorda che tra il 2021 e il 2025 i prezzi del settore sono saliti di circa il 25%, con aumenti importanti su latte, formaggi, uova, pane e cereali. Tradotto: pranzi e cenoni costeranno di più, anche senza cambiare menù.
Aumenti che toccano pure decorazioni e addobbi. Solo lo scorso anno i prezzi dei prodotti natalizi sono cresciuti del 16%, e non ci sono segnali che lascino presagire un’inversione di tendenza.
Lo ha scoperto un’indagine che Facile.it ha commissionato all’istituto di ricerca EMG Different: non è vero che gli italiani non conoscono i vicini di casa, o peggio, che spesso hanno rapporti conflittuali. La fotografia emersa dall’indagine è ben diversa.
Quasi 6 italiani su 10 fra coloro che vivono in un in un contesto abitativo multifamiliare dichiarano di avere un rapporto civile e cordiale con il vicinato, instaurando un rapporto di condivisione che ha portato a benefici concreti. In alcuni casi, anche economici.
Oltre 560 milioni di euro risparmiati
Tanto è vero che grazie all’economia di condomino negli ultimi 12 mesi si è arrivati a risparmiare, in totale, più di 560 milioni di euro.
In particolare, le azioni di condivisione o aiuto vanno dal baby-sitting alla condivisione della linea internet, dall’aiuto nelle pulizie domestiche ai piccoli lavori di bricolage. Ma anche dog-sitting, ricezione pacchi, sorveglianza durante l’assenza e cura delle piante.
Tra chi lo ha fatto, il 94% dichiara di averne tratto un risparmio economico. E se per alcuni è difficile dare una misura di questo risparmio, circa 2 milioni di individui sono riusciti a quantificarlo, in media, in 269 euro.
Non è sempre tutto rose e fiori…
Il campione di residenti nel Nord Ovest ha risparmiato 313 euro, che salgono a 388 euro nei condomìni composti da un numero di famiglie compreso fra 6 e 10, e addirittura 392 euro nella fascia anagrafica 35 – 54 anni.
Tutto rose e fiori quindi? Chiaramente no.
Infatti, se circa 9 milioni di italiani parlano di un vero e proprio rapporto di amicizia con i vicini (in media sono 3 quelli con i quali hanno un legame stretto) poco più di 1,1 milioni dichiarano di avere un rapporto teso, se non apertamente conflittuale.
Inoltre, nel corso dell’ultimo anno il 18% degli intervistati ha dovuto discutere con qualcuno dei propri vicini.
Quali sono i motivi principali degli scontri?
A portare allo scontro sono stati soprattutto i rumori molesti (35%), la gestione dei posti auto condominiali (21%, ma fino al 30% se si guarda al solo sotto campione maschile) e l’utilizzo non autorizzato delle aree comuni del condominio (21%).
Sempre secondo l’indagine, fanno discutere anche la gestione dell’immondizia, lo scuotere tovaglie o il far sgocciolare i panni stesi sulla altrui proprietà. Pochissime le liti, per fortuna, causate dai bambini piccoli, appena l’8%.
Oggi la laurea viene esplicitamente richiesta in quasi 1 annuncio di lavoro su 2 (42%). Tuttavia, nonostante quasi la metà dei datori di lavoro (47%) dichiari di aver intensificato l’uso di titoli di studio formali negli ultimi tre anni, una scelta spesso dettata da preoccupazioni sulla qualità dei candidati (37%) o da preferenze dei responsabili (32%), è altrettanto vero che la laurea da sola non sembra più sufficiente a colmare le esigenze del mercato.
È quanto emerge da un sondaggio di Indeed, il portale per chi cerca e offre lavoro, che ha intervistato 500 recruiter italiani.
I programmi universitari non garantiscono competenze immediatamente spendibili
“Sebbene l’istruzione formale continui a essere tenuta in grande considerazione, l’evoluzione del mercato del lavoro, la difficoltà nel reperire i talenti e la necessità di formazione continua per stare al passo con gli sviluppi di un mondo del lavoro sempre più rapido, incidono anche sulle strategie di reclutamento”, commenta Gianluca Bonacchi, talent strategy advisor di Indeed.
Quasi la metà degli intervistati (49%) ritiene infatti che le lauree diventino obsolete in fretta, e addirittura il 62% lamenta che i programmi universitari non preparino le persone con competenze immediatamente spendibili per il lavoro. Tanto che oltre un quarto (26%) dei datori di lavoro non avrebbe barriere nel rimuovere i requisiti di laurea o di esperienza dalle proprie ricerche di lavoro, suggerendo che si stia diffondendo l’opinione che per alcune posizioni le competenze possono essere acquisite e dimostrate in altri modi.
Titolo di studio, AI e soft skill
“Per alcuni settori – continua Bonacci – il titolo di studio continuerà a essere un prerequisito, mentre per altri potrebbe non rappresentare più una discriminante o dovrà necessariamente viaggiare di pari passo alle competenze sviluppate in altro modo”.
La diffusione dell’Intelligenza artificiale, inoltre, sta iniziando a giocare un peso anche nella valutazione dei candidati entry-level.
Non a caso, il 18% dei datori di lavoro considererebbe l’AI come alternativa a un neolaureato per mansioni specifiche.
Va da sé che in questo contesto, le soft skill emergono come elementi distintivi fondamentali per i profili junior.
Le competenze possono essere acquisite tramite percorsi diversificati
Le competenze trasversali più valorizzate dai datori di lavoro sono la capacità di lavoro di squadra (52%), adattabilità e flessibilità (50%), attitudine al problem-solving e pensiero critico (50%).
Significative anche l’agilità di apprendimento e la curiosità (44%), riporta Adnkronos, oltre alla capacità di prendere iniziativa ed essere proattivi (40%).
“In sintesi, il nostro studio evidenzia un panorama del reclutamento in rapida evoluzione –-sottolinea il talent strategy -. Sebbene la laurea continui a mantenere un ruolo importante e resti un requisito spesso richiesto, cresce la convinzione che le competenze possano essere acquisite anche attraverso percorsi più diversificati, soprattutto in un contesto in cui l’Intelligenza artificiale sta iniziando a influenzare le pratiche lavorative”.
Sono più di 7 milioni i proprietari di cani e gatti in partenza per le vacanze che porteranno con sé i propri amici a quattro zampe. In particolare, nel caso di Fido più di un padrone su due (57,4%) lo porterà in viaggio, nel caso di Micio meno di uno su tre farà le vacanze con il proprio gatto.
Ma quali sono i principali timori quando si va in vacanza con cani e gatti?
Il 41,6%, vale a dire 9,5 milioni, ha paura di perdere l’animale, percentuale che raggiunge il 47,0% nella fascia 35-44 anni. Il secondo è che Fido o Micio stiano male durante il viaggio, preoccupazione condivisa da 8,6 milioni di padroni (38,8%), in particolare dai 25-34enni (43,3%) e dalle donne (44,7%).
Emerge dall’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different.
E se si ammala? E se lo perdo? E se danneggia la camera?
Per il 30,9% c’è anche la paura che l’animale non si ambienti ai nuovi spazi, valore che raggiunge il 41,2% tra chi ha un’età compresa tra 55 e 64 anni.
Un’altra preoccupazione è quella che in caso di necessità non ci sia una struttura veterinaria vicina (26,6%), che l’animale si ammali/infortuni una volta giunti a destinazione (17,8%) e che faccia danni alla struttura ospitante (13,9%).
La maggior parte di queste preoccupazioni possono diventare pensieri lontani se si sottoscrive un’assicurazione dedicata agli animali. Purtroppo sono ancora tanti coloro che non pensano a tutelare Micio e Fido con una polizza che durante le ferie li metta al riparo da eventuali imprevisti.
Per fortuna esiste l’assicurazione
Secondo l’indagine solo il 32,2% dei proprietari (7,5 milioni) ha sottoscritto una copertura assicurativa, percentuale che raggiunge il 42,8% nel caso dei cani e scende al 17,5% per i gatti.
Oltre alla copertura Rc contro eventuali danni arrecati a terzi e al rimborso delle spese in caso di malattia o infortunio, ci sono prodotti che mettono a disposizione servizi specificamente pensati per le vacanze, come ad esempio una centrale operativa specializzata nell’organizzazione di viaggi a misura di ‘cane e gatto’. Un supporto che va dalla ricerca della struttura ricettiva più adatta, fino alla spiaggia o ai ristoranti pet-friendly.
Tante soluzioni per partire con tranquillità
Dato che il 10,4% dei proprietari è preoccupato che il proprio animale domestico si possa far male durante un sinistro stradale, nel caso in cui l’incidente sia con colpa l’amico a 4 zampe non è tutelato dall’Rc auto del proprietario. Per ovviare al problema, alcune compagnie assicurative offrono una garanzia opzionale che tutela l’animale. Ma queste coperture sono valide solo se l’animale è trasportato secondo le norme del Codice della Strada .
Cosa fare, invece, se si avvera il timore che Fido o Micio stiano male? In alcuni casi la compagnia, oltre al rimborso per eventuali spese sostenute per esami, cure e interventi chirurgici, arrivano anche a rimborsare i costi extra di alloggio sostenuti qualora si dovesse prolungare la permanenza.
In un contesto caratterizzato da turbolenze e incertezze, anche nel secondo trimestre del 2025 l’economia italiana continua a mostrare segnali di vivacità. Già la nostra previsione a +0,3% congiunturale per il primo quarto dell’anno in
La presenza di un quadro positivo nel secondo trimestre dell’anno, le cui evidenze principali sono date dal permanere dell’occupazione ai massimi storici e, dopo oltre un triennio, dal ritorno ad aprile della produzione industriale in territorio debolmente positivo, si riflette nel recupero della fiducia di imprese e famiglie registrato a maggio.
Ma secondo l’indagine Confcommercio-Censis, in ottica di misurazione del sentiment di più lungo termine, la fiducia resta sotto i livelli del 2024.
E in questo contesto, che beneficia di una stabilizzazione dell’inflazione su valori inferiori al 2%, non mancano le incognite legate all’evolversi delle politiche commerciali.
Per il 2025 crescita stimata prossima allo 0,8%
L’incertezza sugli sviluppi futuri del contesto internazionale potrebbe frenare il recupero della fiducia, uno degli elementi portanti per il miglioramento degli investimenti e dei consumi nella seconda parte dell’anno.
Stando alle stime Confcommercio, a maggio e giugno il Pil crescerebbe su base congiunturale dello 0,1%, valori che a giugno porterebbero la variazione su base annua allo 0,8%. Nella media del secondo trimestre la stima è di una crescita dello 0,4% congiunturale, andamento su cui hanno inciso i buoni risultati di aprile, e dello 0,9% tendenziale.
Queste stime sono coerenti con la possibilità di realizzare, in assenza di particolari shock, una crescita nell’intero 2025 prossima allo 0,8%.
Sono i beni a mostrare maggiori segnali di difficoltà
L’anello debole della catena continua a essere rappresentato dalle difficoltà dei consumi di instradarsi su un sentiero di crescita consolidato.
Le famiglie italiane, nonostante i miglioramenti occupazionali e reddituali, continuano a mostrare una scarsa propensione al consumo.
Queste valutazioni sono confermate dall’andamento dei consumi misurati nella metrica dell’Indicatore Consumi Confcommercio.
Sulla base delle prime stime, dopo il recupero di aprile a maggio l’indicatore registra una variazione nulla nel confronto annuo.
Il dato è sintesi di una crescita per i servizi (+0,4%) e una riduzione per i beni (-0,3%).
Andamenti che consolidano, al netto di fattori episodici, la tendenza alla terziarizzazione del consumo, mentre sono i beni, soprattutto i più tradizionali, a mostrare maggiori segnali di difficoltà.
Prezzi al consumo: +1,7% su base annua
I comportamenti delle famiglie non sembrano, al momento, ancora riflettere i benefici sul reddito disponibile reale derivanti dalla stabilizzazione dell’inflazione che si conferma, anche a giugno, sotto controllo.
Le stime indicano per giugno una variazione dei prezzi al consumo dello 0,1% congiunturale, confermando la crescita su base annua all’1,7%.
L’esaurirsi delle moderate spinte inflazionistiche registrate nella parte finale del 2024, e l’ipotesi del permanere dell’inflazione sui livelli attuali anche nei prossimi mesi, è confermata dalla scelte della BCE, che attuando una politica monetaria meno restrittiva, evidenzia come al momento il problema principale non sia rappresentato dall’andamento dei prezzi, ma dalla crescita.
Lo svela un’indagine condotta da Assoutenti: gli italiani devono sobbarcarsi costi tra i più alti d’Europa per il rilascio dei documenti. E mentre l’Europa punta a rendere i servizi pubblici digitali più efficienti, in Italia la digitalizzazione non ha portato i benefici sperati.
È il paradosso della burocrazia Made in Italy.
Qualche esempio? In Italia chi richiede il passaporto deve affrontare una spesa minima di 116 euro, la somma di un bollettino da 42,5 euro e un contrassegno amministrativo da 73,5 euro.
Se la richiesta viene presentata attraverso il servizio messo a disposizione da Poste Italiane, è previsto un costo aggiuntivo di 14,2 euro. Se si opta per la consegna a domicilio vanno pagati ulteriori 9,53 euro.
Passaporto: in Spagna costa 30 euro
In altri Paesi la spesa è decisamente più ridotta.
In Germania per ottenere il passaporto con la procedura standard la spesa è di 70 euro per i cittadini con più di 24 anni, 37,5 euro per gli under 24. E se si opta per la procedura espressa, il costo sale rispettivamente a 102 e 69,5 euro. Servono invece 86 euro in Francia, e bastano appena 30 euro in Spagna.
Nel Regno Unito il costo per il rilascio del passaporto è di 94,5 sterline (circa 112 euro) con la richiesta online, 107 sterline (126,7 euro) con modulo cartaceo.
CI: in Francia è gratis
Anche per il rilascio della carta di identità elettronica (CIE), in Italia la spesa a carico dei cittadini è più alta. Da noi si spendono 22,2 euro: 16,79 euro a titolo di spese di emissione quantificate dal Ministero dell’Interno, oltre i diritti fissi e di segreteria applicati dai comuni.
Bastano invece 12 euro in Spagna, mentre in Francia il rilascio del documento è addirittura gratuito.
Solo in Germania la spesa risulta più elevata rispetto all’Italia, 37 euro per i cittadini over24, 22,8 euro per chi ha meno di 24 anni.
Nel Regno Unito invece non è previsto per i cittadini un documento analogo alla nostra carta di identità.
Ma il vero salasso riguarda la patente
Gli italiani che devono rinnovare la latente di guida spendono fino a 133 euro così suddivisi: 16 euro per la marca da bollo, 10,2 euro per i diritti della Motorizzazione Civile, 7,3 euro per le spese di spedizione della patente tramite posta assicurata, da 60 a 100 euro per la visita medica obbligatoria.
In Germania la spesa è di appena 25 euro, In Spagna 24,58 euro, cui si aggiunge il costo della visita medica (tra 20 e 40 euro), in UK 14 sterline (16,58 euro) online, 21,50 sterline (25,46 euro) in ufficio postale, 17 sterline (20,13 euro) inviando la domanda via posta.
In Francia il rinnovo della patente di guida è gratuito, tranne in caso di smarrimento, furto o deterioramento, per i quali il duplicato costa 25 euro.
Un numero crescente di adolescenti in Italia tende a ritirarsi dalla vita sociale, limitando le proprie interazioni al solo contesto scolastico. Uno studio condotto dal gruppo di ricerca MUSA del Cnr-Irpps e pubblicato sulla rivista Scientific Reports evidenzia che il fenomeno dell’isolamento sociale tra i giovani si è intensificato dopo la pandemia, con cifre quasi raddoppiate in pochi anni.
La ricerca rivela una connessione diretta tra il crescente distacco sociale e una combinazione di fattori psicologici, relazionali e digitali.
Uno studio per comprendere le radici del fenomeno
L’indagine, realizzata dal team multidisciplinare “Mutamenti sociali, valutazione e metodi” (MUSA) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Irpps) con la collaborazione di Gianni Corsetti dell’Istat, ha analizzato i dati raccolti attraverso due ricerche condotte nel 2019 e nel 2022 su studenti delle scuole superiori italiane. Utilizzando la metodologia CAPI (Computer Assisted Personal Interview), sono stati intervistati rispettivamente 3.273 e 4.288 adolescenti tra i 14 e i 19 anni, creando una panoramica dettagliata sulle loro abitudini sociali.
Dallo studio emergono tre profili distinti di giovani: le “farfalle sociali”, molto attive nelle interazioni con amici e conoscenti; gli “amico-centrici”, che mantengono un ristretto ma solido gruppo di amicizie: i “lupi solitari”, ragazzi con una tendenza marcata all’isolamento.
Proprio all’interno di quest’ultimo gruppo si è registrato un incremento preoccupante: il numero di adolescenti che non vedono più i propri amici al di fuori della scuola è quasi raddoppiato, passando dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022.
L’iperconnessione come fattore di rischio
Secondo Antonio Tintori, autore dello studio insieme a Loredana Cerbara e Giulia Ciancimino, la pandemia ha accelerato un processo già in atto: il trasferimento delle relazioni sociali nel mondo digitale. L’iperconnessione ai social media, sebbene sembri favorire l’interazione, in realtà può alimentare il ritiro sociale, minando l’identità e il benessere psicologico degli adolescenti. Questo fenomeno è correlato anche a un aumento delle ideazioni suicidarie giovanili, a testimonianza di un disagio profondo che merita attenzione.
Nel 2019, il 15% degli adolescenti passava il tempo libero senza interagire faccia a faccia con amici. Nel 2022, questa percentuale è salita al 39,4%, evidenziando una tendenza preoccupante verso l’isolamento.
Chi sono i giovani a rischio?
Sebbene il fenomeno sia leggermente più diffuso tra le ragazze, non emergono differenze significative legate a regione di residenza, tipologia scolastica o status socio-economico. Ciò indica che il problema sta diventando trasversale e sistemico.
Gli adolescenti più inclini al ritiro sociale condividono alcuni tratti comuni. Ad esempio, hanno difficoltà nei rapporti familiari, in particolare con la madre; scarsa fiducia negli adulti, inclusi insegnanti e parenti; esperienze di bullismo e cyberbullismo; bassa autostima, spesso influenzata da standard estetici irraggiungibili; scarso coinvolgimento in attività sportive o ricreative.
Una possibile emergenza sociale?
Il fenomeno è stato paragonato a quello degli hikikomori giapponesi, giovani che si auto-escludono dalla vita sociale per lunghi periodi. Se non affrontata, questa tendenza potrebbe trasformarsi in una vera crisi sociale, con effetti negativi a lungo termine sul benessere della popolazione giovanile.
Secondo Tintori, è fondamentale potenziare gli interventi educativi rivolti a famiglie e insegnanti, oltre a prevedere forme di supporto psicologico specifico per gli adolescenti più vulnerabili.
Il gruppo di ricerca MUSA ha già avviato una nuova indagine longitudinale denominata “Mutamenti Interazionali e Benessere”, che monitorerà per cinque anni migliaia di studenti, con l’obiettivo di approfondire le dinamiche dell’isolamento sociale e proporre strategie di intervento efficaci.
Tra i lavoratori dipendenti privati del Nord e i colleghi del Sud le differenze retributive sono più che evidenti.
Secondo un’analisi condotta dall’Ufficio studi della CGIA, se i primi percepiscono una busta paga di circa 2mila euro lordi al mese, quella dei secondi, invece, sfiora 1.350 euro.
In buona sostanza, nel settentrione si guadagna mediamente quasi il 50% in più. In termini monetari, +8.450 euro lordi l’anno.
Sebbene le gabbie salariali siano state abolite nel 1972, oltre 50 anni di applicazione dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) non hanno mitigato le marcate differenze retributive tra le regioni
italiane, anche se l’obiettivo, in linea di massima, è stato raggiunto solo a livello intra-settoriale.
Le ragioni delle disuguaglianze
Per il mese di dicembre, ovviamente, lo spread riguarda anche la tredicesima mensilità, pagata proprio in questi giorni.
È chiaro che queste disuguaglianze salariali molto marcate sono legate al caro-vita e alla produttività, nettamente superiori al Nord rispetto al Sud, al fatto che i valori retributivi medi sono condizionati negativamente dalla presenza dei contratti a termine (part-time involontario, stagionali, intermittenti,
etc.), che gravitano in particolare nel Mezzogiorno, e alla concentrazione delle multinazionali, dei grandi gruppi industriali e degli istituti di credito/finanziari/assicurativi, che rispetto alle Pmi, erogano stipendi
più pesanti, ma non sono distribuiti uniformemente lungo tutto lo stivale. La presenza di queste realtà, infatti, si raccoglie, in particolar modo, nelle grandi aree urbane del Nord.
Dai 2.642 euro di Milano ai 1.030 di Vibo Valentia
In dettaglio, l’area geografica con gli stipendi medi più alti è Milano, dove la retribuzione mensile media nel 2023 è di 2.642 euro. Seguono i dipendenti privati di Monza-Brianza (2.218 euro) e i lavoratori delle province ubicate lungo la via Emilia (Parma, 2.144 euro, Modena, 2.129 euro, Bologna, 2.123 euro, Reggio Emilia, 2.072 euro)
Nella graduatoria nazionale di 107 province la prima realtà geografica del Mezzogiorno è Chieti, che occupa il 55° posto (1.598 euro), mentre tra le province con le retribuzioni più ‘leggere’, ci sono Trapani (1.143 euro), Cosenza (1.140 euro) e Nuoro (1.129 euro).
Maglia nera è Vibo Valentia (1.030 euro).
Nel 2023 buste paga +3,5% ma inflazione +5,6%
Nel 2023 il monte salari lordo erogato ai 17,3 milioni di lavoratori dipendenti privati ha toccato 411,3 miliardi di euro, equivalenti a una retribuzione media mensile lorda di 1.820 euro (+3,5% vs 2022). L’inflazione però è cresciuta del +5,7%. Inoltre, il 60% dell’ammontare complessivo delle retribuzioni sono state pagate ai lavoratori del Nord.
Quanto alla tredicesima, a partire dal 1960 i lavoratori dipendenti italiani ricevono nel mese di dicembre un doppio stipendio, ma questa gratifica natalizia risulta leggermente inferiore poiché il livello di tassazione è superiore rispetto a quello in capo allo stipendio ordinario.
Ma negli ultimi giorni di dicembre 2024, 4,6 milioni di lavoratori subordinati con un reddito lordo inferiore a 28.000 euro e almeno un figlio a carico, stanno percependo un bonus di 100 euro netti.
La maggior parte degli italiani sa che le foreste sono in grado di assorbire grandi quantità di CO2. Una consapevolezza meno diffusa tra i giovani (58% 18-24enni) rispetto ai 55-64enni (65%).
Quasi 3 italiani su 4 (73%) sanno poi che gli alberi abbassano la temperatura laddove sono piantati, limitando la formazione delle cosiddette ‘isole di calore’, ma 1 su 5 non sa che mitigano gli effetti della pioggia intensa e limitano gli allagamenti. E il 30% ignora che gli alberi nelle città sono in grado di assorbire la CO2.
Emerge da una ricerca della divisione Annalect di Omnicom Media Group per Prospettiva Terra, progetto fondato da Stefano Mancuso (accademico e divulgatore scientifico) e Marco Girelli, ceo Omnicom Media Group Italia.
Diffusione del verde in centro e nelle periferie
Per 3 abitanti su 4 nel proprio quartiere gli alberi sono diffusi (75%). Tuttavia, se a Torino e Roma la percentuale è del 90%, a Milano dell’80%, a Palermo del 63%, a Napoli solo del 51%.
Di fatto, Torino ha la più alta percentuale della superficie comunale occupata da aree verdi (18,2%), mentre Palermo si ferma al 4,8%. Inoltre, la percezione cambia anche in base alla zona della città in cui si vive: il dato è più forte man mano che dal centro (72%) ci si avvicina al semi-centro della città (75%), fino alla periferia (77%). In particolare, la percezione della forte presenza degli alberi cresce, anche fino al 30%, in periferia, mentre nelle aree centrali e semi-centrali si attesta intorno al 20%.
A Napoli e Palermo gli alberi sono più desiderati
Non a caso, dunque, Napoli e Palermo sono le città in cui gli alberi sono più desiderati (rispettivamente 93% e 87%). Sebbene nelle altre città gli alberi sono percepiti come più presenti, le percentuali restano alte: a Torino e a Milano la percentuale di chi vorrebbe più verde in città si attesta intorno al 75% e a Roma al 69%.
L’altro dato molto rilevante è quello della posizione rispetto alla città: il desiderio di avere più alberi, senza differenze sostanziali tra nord, centro e sud, è molto più sentito nel centro della città (87%) rispetto al semi-centro (80%) e, soprattutto, rispetto alla periferia (68%) dove la presenza degli alberi è tipicamente più forte.
Alleati del benessere
Una cosa sicuramente mette tutti d’accordo: da Nord a Sud, per la quasi totalità del campione (96%) essere circondati da può donare benessere mentale, serenità e gioia.
Napoli, una delle due città che lamentano una scarsa presenza di alberi, è quella in cui agli alberi viene maggiormente associata l’idea di maggior aiuto per il benessere mentale e la serenità.
E quando agli italiani viene chiesto quali pensieri e stati d’animo associano agli alberi, la risposta è un sentimento di serenità e leggerezza. La prima idea, riporta Adnkronos, è quella di relax (33%), seguita da purezza (22%), forza (17%), spiritualità (9%) e gioia (7%).