Secondo il Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con il Ministero del Lavoro, le imprese italiane stanno vivendo un’estate di intensa domanda occupazionale. Sono ben 575mila le posizioni aperte solo nel mese di luglio, mentre nel trimestre luglio-settembre il totale delle assunzioni previste supera 1,5 milioni.
Cresce l’occupazione in industria e servizi
Al netto del settore primario (agricoltura, pesca e silvicoltura), l’industria e i servizi registrano una netta espansione della domanda di lavoro, con 30mila assunzioni in più rispetto a luglio 2024 e un aumento di 85mila contratti nel trimestre rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Nel dettaglio, l’industria cerca circa 139mila lavoratori nel mese e oltre 374mila nel trimestre. Il comparto manifatturiero da solo assorbe oltre 91mila figure a luglio e circa 242mila nel trimestre, in particolare nelle industrie alimentari, meccatroniche e metallurgiche.
Anche l’edilizia registra numeri significativi, con 47mila posizioni aperte nel mese e 133mila nel trimestre.
Servizi: turismo e commercio catalizzano la domanda
Nei servizi, il numero di contratti programmati sfiora i 400mila a luglio e supera il milione nel trimestre. Il settore turistico si conferma il più attivo, con 136mila posizioni nel mese e 301mila nei tre mesi estivi.
A seguire, il commercio (76mila nel mese e 195mila nel trimestre) e i servizi alla persona (65mila e 207mila).
Il settore primario, seppur più contenuto, prevede 37mila assunzioni a luglio e 113mila nel trimestre.
Rimangono le “solite” difficoltà di reperimento
Il tempo determinato rimane la forma contrattuale più diffusa (64,3% delle nuove assunzioni), seguito dai contratti a tempo indeterminato (15,5%) e dalla somministrazione (8,2%).
Nonostante le offerte, trovare personale resta una sfida: il 45,4% dei profili è di difficile reperimento. A soffrire maggiormente il mismatch tra domanda e offerta sono le industrie metallurgiche, l’edilizia e i comparti moda e meccatronica.
I profili introvabili: tecnici, ingegneri e operai specializzati
Tra le figure professionali più richieste e difficili da reperire spiccano ingegneri, tecnici sanitari e professionisti della produzione. Tra gli operai specializzati, la carenza riguarda saldatori, lattonieri, montatori, oltre a chi lavora su macchinari industriali e mezzi di movimentazione.
Straniero un lavoratore su cinque
Il 20,3% delle assunzioni previste riguarda lavoratori stranieri, con quote più alte nei settori dell’agricoltura (34,5%), dei servizi di supporto (32,5%) e dell’industria alimentare (30,9%).
Sud in testa per numero di assunzioni
Dal punto di vista territoriale, il Sud e le Isole guidano la domanda con 194mila assunzioni a luglio e oltre 475mila nel trimestre. Seguono il Nord Ovest (139mila nel mese e 393mila nel trimestre), il Nord Est e infine il Centro.
Sono più di 7 milioni i proprietari di cani e gatti in partenza per le vacanze che porteranno con sé i propri amici a quattro zampe. In particolare, nel caso di Fido più di un padrone su due (57,4%) lo porterà in viaggio, nel caso di Micio meno di uno su tre farà le vacanze con il proprio gatto.
Ma quali sono i principali timori quando si va in vacanza con cani e gatti?
Il 41,6%, vale a dire 9,5 milioni, ha paura di perdere l’animale, percentuale che raggiunge il 47,0% nella fascia 35-44 anni. Il secondo è che Fido o Micio stiano male durante il viaggio, preoccupazione condivisa da 8,6 milioni di padroni (38,8%), in particolare dai 25-34enni (43,3%) e dalle donne (44,7%).
Emerge dall’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different.
E se si ammala? E se lo perdo? E se danneggia la camera?
Per il 30,9% c’è anche la paura che l’animale non si ambienti ai nuovi spazi, valore che raggiunge il 41,2% tra chi ha un’età compresa tra 55 e 64 anni.
Un’altra preoccupazione è quella che in caso di necessità non ci sia una struttura veterinaria vicina (26,6%), che l’animale si ammali/infortuni una volta giunti a destinazione (17,8%) e che faccia danni alla struttura ospitante (13,9%).
La maggior parte di queste preoccupazioni possono diventare pensieri lontani se si sottoscrive un’assicurazione dedicata agli animali. Purtroppo sono ancora tanti coloro che non pensano a tutelare Micio e Fido con una polizza che durante le ferie li metta al riparo da eventuali imprevisti.
Per fortuna esiste l’assicurazione
Secondo l’indagine solo il 32,2% dei proprietari (7,5 milioni) ha sottoscritto una copertura assicurativa, percentuale che raggiunge il 42,8% nel caso dei cani e scende al 17,5% per i gatti.
Oltre alla copertura Rc contro eventuali danni arrecati a terzi e al rimborso delle spese in caso di malattia o infortunio, ci sono prodotti che mettono a disposizione servizi specificamente pensati per le vacanze, come ad esempio una centrale operativa specializzata nell’organizzazione di viaggi a misura di ‘cane e gatto’. Un supporto che va dalla ricerca della struttura ricettiva più adatta, fino alla spiaggia o ai ristoranti pet-friendly.
Tante soluzioni per partire con tranquillità
Dato che il 10,4% dei proprietari è preoccupato che il proprio animale domestico si possa far male durante un sinistro stradale, nel caso in cui l’incidente sia con colpa l’amico a 4 zampe non è tutelato dall’Rc auto del proprietario. Per ovviare al problema, alcune compagnie assicurative offrono una garanzia opzionale che tutela l’animale. Ma queste coperture sono valide solo se l’animale è trasportato secondo le norme del Codice della Strada .
Cosa fare, invece, se si avvera il timore che Fido o Micio stiano male? In alcuni casi la compagnia, oltre al rimborso per eventuali spese sostenute per esami, cure e interventi chirurgici, arrivano anche a rimborsare i costi extra di alloggio sostenuti qualora si dovesse prolungare la permanenza.
Pratiche di meditazione avanzate hanno il potenziale di invertire l’età biologica del cervello. I ricercatori del Massachusetts General Hospital e della Beth Israel Deaconess Medical School, entrambe affiliate all’Università di Harvard, hanno confermato che meditare aiuta a invertire la senescenza del cervello.
I ricercatori hanno effettuato uno studio congiunto su meditatori avanzati che hanno partecipato un ritiro di Samyama Sadhana, un corso di aggiornamento per coloro che precedentemente hanno frequentato un programma di meditazione di otto giorni chiamato ‘Samyama’.
Lo studio ha incluso due gruppi di confronto sani e quattro gruppi di confronto con diversi gradi di patologie cerebrali correlate all’età.
Un’età cerebrale più giovane di 5,9 anni
“È meraviglioso che la scienza moderna sia in grado di identificare e misurare l’impatto delle scienze soggettive sul meccanismo umano”, ha commentato il dottor Bala Subramaniam, direttore del Sadhguru Center for a Conscious Planet presso il BIDMC dell’Harvard Medical School.
“Accrescere l’esuberanza e la vitalità del meccanismo umano rallenterà naturalmente il processo di invecchiamento e il declino cognitivo. Ogni essere umano deve investire nel proprio benessere fisico e mentale. Lo dobbiamo a noi stessi, alle persone che ci circondano e alle generazioni future – ha aggiunto Subramaniam -. Il nostro nuovo studio su Mindfulness dimostra che i meditatori avanzati hanno un’età cerebrale più giovane di 5,9 anni! La meditazione potrebbe essere la chiave per invertire l’invecchiamento cerebrale. Siamo orgogliosi di partecipare a questa ricerca rivoluzionaria”.
Età cerebrale versus età anagrafica
I ricercatori hanno osservato che le stime dell’età cerebrale, basate sui modelli neurali durante il sonno non-REM, erano notevolmente inferiori nel gruppo di meditazione rispetto ai non meditatori.
In alcuni casi, la differenza arrivava fino a un decennio o più. Ciò suggerisce un forte legame tra la pratica meditativa regolare e il mantenimento o addirittura il ringiovanimento della salute cerebrale.
Utilizzando l’elettroencefalografia notturna sono state ricavate misure fisiologiche dell’età cerebrale e sottratte all’età cronologica misurando la deviazione dell’età cerebrale apparente dall’età cronologica.
L’incontro fra antiche pratiche di benessere orientali e le neuroscienze
Lo studio ha sottolineato come sebbene siano necessari studi più ampi per confermare gli effetti a lungo termine i dati finora raccolti sono promettenti.
Questo potrebbe segnare una svolta nel modo in cui le pratiche di benessere orientali e le neuroscienze moderne affrontano l’invecchiamento.
Un numero di sempre più alto di persone oggi è alla ricerca di strategie olistiche per la longevità mentale e fisica. Combinare la meditazione antica con la ricerca moderna potrebbe fornire alcune risposte importanti.
In un contesto caratterizzato da turbolenze e incertezze, anche nel secondo trimestre del 2025 l’economia italiana continua a mostrare segnali di vivacità. Già la nostra previsione a +0,3% congiunturale per il primo quarto dell’anno in
La presenza di un quadro positivo nel secondo trimestre dell’anno, le cui evidenze principali sono date dal permanere dell’occupazione ai massimi storici e, dopo oltre un triennio, dal ritorno ad aprile della produzione industriale in territorio debolmente positivo, si riflette nel recupero della fiducia di imprese e famiglie registrato a maggio.
Ma secondo l’indagine Confcommercio-Censis, in ottica di misurazione del sentiment di più lungo termine, la fiducia resta sotto i livelli del 2024.
E in questo contesto, che beneficia di una stabilizzazione dell’inflazione su valori inferiori al 2%, non mancano le incognite legate all’evolversi delle politiche commerciali.
Per il 2025 crescita stimata prossima allo 0,8%
L’incertezza sugli sviluppi futuri del contesto internazionale potrebbe frenare il recupero della fiducia, uno degli elementi portanti per il miglioramento degli investimenti e dei consumi nella seconda parte dell’anno.
Stando alle stime Confcommercio, a maggio e giugno il Pil crescerebbe su base congiunturale dello 0,1%, valori che a giugno porterebbero la variazione su base annua allo 0,8%. Nella media del secondo trimestre la stima è di una crescita dello 0,4% congiunturale, andamento su cui hanno inciso i buoni risultati di aprile, e dello 0,9% tendenziale.
Queste stime sono coerenti con la possibilità di realizzare, in assenza di particolari shock, una crescita nell’intero 2025 prossima allo 0,8%.
Sono i beni a mostrare maggiori segnali di difficoltà
L’anello debole della catena continua a essere rappresentato dalle difficoltà dei consumi di instradarsi su un sentiero di crescita consolidato.
Le famiglie italiane, nonostante i miglioramenti occupazionali e reddituali, continuano a mostrare una scarsa propensione al consumo.
Queste valutazioni sono confermate dall’andamento dei consumi misurati nella metrica dell’Indicatore Consumi Confcommercio.
Sulla base delle prime stime, dopo il recupero di aprile a maggio l’indicatore registra una variazione nulla nel confronto annuo.
Il dato è sintesi di una crescita per i servizi (+0,4%) e una riduzione per i beni (-0,3%).
Andamenti che consolidano, al netto di fattori episodici, la tendenza alla terziarizzazione del consumo, mentre sono i beni, soprattutto i più tradizionali, a mostrare maggiori segnali di difficoltà.
Prezzi al consumo: +1,7% su base annua
I comportamenti delle famiglie non sembrano, al momento, ancora riflettere i benefici sul reddito disponibile reale derivanti dalla stabilizzazione dell’inflazione che si conferma, anche a giugno, sotto controllo.
Le stime indicano per giugno una variazione dei prezzi al consumo dello 0,1% congiunturale, confermando la crescita su base annua all’1,7%.
L’esaurirsi delle moderate spinte inflazionistiche registrate nella parte finale del 2024, e l’ipotesi del permanere dell’inflazione sui livelli attuali anche nei prossimi mesi, è confermata dalla scelte della BCE, che attuando una politica monetaria meno restrittiva, evidenzia come al momento il problema principale non sia rappresentato dall’andamento dei prezzi, ma dalla crescita.
Lo svela un’indagine condotta da Assoutenti: gli italiani devono sobbarcarsi costi tra i più alti d’Europa per il rilascio dei documenti. E mentre l’Europa punta a rendere i servizi pubblici digitali più efficienti, in Italia la digitalizzazione non ha portato i benefici sperati.
È il paradosso della burocrazia Made in Italy.
Qualche esempio? In Italia chi richiede il passaporto deve affrontare una spesa minima di 116 euro, la somma di un bollettino da 42,5 euro e un contrassegno amministrativo da 73,5 euro.
Se la richiesta viene presentata attraverso il servizio messo a disposizione da Poste Italiane, è previsto un costo aggiuntivo di 14,2 euro. Se si opta per la consegna a domicilio vanno pagati ulteriori 9,53 euro.
Passaporto: in Spagna costa 30 euro
In altri Paesi la spesa è decisamente più ridotta.
In Germania per ottenere il passaporto con la procedura standard la spesa è di 70 euro per i cittadini con più di 24 anni, 37,5 euro per gli under 24. E se si opta per la procedura espressa, il costo sale rispettivamente a 102 e 69,5 euro. Servono invece 86 euro in Francia, e bastano appena 30 euro in Spagna.
Nel Regno Unito il costo per il rilascio del passaporto è di 94,5 sterline (circa 112 euro) con la richiesta online, 107 sterline (126,7 euro) con modulo cartaceo.
CI: in Francia è gratis
Anche per il rilascio della carta di identità elettronica (CIE), in Italia la spesa a carico dei cittadini è più alta. Da noi si spendono 22,2 euro: 16,79 euro a titolo di spese di emissione quantificate dal Ministero dell’Interno, oltre i diritti fissi e di segreteria applicati dai comuni.
Bastano invece 12 euro in Spagna, mentre in Francia il rilascio del documento è addirittura gratuito.
Solo in Germania la spesa risulta più elevata rispetto all’Italia, 37 euro per i cittadini over24, 22,8 euro per chi ha meno di 24 anni.
Nel Regno Unito invece non è previsto per i cittadini un documento analogo alla nostra carta di identità.
Ma il vero salasso riguarda la patente
Gli italiani che devono rinnovare la latente di guida spendono fino a 133 euro così suddivisi: 16 euro per la marca da bollo, 10,2 euro per i diritti della Motorizzazione Civile, 7,3 euro per le spese di spedizione della patente tramite posta assicurata, da 60 a 100 euro per la visita medica obbligatoria.
In Germania la spesa è di appena 25 euro, In Spagna 24,58 euro, cui si aggiunge il costo della visita medica (tra 20 e 40 euro), in UK 14 sterline (16,58 euro) online, 21,50 sterline (25,46 euro) in ufficio postale, 17 sterline (20,13 euro) inviando la domanda via posta.
In Francia il rinnovo della patente di guida è gratuito, tranne in caso di smarrimento, furto o deterioramento, per i quali il duplicato costa 25 euro.
A fine 2024 in Italia si contano 17,7 milioni auto connesse, una ogni tre abitanti e poco meno la metà del parco circolante (44%).
Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano, l’anno passato il mercato italiano delle auto connesse e della mobilità smart tocca 3,3 miliardi di euro (+16% vs 2023).
Più in particolare, le soluzioni per l’auto connessa nel 2024 arrivano a 1,66 miliardi di euro (+7%), i sistemi ADAS integrati nelle nuove vetture, come la frenata automatica di emergenza o il mantenimento di corsia, 1,2 milioni di euro (+26%), e le soluzioni Smart Mobility nelle città, ad esempio per la gestione dei parcheggi e la sharing mobility, raggiungono 500 milioni di euro (+25%).
Ma vendite in calo: -0,5%
Il mercato però è stagnante, con poco più di 1,5 milioni di veicoli venduti nel 2024 (-0,5%). Anche il primo quadrimestre 2025 presenta numeri simili, con una flessione del -0,6% sullo stesso periodo 2024.
La transizione verso la mobilità a zero emissioni non mostra concreti segni di accelerazione. Le vetture elettriche pure (BEV) o ibride plug-in (PHEV) immatricolate nel 2024 si fermano a quota 7,5%, seppure in accelerazione nei primi mesi 2025 (9,7%), con un parco circolante di 624mila vetture, l’1,5% del totale.
I principali ostacoli all’acquisto di auto elettriche sono i costi, non solo il prezzo di vendita (26%), ma anche le spese di ricarica (19%) e manutenzione (17%).
Al motore a combustione ancora non si rinuncia
In questo scenario, il 44% degli italiani possiede già un’auto connessa con almeno una funzionalità smart. E oltre metà (55%) utilizzerebbe un’auto a guida autonoma nei prossimi anni.
Ma c’è anche il 57% che rinuncerebbe del tutto a una propria vettura se i mezzi pubblici passassero più frequentemente.
Al contempo, la normativa europea sullo stop alle auto diesel e benzina entro il 2035 non spaventa troppo.
Solo il 10% si adeguerà da subito, il 34% preferisce attendere che le vetture elettriche diventino più convenienti e affidabili, mentre il 48% utilizzerà il più possibile la vettura attuale o ne comprerà una nuova, sempre con motore a combustione, poco prima della deadline.
Smart Mobility e Smart Road in crescita
Nell’ambito della gestione delle flotte aziendali, il 43% dei fleet manager mette a disposizione dei dipendenti veicoli elettrici/ibridi, il 30% dispone di una flotta connessa e solo il 7% delle grandi aziende ha integrato soluzioni di AI per gestire il parco auto.
Parallelamente, prendono piede i progetti di Smart Mobility e Smart Road, supportati dall’espansione delle reti V2X, l’avanzamento delle tecnologie di guida autonoma e iniziative strategiche a livello nazionale.
Il 65% dei comuni italiani ha avviato progetti di Smart Mobility nell’ultimo triennio, ma solo il 29% sfrutta i dati raccolti a livello informativo.
Cresce poi la sperimentazione delle Smart Road, con 166 progetti censiti a partire dal 2017 a livello globale. In Italia sono 21 le iniziative attivate nel triennio 2022-2024.
Le imprese a controllo estero nel nostro Paese giocano un ruolo sempre più rilevante nello sviluppo economico dell’Italia. Sono oltre 18.400 e generano 173 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 17,4% del totale nazionale, dando lavoro a 1,7 milioni di persone, il 9,7% degli occupati in Italia.
Emerge dal VII Rapporto dell’Osservatorio Imprese Estere (OIE) di Confindustria e Luiss, dal titolo ‘Competitività globale, innovazione locale. il ruolo delle imprese estere per l’Italia nel nuovo scenario internazionale’.
“In un contesto geopolitico complesso, attrarre investimenti non è più solo una necessità economica, ma soprattutto una scelta strategica per l’Italia – commenta Giorgio Fossa, Presidente dell’Università Luiss -. Le imprese a controllo estero rappresentano, infatti, un importante vettore di innovazione, produttività, sviluppo di competenze qualificate e connessioni globali”.
Il valore strategico delle multinazionali
Solo nell’ultimo anno disponibile (2022), rispetto al 2021 l’apporto delle imprese estere è salito del 10,7% nell’industria e del 15,3% nei servizi. Aumenta anche la dimensione media aziendale, che passa da 95,8 a 99,4 addetti per impresa.
Il Rapporto conferma, dunque, il valore strategico delle multinazionali estere nel tessuto produttivo italiano, ma lancia anche un segnale chiaro. Per attrarne di nuove serve un’azione di sistema, che migliori il contesto competitivo e rimuova gli ostacoli che ancora scoraggiano gli investimenti internazionali.
Nel 2022, rispetto all’anno precedente, l’incidenza del fatturato delle controllate estere è stato del 21% rispetto al totale prodotto dalle imprese residenti in Italia.
Oltre 6 miliardi di euro l’anno di investimenti in R&S
Le imprese estere si confermano protagoniste di innovazione, export e occupazione qualificata. Investono in ricerca e sviluppo oltre 6 miliardi di euro l’anno, pari al 37,6% del totale nazionale, con un’incidenza superiore in settori ad alta intensità tecnologica.
Inoltre, sono digitalmente più avanzate: oltre il 77% presenta un’elevata intensità digitale, con una forte propensione all’adozione dell’AI.
Nel triennio 2020-2022, il 71,2% delle imprese a controllo estero in Italia ha introdotto innovazioni, e sul piano dell’export sono protagoniste con circa 200 miliardi di euro di merci esportate nel 2022, ovvero più di un terzo dell’export italiano, evidenziando una centralità anche nella proiezione internazionale del Paese.
Stati Uniti, Francia, Paesi Bassi i principali investitori
Cresce anche il peso dei fondi internazionali di private equity, attori sempre più attivi nel finanziare la trasformazione e l’espansione delle Pmi italiane.
Gli investitori principali provengono da Stati Uniti (19,9% degli occupati), Francia (19,4% del fatturato) e Paesi Bassi, che insieme coprono la gran parte del valore generato.
In particolare, Paesi Bassi e Stati Uniti guidano per investimenti in R&S, a conferma del legame tra capitale estero e crescita innovativa.
Il quadro territoriale resta concentrato in Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, che raccolgono l’82% del valore aggiunto delle imprese estere.
Tira una certa aria di pessimismo in Italia. Un trend confermato dall’ultima rilevazione dell’Istat pubblicata ad aprile 2025. Il clima di fiducia, tanto tra i consumatori quanto tra le imprese italiane, continua a peggiorare. Lo studio segnala infatti un ulteriore rallentamento sia nelle aspettative delle famiglie sia nell’ottimismo del mondo produttivo. Un doppio segnale d’allarme che conferma le difficoltà del sistema economico nazionale in questo momento.
Consumatori più pessimisti: pesa la situazione economica
L’indice che misura la fiducia dei consumatori è passato da 95,0 a 92,7. Un dato che segna il secondo calo consecutivo e che riflette un diffuso peggioramento delle valutazioni su più fronti. In particolare, diminuisce in modo marcato il clima economico generale, che scende da 93,2 a 89,6 punti. Anche la fiducia personale dei cittadini registra una flessione (da 95,7 a 93,9), così come il giudizio sul presente (da 97,9 a 95,4) e sulle prospettive future (da 91,1 a 89,1).
L’Istat sottolinea come questa perdita di fiducia sia legata in buona parte alla percezione di un peggioramento della situazione economica dell’Italia, con una crescente incertezza anche sulla possibilità di risparmiare nei prossimi mesi.
Imprese: la fiducia ai minimi da marzo 2021
Non va meglio sul fronte delle imprese. L’indicatore composito del clima di fiducia scende da 93,2 a 91,5, toccando il livello più basso da oltre quattro anni. La flessione è estesa a tutti i settori, ma più evidente nei servizi di mercato, dove l’indice scivola da 94,3 a 91,4. Una parte rilevante di questo calo, osserva l’Istat, è attribuibile al netto peggioramento del settore turistico.
Anche il commercio al dettaglio mostra segnali negativi, con l’indice che cala da 103,8 a 101,8. Il dato riflette valutazioni più caute sulle vendite e una percezione di aumento delle scorte nei magazzini. Da segnalare, tuttavia, un moderato miglioramento nelle attese di vendita future.
Nel comparto manifatturiero, la fiducia passa da 86,0 a 85,7: un calo contenuto, sostenuto da un lieve miglioramento degli ordini, mentre si riducono le aspettative sulla produzione. Le scorte vengono giudicate stabili. Nelle costruzioni, infine, l’indice diminuisce da 104,6 a 103,6: in questo caso pesa soprattutto la revisione al ribasso delle attese occupazionali, mentre i giudizi sugli ordini rimangono invariati.
Uno scenario da monitorare con attenzione
Ad aprile 2025, il quadro che emerge è quello di un sistema economico in progressivo raffreddamento, dove prevalgono incertezza e prudenza. Il calo della fiducia delle imprese per il terzo mese consecutivo e il peggioramento delle aspettative dei consumatori segnalano una fase delicata per la ripresa italiana.
L’unica nota lievemente positiva proviene dal giudizio sugli ordini nell’industria e dalle attese di vendita nella distribuzione al dettaglio tradizionale, che resistono alla tendenza generale.
Il taglio dei tassi da parte della BCE ha prodotto un effetto positivo sulla domanda di mutui, comportando un alleggerimento dell’importo delle rate e una maggiore convenienza dei finanziamenti a lungo termine.
A quanto emerge dai dati del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC, anche nel 1° trimestre 2025 la domanda dei mutui immobiliari richiesti dalle famiglie italiane si mantiene positiva, registrando un +22,4%.
Considerando il solo mese di marzo, la richiesta di mutui mantiene la media dei primi tre mesi dell’anno (+20,5%), segnale evidente di una situazione di mercato del credito più favorevole.
Ma lo scenario economico internazionale oscura le prospettive di crescita
“La strategia monetaria di Bruxelles ha infuso un’ondata di rinnovato ottimismo al mercato del credito. In particolare, si osserva come le famiglie italiane, beneficiando di un contesto di tassi d’interesse più favorevole, manifestino una crescente propensione a richiedere un mutuo, orientandosi in modo particolare verso le opzioni a tasso fisso, percepito come una garanzia di stabilità. Tuttavia, l’attuale scenario economico internazionale, derivato dalle crescenti tensioni commerciali e la politica dei dazi, sta oscurando le prospettive di crescita – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Questa complessa congiuntura ci pone in una posizione di incertezza, che potrebbe frenare le richieste di credito delle famiglie e limitare gli effetti positivi delle recenti misure della BCE”.
Importo medio +4,5% in un anno
In questo primo trimestre dell’anno, l’importo medio richiesto ha un valore di 150.732, con uno scostamento del +4,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Si tratta del valore più alto di questi ultimi 10 anni, se si pensa che nel 2015 l’importo medio si aggirava a poco più di 124.000 euro.
Per quanto riguarda la distribuzione per fascia di importo, nel primo trimestre 2025 le richieste di mutuo per importi compresi tra 100.000 e 150.000 euro si confermano la soluzione preferita dalle famiglie italiane (31,1%). Un dato sostanzialmente in linea con il corrispondente periodo del 2024.
A seguire la scelta si direziona sulla classe di importo 150.000-300.000 euro per il 30,3% dei richiedenti.
Prosegue la tendenza a diluire il debito nel tempo
Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata emerge che il 41,3% del totale richiede mutui tra 25-30 anni.
Cartina di tornasole del fatto che l’importo medio richiesto si è alzato in questi ultimi 10 anni, e come conseguenza diretta le famiglie scelgono di diluire il debito nel tempo con rate più piccole per non pesare troppo sul reddito famigliare.
Anche la domanda per classi di età si mantiene pressoché stabile rispetto allo stesso trimestre del 2024. Infatti, quella a maggiore incidenza continua a essere la fascia di età compresa tra 25-44 anni, con il 63% del totale.
Per la prima volta dal quarto trimestre del 2019, nel quarto trimestre 2024 le Amministrazioni pubbliche hanno registrato un accreditamento netto a seguito di un sostanziale contenimento della spesa rispetto all’incremento delle entrate.
Lo segnala l’Istat, che ha rilasciato i dati del Conto delle Amministrazioni pubbliche (AP) e le stime relative alle famiglie e alle società, un documento parte dei Conti trimestrali dei settori istituzionali.
Secondo l’Istat, nel quarto trimestre 2024 il reddito disponibile delle famiglie però è diminuito rispetto al trimestre precedente, in termini nominali (non succedeva dall’ultimo trimestre del 2020) e più marcatamente, in termini reali. Anche la propensione al risparmio delle famiglie ha subito un calo, pur rimanendo più alta rispetto al periodo pre-Covid.
Le società non-finanziarie invece sperimentato il sesto calo congiunturale della quota di profitto, già a metà anno scesa sotto i livelli del 2019.
Per contro, il tasso di investimento è cresciuto in termini congiunturali e tendenziali dopo otto trimestri in riduzione.
Saldo primario positivo per le Amministrazioni pubbliche
I dati relativi alle AP sono commentati in forma grezza, mentre quelli relativi alle famiglie e alle società in forma destagionalizzata.
In dettaglio, nel quarto trimestre 2024 il saldo del conto delle AP in rapporto al Pil ha riportato un accreditamento dello 0,4%. Nello stesso trimestre del 2023 risultava un indebitamento del -6,6%.
Il saldo primario delle AP, ovvero, l’indebitamento/accreditamento al netto degli interessi passivi, è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 4,1%. Nel quarto trimestre del 2023 era -2,8%.
Diminuisce il reddito disponibile dele famiglie
Anche il saldo corrente delle AP ha registrato un valore positivo, con un’incidenza sul Pil del 5,9%: risultava positivo e pari al 4,5% anche nel quarto trimestre del 2023.
La pressione fiscale è stata pari al 50,6%, in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti in termini nominali dello 0,7%.
La propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,5%, in diminuzione di 0,6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.
Prezzi al consumo: +0,5% rispetto al trimestre precedente
I prezzi al consumo, misurati dal deflatore implicito dei consumi delle famiglie, sono aumentati dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, determinando una flessione del potere d’acquisto dello 0,6%.
La quota di profitto delle società non finanziarie è invece stimata al 42,4%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Mentre il tasso di investimento delle società non finanziarie si è attestato al 22,1%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.