Negli ultimi anni, la tecnologia ha rivoluzionato il modo in cui gli italiani si prendono cura della propria casa. Secondo una ricerca di BVA Doxa per Roborock, azienda specializzata in robotica domestica, sempre più famiglie stanno adottando dispositivi smart per la pulizia, con l’obiettivo di risparmiare tempo e semplificare le faccende quotidiane.
L’indagine ha individuato tre principali categorie di utenti: i “Pragmatici Digitali” (62%), che adottano la tecnologia solo dopo averne valutato i benefici; i “Tech-Entusiasti” (25%), particolarmente inclini all’innovazione, soprattutto tra gli uomini e nella fascia 25-44 anni; e infine gli “Scettici Tradizionalisti” (13%), prevalentemente over 45, che mostrano maggiore resistenza ai cambiamenti.
Robot aspirapolvere: una presenza (quasi) abituale
Un tempo considerati oggetti di lusso, i robot aspirapolvere stanno diventando una presenza abituale nelle case italiane, in particolare tra chi possiede animali domestici. Il 90% degli intervistati conosce questi dispositivi e il 70% ne apprezza i vantaggi, soprattutto per la possibilità di risparmiare tempo.
Cresce anche la confidenza con questi strumenti: il 61% degli utenti si sente competente nell’utilizzo dei robot aspirapolvere. In particolare, i proprietari di animali domestici li considerano fondamentali per mantenere la casa pulita: il 68% li ritiene molto utili, e il 32% addirittura indispensabili. Questo trend è particolarmente diffuso nelle regioni meridionali, dove la vita all’aria aperta porta più sporco in casa.
Più tempo per sé e per la famiglia
La pulizia della casa è una priorità per molti italiani, con il 25% degli intervistati che dedica oltre sei ore settimanali alle faccende domestiche. In particolare, il 59% delle donne afferma di occuparsi da sola della pulizia.
L’introduzione dei robot aspirapolvere ha avuto un impatto positivo sulla gestione del tempo: il 37% degli utenti utilizza il tempo risparmiato per prendersi cura di sé, mentre il 32% lo dedica alla famiglia. Le donne, in particolare, apprezzano la possibilità di ritagliarsi momenti di relax grazie all’aiuto della tecnologia.
Il futuro della pulizia è automatizzato
Il 73% degli italiani crede che i robot aspirapolvere diventeranno uno standard entro dieci anni. Tra le innovazioni più attese ci sono una maggiore capacità di sanificazione (26%), un miglior adattamento agli ambienti domestici (25%) e un’automazione sempre più avanzata (25%).
Il costo d’acquisto è il vero ostacolo
Nonostante l’entusiasmo, alcuni ostacoli rallentano la diffusione di questi dispositivi. Il costo iniziale è il principale deterrente per il 43% degli italiani, anche se chi già possiede un robot è disposto a investire di più per un modello avanzato.
Altre preoccupazioni riguardano l’affidabilità (25%), l’autonomia delle batterie (24%) e la capacità dei robot di muoversi in spazi ingombri (79%). Inoltre, solo il 21% degli intervistati è pronto a delegare completamente la pulizia alla tecnologia, mentre il 56% preferisce un approccio graduale.
Complessivamente, nel canale dei super e ipermercati i prodotti etichettati come ‘sostenibili’ negli ultimi 12 mesi hanno sviluppato vendite per 44,4 miliardi di euro, in crescita annua del +3,6% a valore, ma in calo del -1,6% a volume.
Questi prodotti, confezionati e venduti in supermercati e ipermercati italiani con almeno un’informazione relativa all’impegno per la sostenibilità (intesa nella triplice declinazione di ambientale, sociale e benessere animale) sulle etichette sono saliti a quota 117mila. Rappresentano l’84,8% delle referenze dell’ampio paniere monitorato dall’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, di cui sviluppano il 92,9% delle vendite in valore.
Sono dati che evidenziano un andamento leggermente migliore per il paniere di prodotti che riuniscono i claim della sostenibilità sociale.
L’ambiente in etichetta compare su 116.950 prodotti
Fra le tre aree identificate dall’Osservatorio a prevalere è quella della sostenibilità ambientale, riferita al prodotto o al packaging, che compare sulle etichette di 116.950 prodotti (44,3 miliardi di euro di vendite, +3,6% a valore, -1,6% volume).
Le informazioni più diffuse attraverso le etichette sono relative a indicazioni pratiche (uso/conservazione del prodotto, raccolta differenziata del packaging), individuate sul 77,9% dei prodotti (43 miliardi di euro di sell-out).
Al secondo posto, i claim relativi alle caratteristiche ambientali (monocriterion), come riciclabilità del pack, formulazione speciale degli ingredienti, riduzione del contenuto di plastica o biodegradabilità.
Sono aspetti evidenziati sul 67,1% dei prodotti (40,2 miliardi di vendite, 10,2 miliardi sell-out.) per oltre 20mila referenze (14,9%).
Questi prodotti sfruttano le etichette per comunicare informazioni relative alle modalità green di produzione e approvvigionamento, come l’adozione di disciplinari di filiera oppure le certificazioni di sostenibilità.
Il ciclo di vita green on-pack vale 1,7 miliardi
I claim generici di sostenibilità (green, ecologico o circolare) rappresentano un altro fenomeno significativo nella comunicazione on-pack dei prodotti di largo consumo.
L’Osservatorio li ha rilevati sulle etichette di 9.799 prodotti (7,1%), che hanno raggiunto un giro d’affari di quasi 5,4 miliardi di euro.
Pari a 1,7 miliardi di euro è invece il sell-out dei 2.263 prodotti che riportano in etichetta un claim o un riferimento all’approccio green del loro ciclo di vita/impronta ambientale. Come i programmi di valutazione, le certificazioni di eccellenza ambientale, e i marchi basati su studi LCA e impronta ambientale.
Meno presente on label l’impegno per il benessere animale
Nella graduatoria per numero di prodotti e per valore delle vendite la sostenibilità sociale si colloca al secondo posto, dietro quella ambientale, con 11.990 referenze che presentano sulle etichette una certificazione etica.
Nell’arco di 12 mesi, nel canale supermercati e ipermercati questo paniere ha mostrato una sostanziale stabilità delle vendite in volume (-0,1%) e una crescita di +4,5% di quelle a valore (6,3 miliardi).
Solo il 2,0% dei prodotti rilevati presenta in etichetta una certificazione relativa all’impegno per il benessere animale, o dichiara l’adesione a programmi dedicati.
Si tratta di 2.762 referenze, che hanno ottenuto 1,4 miliardi di euro di sell-out, per vendite salite del +2,0% a valore, e calate del -5,6% a volume.
Il mercato italiano della cybersecurity nel 2024 cresce del 15%, raggiungendo il valore di 2,48 miliardi di euro. Nel 2025 si prevede un ulteriore aumento, con le organizzazioni che stanno cercando di rafforzare la propria cybersicurezza.
Secondo la ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, il 57% delle grandi organizzazioni considera la sicurezza informatica una priorità di investimento nel digitale, e il 60% ha intenzione di aumentare la spesa in cybersecurity nell’anno in corso.
Ma, sempre nel 2024, il 73% delle grandi imprese in Italia ha subito almeno un attacco informatico, e il nostro Paese risulta ancora all’ultimo posto tra i membri del G7 nel rapporto tra spesa in cybersecurity e PIL.
Un panorama in rapida evoluzione
Contestualmente all’aumento degli attacchi informatici, alimentati da tecnologie potenziate dall’AI, il panorama della cybersecurity in Italia e nel mondo è in rapida evoluzione.
Cresce il numero degli specialisti interni alle aziende dedicati alla cybersecurity, e oggi il 58% delle grandi imprese dispone di un Chief Information Security Officer (CISO), profilo sempre più business-oriented attento a identificare e gestire i rischi. Sussistono però diverse lacune nei processi di gestione del rischio cyber.
Mentre esplodono le minacce, non si diffonde infatti alla stessa velocità la capacità di gestirle, e si amplia il divario tra organizzazioni mature e non. Ancora poche imprese mostrano un approccio proattivo ai rischi cyber.
Cyber divide: una criticità silenziosa
“Il mercato della Cybersecurity in Italia continua a crescere – conferma Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio -. Nonostante questo segnale incoraggiante il ‘cyber divide’ tra organizzazioni mature e non è sempre più evidente, rappresentando una criticità silenziosa: la protezione rischia di rimanere un ‘privilegio’ per poche organizzazioni. È essenziale che le istituzioni locali e internazionali continuino a lavorare per abbattere le barriere che impediscono l’introduzione di tecnologie e competenze. Nonostante l’aumento degli investimenti, infatti, ancora oggi la cybersecurity viene vista in molte realtà come un’attività onerosa, e c’è il rischio che sia compromessa la capacità di resilienza e risposta alle minacce. Inoltre il progresso dell’AI generativa rischia di creare nuove vulnerabilità e un’ulteriore intensificazione degli attacchi”.
Aumentano gli incidenti, ma non la capacità di gestire i rischi
“Il panorama delle minacce informatiche si conferma allarmante: nel 2024 sono stati registrati 3.541 incidenti cyber gravi di dominio pubblico a livello globale, di cui circa il 10% in Italia, ma la capacità di gestire efficacemente i rischi cyber moderni non si sta diffondendo alla stessa velocità. Di certo, si evidenzia una crescente centralità della cybersecurity nelle priorità aziendali e istituzionali – afferma Gabriele Faggioli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Ma le persone con scarsa alfabetizzazione digitale potrebbero diventare sempre più vittime di disinformazione, frodi online e violazioni della privacy. La cybersecurity si appresta a diventare un pilastro della competitività economica e dell’equilibrio sociale e politico”.
Come realizzare una Nuova Economia. ovvero quel cambiamento verso equità e sostenibilità nel sistema economico e sociale? Attraverso norme sociali condivise e integrate, infrastrutture fisiche efficienti, ecosistemi digitali avanzati e reti relazionali solide, capaci di connettere persone e organizzazioni in modo sinergico.
La sfida principale della Nuova Economia consiste nel rafforzare e rendere più efficaci i fattori abilitanti che possono sostenerne la crescita. Ma in Italia lo sforzo verso l’equità e la sostenibilità nel sistema economico e sociale è sotto la sufficienza. Il 61% degli italiani è consapevole dell’impatto delle proprie scelte economiche, ma non le mette in atto per la scarsa fiducia nei comportamenti altrui.
È quanto emerge dal Primo Rapporto sulla Nuova Economia in Italia, curato da NeXt Economia con il contributo di Fondazione Unipolis.
Gli italiani non raggiungono la sufficienza
Le statistiche descrittive dell’indicatore composito di Nuova Economia restituiscono un quadro in cui la media del campione si ferma a un livello pari a 0,472 su 1, dimostrando un livello generale inferiore alla sufficienza.
Analizzando alcune categorie di sotto-campioni emerge che il risultato migliore è quello costituito da chi ha un livello più elevato di partecipazione (0,521), seguito dagli imprenditori (0,517), da chi ha un alto reddito e da chi ha un alto livello di istruzione (0,499).
Punteggi sopra la media del campione si registrano anche per gli sportivi (0,493), gli under 40 (0,489), i volontari (0,488), i non pensionati (0,487), i donatori (0,487), le donne (0,476) e chi abita al nord (0,473).
La vita attiva e partecipe alla comunità rende più sensibili
In sintesi, avere una vita attiva e partecipe a quella della comunità rende più sensibili e attenti rispetto anche alle scelte individuali di consumo. In pratica, il capitale umano, sociale e relazionale contribuisce positivamente.
I valori leggermente sopra la media delle donne e degli abitanti del nord mostrano differenze geografiche e di genere, ma non così marcate da suggerire una polarizzazione forte.
I dati mostrano una chiara relazione tra livelli più elevati di Nuova Economia e il benessere percepito, evidenziando un incremento significativo della soddisfazione di vita (7,61 contro 6,92) per chi appartiene al gruppo con valori superiori alla media. La significatività statistica delle differenze (IC 95%) rafforza la validità di questa associazione.
L’inclusione economica e sociale favorisce l’armonia personale e relazionale
Analogamente, si osservano differenze rilevanti anche in altri ambiti. Le relazioni familiari, amicali e lavorative risultano percepite come più soddisfacenti nei gruppi con alti livelli di Nuova Economia, suggerendo che l’inclusione economica e sociale favorisce una maggiore armonia personale e relazionale.
Un aspetto interessante emerge anche dalla fiducia negli altri (6,41 vs 5,28) e dalla felicità derivante dal miglioramento delle condizioni altrui (9,29 vs 8,82), che indicano un maggiore orientamento altruistico e una visione più positiva del tessuto sociale.
Nel 2025, il settore del commercio, della ristorazione e dell’ospitalità si troverà di fronte a una carenza di circa 258mila lavoratori. Un problema in crescita rispetto all’anno precedente (+4%) che potrebbe avere ripercussioni significative sull’economia nazionale. La difficoltà nel reperire personale specializzato rischia infatti di rallentare lo sviluppo delle imprese e di incidere negativamente sul Pil. Lo rivela una nota di Confcommercio.
Le professioni quasi introvabili
Nel settore del commercio, le figure più richieste (e rare) sono i commessi specializzati nel settore moda e abbigliamento, così come i professionisti del dettaglio alimentare, come macellai, gastronomi e addetti al banco pescheria. La ristorazione, invece, fatica a trovare camerieri, barman, cuochi e pizzaioli, mentre nelle strutture ricettive mancano addetti alle pulizie, camerieri e chef.
Questa emergenza si inserisce in un contesto già segnato da incertezze economiche globali, tra cui le tensioni commerciali e il rischio di nuovi dazi americani, rendendo ancora più urgente la ricerca di soluzioni.
Perché non si trovano le figure giuste
Il problema è complesso e ha radici profonde. Il calo demografico, con una riduzione di 4,8 milioni di giovani tra i 15 e i 39 anni dal 1982 al 2024, ha ridotto il bacino di potenziali lavoratori. A questo si aggiunge una carenza di profili qualificati con le giuste competenze, una minore propensione alla mobilità territoriale e un cambiamento nelle preferenze lavorative delle nuove generazioni.
Per superare questa crisi occupazionale, è fondamentale investire nelle politiche attive del lavoro. Servono strategie strutturali che migliorino la formazione e favoriscano l’incontro tra domanda e offerta. Le imprese devono essere sostenute nel potenziare le competenze del personale, non solo in ambito tecnico-specialistico ma anche in competenze trasversali, oggi sempre più essenziali per affrontare le trasformazioni del mercato.
Il rafforzamento del legame tra scuola e lavoro è un altro tassello fondamentale. Offrire percorsi di formazione, stage e apprendistato permetterebbe ai giovani di entrare più preparati nel mondo del lavoro e alle aziende di trovare risorse adeguatamente formate.
Il ruolo dei contratti collettivi
In questo contesto, anche le parti sociali giocano un ruolo chiave. Il recente rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale del Terziario, che coinvolge oltre 2,5 milioni di lavoratori del commercio e dei servizi, ha rivisto la classificazione del personale per rispondere meglio alle esigenze delle imprese e garantire un inquadramento più adeguato alle nuove professionalità richieste.
Un passo nella giusta direzione per affrontare un problema che non può più essere ignorato.
Un numero crescente di adolescenti in Italia tende a ritirarsi dalla vita sociale, limitando le proprie interazioni al solo contesto scolastico. Uno studio condotto dal gruppo di ricerca MUSA del Cnr-Irpps e pubblicato sulla rivista Scientific Reports evidenzia che il fenomeno dell’isolamento sociale tra i giovani si è intensificato dopo la pandemia, con cifre quasi raddoppiate in pochi anni.
La ricerca rivela una connessione diretta tra il crescente distacco sociale e una combinazione di fattori psicologici, relazionali e digitali.
Uno studio per comprendere le radici del fenomeno
L’indagine, realizzata dal team multidisciplinare “Mutamenti sociali, valutazione e metodi” (MUSA) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Irpps) con la collaborazione di Gianni Corsetti dell’Istat, ha analizzato i dati raccolti attraverso due ricerche condotte nel 2019 e nel 2022 su studenti delle scuole superiori italiane. Utilizzando la metodologia CAPI (Computer Assisted Personal Interview), sono stati intervistati rispettivamente 3.273 e 4.288 adolescenti tra i 14 e i 19 anni, creando una panoramica dettagliata sulle loro abitudini sociali.
Dallo studio emergono tre profili distinti di giovani: le “farfalle sociali”, molto attive nelle interazioni con amici e conoscenti; gli “amico-centrici”, che mantengono un ristretto ma solido gruppo di amicizie: i “lupi solitari”, ragazzi con una tendenza marcata all’isolamento.
Proprio all’interno di quest’ultimo gruppo si è registrato un incremento preoccupante: il numero di adolescenti che non vedono più i propri amici al di fuori della scuola è quasi raddoppiato, passando dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022.
L’iperconnessione come fattore di rischio
Secondo Antonio Tintori, autore dello studio insieme a Loredana Cerbara e Giulia Ciancimino, la pandemia ha accelerato un processo già in atto: il trasferimento delle relazioni sociali nel mondo digitale. L’iperconnessione ai social media, sebbene sembri favorire l’interazione, in realtà può alimentare il ritiro sociale, minando l’identità e il benessere psicologico degli adolescenti. Questo fenomeno è correlato anche a un aumento delle ideazioni suicidarie giovanili, a testimonianza di un disagio profondo che merita attenzione.
Nel 2019, il 15% degli adolescenti passava il tempo libero senza interagire faccia a faccia con amici. Nel 2022, questa percentuale è salita al 39,4%, evidenziando una tendenza preoccupante verso l’isolamento.
Chi sono i giovani a rischio?
Sebbene il fenomeno sia leggermente più diffuso tra le ragazze, non emergono differenze significative legate a regione di residenza, tipologia scolastica o status socio-economico. Ciò indica che il problema sta diventando trasversale e sistemico.
Gli adolescenti più inclini al ritiro sociale condividono alcuni tratti comuni. Ad esempio, hanno difficoltà nei rapporti familiari, in particolare con la madre; scarsa fiducia negli adulti, inclusi insegnanti e parenti; esperienze di bullismo e cyberbullismo; bassa autostima, spesso influenzata da standard estetici irraggiungibili; scarso coinvolgimento in attività sportive o ricreative.
Una possibile emergenza sociale?
Il fenomeno è stato paragonato a quello degli hikikomori giapponesi, giovani che si auto-escludono dalla vita sociale per lunghi periodi. Se non affrontata, questa tendenza potrebbe trasformarsi in una vera crisi sociale, con effetti negativi a lungo termine sul benessere della popolazione giovanile.
Secondo Tintori, è fondamentale potenziare gli interventi educativi rivolti a famiglie e insegnanti, oltre a prevedere forme di supporto psicologico specifico per gli adolescenti più vulnerabili.
Il gruppo di ricerca MUSA ha già avviato una nuova indagine longitudinale denominata “Mutamenti Interazionali e Benessere”, che monitorerà per cinque anni migliaia di studenti, con l’obiettivo di approfondire le dinamiche dell’isolamento sociale e proporre strategie di intervento efficaci.
WhatsApp sta conquistando sempre più favori, anche in ambito business.
Oltre a essersi progressivamente consolidata come strumento di mobile messaging per le comunicazioni quotidiane tra utenti ‘privati’, quest’anno WhatsApp diventerà il punto di riferimento per le comunicazioni tra aziende e clienti.
Con oltre 570 milioni di utenti attivi ogni giorno, e un incremento del 20% nel 2024, WhatsApp Business in pochi anni ha conosciuto una crescita molto rapida, e secondo Esendex, il 2025 sarà l’anno in cui l’app di Meta si affermerà definitivamente come strumento di comunicazione mobile di riferimento anche nelle interazioni tra le aziende e i loro clienti.
Uno strumento di contatto privilegiato per comunicazioni aziendali
In qualità di Meta Business Partner, nell’ultimo anno Esendex ha visto aumentare in modo esponenziale l’interesse da parte delle aziende verso WhatsApp Business Platform, la versione premium dell’app prima nota come WhatsApp Business API.
Platform consente di fornire assistenza pre e post vendita in modo efficace, gestire in modo più coinvolgente le comunicazioni marketing, e molto altro ancora.
Grazie alla diffusa familiarità con l’app, già largamente utilizzata nelle comunicazioni con amici e parenti, e alla sua immediatezza d’utilizzo, quando WhatsApp viene messa a disposizione della clientela come uno dei canali per comunicare con le aziende, sempre più frequentemente viene scelta come strumento di contatto privilegiato.
Funzionalità speciali per marketing e customer care
Le aziende possono gestire le conversazioni con i clienti in due modi. O tramite la versione gratuita di WhatsApp Business, pensata per micro e piccole imprese con esigenze di comunicazione ridotte, o con WhatsApp Business Platform, che offre funzionalità avanzate per sfruttare le potenzialità del canale durante tutta la Customer Journey.
In ambito Marketing, offre, ad esempio, la possibilità di inviare comunicazioni a tutti i contatti che hanno dato il consenso, non solo a quelli che hanno salvato in rubrica il numero dell’azienda, senza limiti al numero di utenti. Si possono utilizzare modelli personalizzabili e dotati di pulsanti Call To Action.
In ambito Assistenza Clienti, sono disponibili chatbot per automatizzare le risposte alle domande più frequenti, così come la possibilità di gestire una stessa chat da parte di differenti reparti dell’azienda.
“Prevediamo di proseguire in questa crescita esponenziale”
“La piattaforma rappresenta un’opportunità straordinaria per migliorare la Customer Satisfaction – commenta Carmine Scandale, Head of Sales Esendex Italia -: e con il nostro programma di onboarding gratuito offriamo alle aziende il supporto di un team dedicato per integrarla al meglio nelle loro strategie di comunicazione. Rispetto all’anno precedente, nel 2024 sono più che triplicati i clienti che abbiamo accompagnato con successo nell’implementazione di un nuovo account WhatsApp Business Platform. Prevediamo per il 2025 di proseguire in questa crescita esponenziale”.
È una delle sfide più significative dell’epoca, ma la capacità di rispondere in modo efficace alle potenzialità dell’AI dipenderà dalla cooperazione globale e dalla volontà politica. Le implicazioni dell’AI vanno ben oltre il mondo del lavoro, per questo lo sviluppo di regolamentazioni ne garantisce un uso etico e responsabile.
L’Unione Europea, ad esempio, ha introdotto l’AI Act, un quadro normativo che classifica le applicazioni in base al rischio, imponendo requisiti più stringenti per settori sensibili come Sanità e Finanza.
I governi mondiali stanno cercando di trovare un equilibrio tra innovazione, equità sociale e sicurezza, ma il percorso è ancora lungo. ONU e OCSE stanno lavorando per creare standard comuni per l’adozione dell’AI su scala globale, e nel 2024 il Forum Globale sull’AI ha riunito i leader per discutere sulla governance algoritmica e la giustizia sociale.
Regolamentazioni a difesa di dati, privacy e diritti
L’ approccio dell’AI Act europeo mira a bilanciare l’innovazione con la tutela dei diritti umani, inclusa la privacy e la non-discriminazione.
Negli Stati Uniti la ‘Blueprint for an AI Bill of Rights’ propone principi per proteggere i cittadini dall’uso improprio dell’AI, come l’uso discriminatorio negli algoritmi di assunzione. Cina e India, invece, stanno adottando modalità centralizzate di regolamentazione, puntando al controllo delle tecnologie e alla protezione dei dati dei cittadini.
D’altronde, l’automazione sta rimpiazzando mansioni ripetitive in settori come produzione, logistica e servizio clienti. E i governi investono in programmi di riqualificazione e formazione per aiutare i lavoratori ad adattarsi
Skills for the Future
In Germania sono stati stanziati fondi per il programma ‘Skills for the Future’, che fornisce corsi di formazione per le competenze digitali avanzate, in Giappone l’iniziativa ‘Society 5.0’ punta a integrare tecnologie avanzate nei settori economici e sociali, accompagnando la trasformazione con programmi educativi mirati. E in India il programma ‘Digital India’ mira a formare giovani e professionisti con l’obiettivo di creare una forza lavoro altamente qualificata.
Ma le implicazioni sociali dell’AI richiedono un ripensamento dei sistemi di welfare e delle tutele lavorative. I governi stanno considerando strumenti come il reddito universale e nuove normative per garantire la sicurezza economica dei lavoratori
Dal reddito universale ai supercomputer
Finlandia e Canada hanno sperimentato programmi pilota di reddito universale per valutare la possibilità di offrire un sostegno finanziario stabile a chi perde il lavoro a causa dell’automazione. E in Francia si ‘ritocca’ il diritto del lavoro per includere regolamentazioni sull’uso di algoritmi nelle decisioni di assunzione e licenziamento.
Ma oltre ai rischi, molti governi vedono l’AI come una leva per la crescita economica e la competitività internazionale.
Per questo stanno investendo in infrastrutture e progetti di ricerca, riporta AGI. Negli USA, il CHIPS and Science Act del 2022 continua a dedicare fondi alla ricerca e alla costruzione di supercomputer avanzati. In Cina massicci investimenti sono destinati a start-up tecnologiche e infrastrutture di calcolo, mentre i programmi europei Horizon Europe dedicano miliardi di euro allo sviluppo dell’AI sostenibile e inclusiva.
Tra i lavoratori dipendenti privati del Nord e i colleghi del Sud le differenze retributive sono più che evidenti.
Secondo un’analisi condotta dall’Ufficio studi della CGIA, se i primi percepiscono una busta paga di circa 2mila euro lordi al mese, quella dei secondi, invece, sfiora 1.350 euro.
In buona sostanza, nel settentrione si guadagna mediamente quasi il 50% in più. In termini monetari, +8.450 euro lordi l’anno.
Sebbene le gabbie salariali siano state abolite nel 1972, oltre 50 anni di applicazione dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) non hanno mitigato le marcate differenze retributive tra le regioni
italiane, anche se l’obiettivo, in linea di massima, è stato raggiunto solo a livello intra-settoriale.
Le ragioni delle disuguaglianze
Per il mese di dicembre, ovviamente, lo spread riguarda anche la tredicesima mensilità, pagata proprio in questi giorni.
È chiaro che queste disuguaglianze salariali molto marcate sono legate al caro-vita e alla produttività, nettamente superiori al Nord rispetto al Sud, al fatto che i valori retributivi medi sono condizionati negativamente dalla presenza dei contratti a termine (part-time involontario, stagionali, intermittenti,
etc.), che gravitano in particolare nel Mezzogiorno, e alla concentrazione delle multinazionali, dei grandi gruppi industriali e degli istituti di credito/finanziari/assicurativi, che rispetto alle Pmi, erogano stipendi
più pesanti, ma non sono distribuiti uniformemente lungo tutto lo stivale. La presenza di queste realtà, infatti, si raccoglie, in particolar modo, nelle grandi aree urbane del Nord.
Dai 2.642 euro di Milano ai 1.030 di Vibo Valentia
In dettaglio, l’area geografica con gli stipendi medi più alti è Milano, dove la retribuzione mensile media nel 2023 è di 2.642 euro. Seguono i dipendenti privati di Monza-Brianza (2.218 euro) e i lavoratori delle province ubicate lungo la via Emilia (Parma, 2.144 euro, Modena, 2.129 euro, Bologna, 2.123 euro, Reggio Emilia, 2.072 euro)
Nella graduatoria nazionale di 107 province la prima realtà geografica del Mezzogiorno è Chieti, che occupa il 55° posto (1.598 euro), mentre tra le province con le retribuzioni più ‘leggere’, ci sono Trapani (1.143 euro), Cosenza (1.140 euro) e Nuoro (1.129 euro).
Maglia nera è Vibo Valentia (1.030 euro).
Nel 2023 buste paga +3,5% ma inflazione +5,6%
Nel 2023 il monte salari lordo erogato ai 17,3 milioni di lavoratori dipendenti privati ha toccato 411,3 miliardi di euro, equivalenti a una retribuzione media mensile lorda di 1.820 euro (+3,5% vs 2022). L’inflazione però è cresciuta del +5,7%. Inoltre, il 60% dell’ammontare complessivo delle retribuzioni sono state pagate ai lavoratori del Nord.
Quanto alla tredicesima, a partire dal 1960 i lavoratori dipendenti italiani ricevono nel mese di dicembre un doppio stipendio, ma questa gratifica natalizia risulta leggermente inferiore poiché il livello di tassazione è superiore rispetto a quello in capo allo stipendio ordinario.
Ma negli ultimi giorni di dicembre 2024, 4,6 milioni di lavoratori subordinati con un reddito lordo inferiore a 28.000 euro e almeno un figlio a carico, stanno percependo un bonus di 100 euro netti.
In Italia il Natale è un momento di celebrazione che affonda le radici nelle tradizioni familiari, e il gesto di regalare doni occupa un posto speciale nel cuore di tutti. Ma quest’anno 6,2 milioni italiani hanno dichiarato di ridurre il budget destinato ai regali di Natale. Il 47%, pari a oltre 2,9 milioni, hanno affermato di essere costretti a contenere le spese a causa dell’aumento dei costi fronteggiati nei diversi ambiti della vita quotidiana, il cibo, la salute, le bollette, e non solo.
Ma a coloro che non rinunceranno alla tradizione, quanto costeranno quest’anno i regali di Natale?
Secondo l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different, 11 miliardi di euro, pari a circa 256 euro di spesa media pro capite.
Piuttosto che rinunciare l’1% chiede un prestito
Quanto al budget, per i regali le donne hanno dichiarato di spendere 298 euro, in media di più rispetto agli uomini (213 euro). Tra le fasce anagrafiche più ‘alto spendenti’, gli over 65, a cui, in media, i regali costeranno circa 373 euro, probabilmente in virtù del desiderio di rendere felici i nipotini.
Ma per non dover rinunciare allo scambio dei doni, l’1% del campione intervistato ha ammesso che farà addirittura ricorso a un prestito personale per poter mettere i pacchetti sotto l’albero.
Al Centro e al Nord Est si spenderà meno
A livello territoriale sono emerse alcune importanti differenze: nel Nord Ovest , ad esempio, si tende a scegliere regali economicamente più importanti rispetto a tutto il resto della Nazione. In media gli abitanti di questa zona d’Italia spenderanno 276 euro, un valore leggermente più alto rispetto ai 262 di chi abita al Sud o nelle Isole.
A sorpresa, dati inferiore rispetto alla media nazionale per il Centro Italia (253 euro), e per il Nord Est (221 euro).
Insomma, la voglia di celebrare e di fare regali non manca, e qualcuno è disposto a spendere pur di godersi l’atmosfera natalizia.
Non solo doni…
La spesa per i regali non è l’unica: dagli addobbi al cenone fino ai viaggi l’elenco è lungo, così come la lista dei rincari, quest’anno piuttosto corposa.
Come emerso dal rapporto di Facile.it – Consumerismo No Profit, per i prezzi di pranzo o cenone l’aumento è per i beni di prima necessità, come pasta, olio, riso, farina e pane.
Per gli addobbi di Natale, l’incremento è di circa il 16%, mentre chi si concederà un viaggio vedrà rincari sui voli aerei, con aumenti fino al 100%, sui viaggi in treno, con punte del +300%, e traghetti, fino al +20%.
E se per gli hotel il rincaro medio è di ‘appena’ l’8,1%, chi si concederà una vacanza sulle piste dovrà mettere in conto fino al 30% in più sul prezzo dello skipass rispetto a 3 anni fa.