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La nuova geografia dell’economia globale: decoupling, reshoring e il futuro delle catene del valore

Negli ultimi anni l’economia globale ha intrapreso una riconfigurazione profonda: tra pressioni geopolitiche, politiche industriali nazionali e l’urgenza della transizione ecologica, le catene del valore stanno cambiando assetto. Questo articolo analizza le dinamiche principali — dal cosiddetto decoupling tra grandi potenze al reshoring produttivo — e valuta le implicazioni per imprese, investitori e policy maker.

Il contesto: dopo tre decenni di integrazione crescente, la globalizzazione commerciale ha incontrato limiti nuovi. Le crisi successive — pandemia, interruzioni logistiche, ondate inflazionistiche e tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina — hanno spinto Paesi e imprese a ripensare l’equilibrio tra efficienza cost-driven e resilienza. Il risultato è una progressiva riduzione della dipendenza da fornitori concentrati in aree critiche e una riorganizzazione degli investimenti produttivi.

Analisi con dati ed esempi

1) Decoupling selettivo: Il decoupling non è un taglio netto, ma un processo selettivo in settori strategici come semiconduttori, telecomunicazioni e tecnologie dual-use. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno introdotto misure volte a proteggere capacità critiche: dagli incentivi per i chip fab alle restrizioni su export di tecnologie sensibili. Questo ha già generato maggiori flussi di investimento diretto estero verso regioni ritenute affidabili. Ad esempio, i programmi pubblici negli USA (CHIPS Act) e i piani europei di sovranità tecnologica hanno attivato decine di miliardi di dollari/Euro in investimenti privati e pubblici in impianti produttivi locali.

2) Reshoring e nearshoring: Secondo analisi di istituti internazionali, una quota crescente di manager dichiara l’intenzione di riportare attività di produzione in Paesi vicini o in patria, anche se non tutte le fasi produttive tornano indietro. Le industrie ad alta tecnologia o con vincoli di sicurezza tendono al reshoring completo; settori intensivi di manodopera possono optare per nearshoring nei Paesi limitrofi. Esempi pratici includono le nuove fabbriche di semiconduttori in Europa, investimenti in impianti di batterie in Nord America ed Europa, e accordi commerciali che favoriscono scambi regionali.

3) Catene del valore più modulari: Le imprese adottano strategie “dual sourcing” e modularizzazione produttiva per ridurre il rischio di interruzioni. Ciò comporta investimenti in logistica, inventari e tecnologie digitali (IoT, blockchain) per tracciare e gestire forniture complesse. La diffusione della digitalizzazione permette una migliore visibilità lungo la filiera, ma aumenta anche la domanda di competenze avanzate e di infrastrutture digitali sicure.

4) Impatto sui flussi commerciali e sugli investimenti: La ricomposizione delle catene ha effetti misurabili su commercio e IDE (investimenti diretti esteri). Alcuni settori vedono una riduzione dei flussi globali tradizionali, compensata però da nuovi investimenti localizzati. Per Paesi esportatori di componenti intermedi si apre una sfida: diversificare mercati e upskill della forza lavoro per attrarre attività a più alto valore aggiunto.

Implicazioni future

1) Per le imprese: la priorità diventerà la gestione del trade-off tra costi e resilienza. Aziende con capacità di adattamento — attraverso automazione, design di prodotto modulare e strategie di sourcing flessibili — avranno vantaggi competitivi. È probabile un aumento degli investimenti in formazione tecnica e nella digitalizzazione delle operations.

2) Per i governi: le politiche industriali saranno sempre più rilevanti. Incentivi mirati, normativa sugli investimenti esteri e infrastrutture (energetiche e digitali) determineranno la capacità di attrarre “relocalizzazioni”. Al contempo, la necessità di cooperazione internazionale rimane: gestire le tensioni geopolitiche senza frammentare completamente i mercati sarà una sfida cruciale.

3) Per il mercato del lavoro: la ristrutturazione produttiva richiederà competenze diverse. Crescerà la domanda di tecnici per industrie ad alta tecnologia, specialisti nella supply chain digitale e professionisti per la sostenibilità industriale. Politiche attive del lavoro e formazione continua saranno strategiche per evitare disallineamenti occupazionali.

4) Per gli investitori: opportunità emergono nei settori legati alla resilienza (logistica, semiconduttori, energie rinnovabili e batterie) e nelle società che facilitano la transizione digitale delle filiere. Tuttavia, l’aumento del rischio geopolitico richiede una valutazione attenta dell’esposizione regionale e tecnologica.

Conclusione: la riconfigurazione delle catene del valore non è un ritorno al protezionismo puro, ma una transizione verso una globalizzazione più frammentata e selettiva. Le imprese e i policymaker che sapranno anticipare e gestire questa transizione — investendo in tecnologia, formazione e infrastrutture resilienti — potranno trasformare i rischi in opportunità. Nel frattempo, la cooperazione multilaterale resta fondamentale per limitare i costi economici e sociali di un mondo più segmentato.

Lavoro in trasformazione: trend, numeri e cosa cambia per i lavoratori italiani

Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha mostrato segnali contrastanti: da un lato una ripresa occupazionale dopo la fase più acuta della crisi pandemica, dall’altro dinamiche strutturali — invecchiamento della forza lavoro, contratti precari, digitalizzazione e carenze di competenze — che continuano a plasmare il presente e il futuro dell’occupazione. Questo articolo mette a fuoco le principali statistiche e i trend che stanno ridefinendo il mondo del lavoro in Italia, offrendo dati contestualizzati, esempi concreti e le implicazioni per i lavoratori, le imprese e le politiche pubbliche.

Analisi e contesto: l’occupazione cresce, ma la qualità resta un problema

La dinamica occupazionale post‑pandemia è stata complessa. Numeri aggregati mostrano una crescita dell’occupazione complessiva, sostenuta dalla ripresa dei servizi e da politiche di sostegno all’occupazione. Tuttavia, la qualità del lavoro presenta criticità: elevate quote di contratti a termine e part‑time involontario, una crescita dei lavori atipici e una pressione sui salari reali dovuta all’inflazione hanno mantenuto la percezione di precarietà tra molte fasce di lavoratori.

Il mercato del lavoro italiano rimane anche caratterizzato da forte disomogeneità territoriale e settoriale. Il nord continua ad assorbire una quota maggiore di occupazione industriale e nei servizi avanzati, mentre il Mezzogiorno soffre per tassi di inattività e di NEET (giovani non impegnati in lavoro né in formazione) ancora elevati. Settori come sanità, costruzioni, logistica, ristorazione e ICT segnalano carenze di personale, nonostante livelli di disoccupazione che restano superiori alla media europea in alcune fasce.

Digitalizzazione, smart working e automazione: cambiamenti strutturali

La diffusione dello smart working ha ridefinito modalità e aspettative: molte imprese italiane hanno adottato modelli ibridi, con benefici in termini di produttività e conciliazione ma anche nuove sfide per la gestione, la salute mentale e la formazione. Parallelamente, l’automazione e l’introduzione di intelligenza artificiale stanno trasformando ruoli e mansioni. La conseguenza non è un semplice spostamento netto di posti di lavoro, ma una riduzione delle attività routinarie e una valorizzazione di competenze cognitive, digitali e relazionali.

Questa transizione mette in evidenza un gap di competenze: molte imprese faticano a reperire profili specializzati in ambito digitale e green, mentre una parte significativa della forza lavoro richiede programmi di upskilling e reskilling per restare competitiva. Alcune grandi realtà e piattaforme formative hanno avviato programmi di formazione aziendale e apprendistati tecnologici; tuttavia, la diffusione resta disomogenea tra le PMI, che rappresentano la maggior parte del tessuto produttivo italiano.

Precarietà, giovani e parità di genere

I giovani continuano a sperimentare condizioni di ingresso nel mercato del lavoro difficili: contratti temporanei, stage non sempre formativi e una mobilità geografica limitata dalle barriere economiche. Sul fronte della parità di genere si registrano progressi nella partecipazione femminile, ma persistono divari salariali e ostacoli alla carriera, soprattutto per le donne con responsabilità di cura.

Implicazioni future: policy, imprese e lavoratori

Le tendenze attuali suggeriscono alcune linee d’azione prioritarie. Per le politiche pubbliche è essenziale combinare misure di attivazione del lavoro (apprendistato, incentivi per l’assunzione qualificata, politiche attive) con investimenti massicci in formazione continua e infrastrutture digitali e di mobilità che riducano le disuguaglianze territoriali. Occorre inoltre rendere più flessibile il mercato del lavoro senza rinunciare a strumenti di protezione sociale moderni che accompagnino la transizione tra lavori.

Per le imprese, specialmente le PMI, la sfida è integrare strategie di gestione delle risorse umane più moderne: piani di formazione strutturati, partnership con centri di formazione e università, e una maggiore attenzione al well‑being per trattenere talenti. L’adozione di modelli ibridi e la digitalizzazione dei processi devono andare di pari passo con investimenti in competenze.

I lavoratori dovranno puntare su apprendimento continuo e mobilità delle competenze: capacità digitali, competenze trasversali e specializzazioni nei settori green e dell’assistenza sanitaria aumenteranno la resilienza occupazionale. Infine, il dialogo sociale tra imprese, sindacati e istituzioni sarà cruciale per governare la transizione tecnologica e assicurare che innovazione e inclusione vadano a braccetto.

In sintesi, il mercato del lavoro italiano è in trasformazione: i numeri mostrano alcune luci ma tante ombre che richiedono risposte coordinate. Il vero banco di prova per i prossimi anni sarà la capacità di tradurre crescita occupazionale in lavoro di qualità, investendo in competenze, infrastrutture e politiche sociali che possano rendere la transizione equa e sostenibile.

L’economia italiana tra ripresa e vulnerabilità: cosa cambia per imprese e famiglie

Dopo anni segnati dalla pandemia, dalla crisi energetica e dall’inflazione globale, l’economia italiana si trova in una fase di transizione: non più solo gestione degli shock, ma consolidamento di percorsi di crescita sostenibile. Le imprese mostrano segnali di resilienza, il mercato del lavoro migliora a macchia di leopardo e il dibattito pubblico si concentra su investimenti, debito e competitività. Questo pezzo analizza lo stato attuale, offre dati ed esempi concreti e indica le principali implicazioni per i prossimi 12–24 mesi.

Contesto: l’Italia ha beneficiato negli ultimi anni di ingenti risorse europee (PNRR) destinate a infrastrutture, digitalizzazione e transizione verde. Al tempo stesso resta tra i paesi con debito pubblico più alto nell’area euro, una struttura produttiva caratterizzata da molte piccole e medie imprese e un tasso di partecipazione al mercato del lavoro inferiore alla media UE. L’interazione tra politiche fiscali, costo del credito e dinamiche internazionali determina quindi la traiettoria di breve termine.

Analisi con dati ed esempi

1) Crescita e domanda interna: Dopo il rallentamento globale del 2022, la crescita italiana ha mostrato segnali di moderata ripresa. Le esportazioni di beni ad alto valore aggiunto (macchine, farmaceutica, agroalimentare) restano un volano, con esportazioni verso UE e mercati extra-UE che sostengono alcune filiere. Tuttavia la domanda interna è ancora debole in termini reali per effetto del potere d’acquisto compress o: i salari medi hanno recuperato parte delle perdite reali ma non in modo omogeneo tra settori.

2) Inflazione e costo dell’energia: La volatilità dei prezzi energetici ha costretto molte imprese a ripensare catene di approvvigionamento e mix produttivi. Molte PMI del Nord hanno investito in efficienza energetica e automazione per ridurre la vulnerabilità ai picchi dei costi. Nel comparto turistico, il 2023–2024 ha segnato una ripresa robusta dei flussi internazionali, supportando ristorazione e trasporti, ma l’aumento dei costi operativi riduce i margini.

3) Lavoro e competenze: Il mercato del lavoro evidenzia una dinamica positiva nella creazione di occupazione, con un aumento degli occupati sia nelle professioni tecniche che nel terziario. Rimane però elevata la dispersione territoriale: aree del Mezzogiorno continuano a registrare tassi di disoccupazione e inattività più alti rispetto al Centro-Nord. Le imprese segnalano difficoltà nel reperire competenze digitali e tecniche, spingendo investimenti in formazione interna o in collaborazioni con istituti tecnici e università.

4) Debito, finanza e investimenti: Il rapporto alto debito/PIL impone prudenza fiscale. Tuttavia la presenza di fondi europei e linee di credito agevolate ha facilitato investimenti in infrastrutture e innovazione per molte imprese medio-grandi. Le start-up tecnologiche italiane mostrano segnali di maturazione, con exit e round di finanziamento più consistenti rispetto a pochi anni fa, anche se la scala complessiva resta inferiore rispetto ad altri ecosistemi europei.

Esempio pratico: un distretto industriale della meccanica in Emilia-Romagna ha combinato incentivi PNRR, investimenti privati in digitalizzazione e accordi con un’università tecnica per formare operai 4.0. Risultato: aumento dell’efficienza produttiva, riduzione dei tempi di fermo macchina e migliore penetrazione su mercati di nicchia esteri.

Implicazioni future

1) Politiche industriali mirate: Per sbloccare potenziale di crescita servono politiche che favoriscano aggregazioni tra imprese, internazionalizzazione e digitalizzazione diffusa. Incentivi troppo generici rischiano di disperdere risorse; bisogna concentrare interventi su filiere strategiche e competenze chiave.

2) Capitale umano come fattore critico: Investire in formazione continua e nella riqualificazione dei lavoratori diventerà essenziale. Il mismatch tra domanda e offerta di competenze può rallentare la trasformazione produttiva se non affrontato con programmi mirati a livello territoriale.

3) Sostenibilità finanziaria: Gestire il rapporto debito/PIL senza sacrificare investimenti è la sfida più complessa. Una strada pragmatica passa per migliorare l’efficienza della spesa pubblica, accelerare l’attuazione dei progetti finanziati dall’UE e mobilitare capitale privato attraverso partenariati pubblico-privati trasparenti.

Conclusione: L’economia italiana dispone di punti di forza reali — specializzazione produttiva, attrattività turistica, capitale umano e flussi finanziari europei — ma resta vulnerabile alla fragilità della domanda interna, alla carenza di alcune competenze e alla necessità di investimenti strutturali. Nei prossimi 12–24 mesi la capacità del sistema pubblico-privato di tradurre risorse in riforme concrete e progetti reali determinerà se la ripresa potrà consolidarsi in una crescita sostenibile e inclusiva.

Economia e ambiente: in Italia iniziano ad allinearsi 

Oggi in Italia crescita economica e ambiente iniziano a muoversi su strade parallele. I dati diffusi dall’Istat raccontano di un cambiamento in atto: nel 2024 il Pil italiano cresce dello 0,7%, ma l’energia consumata e le emissioni continuano a scendere. Il consumo energetico cala del 2,1%, le emissioni di gas climalteranti del 2,8%, mentre il consumo di materiale interno diminuisce dell’1,8%.

Già nel 2023 si era visto un andamento simile. Con un Pil in aumento dell’1%, l’energia era scesa del 4,8%, le emissioni del 5,9% e l’uso di materie prime del 5,4%. Non è solo una questione di percentuali: significa produrre ricchezza con minor impatto ambientale. Non è ancora una vera e propria rivoluzione green,  ma è comunque il segno di un deciso cambio di mentalità.

Cosa c’è dietro il calo di energia ed emissioni

Il 2023 è stato un anno particolare. È diminuita la domanda di elettricità e, nello stesso tempo, è aumentata la produzione da fonti rinnovabili, soprattutto idroelettrico. Meno gas naturale, meno carbone. Anche il clima mite ha aiutato: meno riscaldamento, meno consumi. E poi c’è un fattore meno visibile ma decisivo, l’efficienza energetica, soprattutto nel settore civile.

Il ruolo delle famiglie è stato determinante. Nei consumi domestici si registra un -8,2%, con un taglio delle emissioni addirittura dell’11,7%. Nei trasporti, invece, la riduzione è stata più contenuta. Segno che in casa si può intervenire più facilmente, mentre cambiare abitudini di mobilità richiede tempo.
Nel 2024 il quadro cambia ancora. Le attività produttive riducono ulteriormente i consumi energetici (-4,1%) e le emissioni (-4,5%). Le famiglie, però, tornano a consumare un po’ di più: +2,2% complessivo, con un aumento sia negli usi domestici sia nei trasporti privati. Una sorta di ritorno alla normalità dopo la fase più rigida degli anni precedenti.

Ecoindustrie e spesa ambientale: un settore che tiene

Il comparto dei beni e servizi ambientali, le cosiddette ecoindustrie, nel 2023 raggiunge 214,7 miliardi di euro di produzione (+0,4%) e 80 miliardi di valore aggiunto (+2,2%). A fare la differenza sono ancora gli interventi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici, sostenuti dagli incentivi fiscali.

Anche la spesa per la protezione dell’ambiente cresce, arrivando a 52,9 miliardi (+2,8%). Le imprese aumentano gli investimenti, soprattutto nella gestione dei rifiuti. Non è un boom, ma è una tendenza costante.

Il capitolo imposte: più entrate dalla fiscalità verde

Infine, le imposte ambientali. Nel 2023 il gettito sale del 19,6%, raggiungendo 54,4 miliardi, anche per il ripristino delle accise sull’energia. Nel 2024 si arriva a 60,6 miliardi (+11,2%). Una parte importante delle entrate arriva proprio dalle imposte sull’energia elettrica.

Per concludere,  è chiaro che l’Italia sta provando a crescere senza aumentare il peso sull’ambiente, mentre lo Stato incassa di più dalla fiscalità verde. Non è una strada semplice, ma le innovazioni non lo sono mai. 

Trasporto marittimo: nel 2024 forte aumento di passeggeri via mare

Nel 2024 l’Italia resta al primo posto tra i Paesi Ue27 per numero di passeggeri trasportati via mare e al secondo dopo l’Olanda per quantità di merci trasportate.
Dai dati Istat emerge come nel 2024 la quantità di merci imbarcate e sbarcate nei porti italiani sia sostanzialmente stazionaria (-0,1% rispetto al 2023), mentre il trasporto passeggeri è aumentato dell’11,9%, circa il doppio dell’Ue27 (+6,2%).

I primi tre porti europei per traffico di passeggeri sono Messina, Reggio Calabria e Napoli. 
L’Italia conferma anche il primato delle crociere a livello europeo, con Civitavecchia il porto più trafficato nel 2024.
Rispetto al 2023 il numero di passeggeri crocieristi è aumentato del 2,0%, mentre il numero di navi da crociera arrivate nei porti italiani è cresciuto dello 0,9%.

In riduzione le navi che solcano i nostri mari, ma aumentano gli approdi

Nel 2024 sono 5.928 le navi che hanno effettuato almeno una toccata in un porto italiano, in riduzione di 26 unità rispetto all’anno precedente. Il numero di toccate nei porti italiani è invece aumentato dell’8,4%, indice di un’attività mediamente maggiore (75 viaggi per nave contro i 69 del 2023).

L’89,6% degli approdi è da attribuire a traghetti e aliscafi (rispettivamente 56,0% e 33,6% del totale). Le toccate degli altri tipi di nave sono invece distribuite dal 2,4% delle portarinfuse liquide, il 2% di navi container, lo 0,6% di portarinfuse solide.
Quanto alle navi da crociera, hanno realizzato l’1,2% degli approdi, mentre i restanti tipi di nave esprimono quote residuali.

Trieste e Genova nella top 20 europea dei porti mercantili

A livello europeo, l’Italia si conferma nel 2024 al secondo posto per quantità di merce imbarcata e sbarcata, con una quota del 14,6% sul totale Ue27, subito dopo l’Olanda e appena sopra la Spagna e il Belgio.
Segue la Germania, che rispetto al 2023 supera la Francia, diventando sesta in graduatoria.

I principali porti commerciali italiani, come definiti in base alle nomenclature statistiche internazionali, sono 137 e sono distribuiti lungo le coste di 14 regioni.
I due principali porti italiani per il trasporto merci, Trieste e Genova, figurano nella top 20 dell’Ue27 e guadagnano entrambi una posizione rispetto al 2023.

Il Nord traina il trasporto merci

A loro volta, i porti rilevati sono aggregati in 84 “porti statistici”, definiti considerando come un’unica unità statistica le infrastrutture portuali che gravitano su un porto principale o hanno una forte prossimità e integrazione geografica, come nel caso degli arcipelaghi delle isole minori.

Il Nord traina il trasporto delle merci e il Mezzogiorno quello dei passeggeri
Complessivamente nel 2024 nei porti italiani sono stati effettuati 446.371 approdi di navi adibite al trasporto di merci o passeggeri, le quali hanno in media un volume pari a 6.384 di stazza lorda per nave.
Le regioni nei cui porti sono approdate più navi per il trasporto merci o passeggeri sono Campania e Sicilia (139.634 e 110.508), entrambe in aumento rispetto al 2023 (+17,5% Campania, +14,1% Sicilia).

Imprese, prezzi energia: nel quarto trimestre 2025 le bollette tornano a crescere 

Emerge dal Rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia OCEN (Commercio, Turismo, Cultura, Trasporti, Servizi e Professioni): per le imprese del terziario di mercato nel 2025 la bolletta elettrica è aumentata in media del 28,8% rispetto al 2019, quella del gas addirittura del 70,4%.

L’Osservatorio rileva incrementi significativi anche nel confronto tra il quarto trimestre 2025 e il secondo e terzo dell’anno. A incidere sulle bollette elettriche non è stata solo la componente energia (60% del totale), ma anche gli oneri generali di sistema (quasi 20% sul totale), ripristinati dopo l’azzeramento nei due trimestri centrali, stabilito come misura di sostegno alle imprese.

Elettricità: comparto Alberghi più penalizzato

Sommando i costi della bolletta elettrica con quella del gas, il comparto più penalizzato nell’ultimo trimestre 2025 è quello degli alberghi di medie dimensioni, con 9.117 euro di spesa media mensile, seguito da negozi di grandi dimensioni (5.979 euro), hotel di piccole dimensioni (5.263 euro), negozi alimentari (2.334 euro), ristoranti (2.083 euro), bar (1.009 euro), negozi non alimentari (855 euro).

Il costo dell’energia continua perciò a rappresentare un freno alla competitività delle imprese del terziario di mercato, ancora più penalizzate nel confronto con gli altri Paesi europei. Tra il 2019 e il 2025 in Italia l’energia elettrica è aumentata del 122%, quasi il doppio rispetto alla Francia (+64%) e tre volte e mezzo rispetto alla Spagna (+36%).

Gas, -16% vs 2024 ma +50% sul 2019

Per quanto le bollette del gas nell’ultimo trimestre 2025 la spesa è in diminuzione del 16% rispetto all’anno precedente, ma se comparata con la media del 2019, periodo pre-pandemia e crisi energetica, è superiore di oltre il 50%.

In particolare, per i negozi non alimentari, l’importo mensile di un contratto di gas a prezzo variabile è risultato di 365 euro, per un consumo di 300 m3 mensili.
A parità di contratto e consumi, nel 2019, lo stesso tipo di negozio aveva pagato mediamente 257 euro al mese.
La spesa di dicembre 2025 risulta quindi maggiore del 42,0% rispetto alla spesa media del 2019. 

Europa: un mercato frammentato e disomogeneo

A causa delle insufficienti infrastrutture di trasposto dell’energia elettrica tra Paesi, il mercato energetico europeo risulta frammentato, con curve di domanda e offerta diverse tra un’area e l’altra. Inoltre, differenze nei sistemi di contrattazione e composizione delle fonti di produzione energetica determinano prezzi dissimili nei vari mercati nazionali.

Dal 2021 l’Italia ha registrato i prezzi maggiori, segnalando l’esistenza di una anomalia strutturale del mercato. Nel 2025, infatti, il prezzo medio all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia era +79,6% rispetto alla Francia, +78,7% rispetto alla Spagna, + 27% rispetto alla Germania.
Francia e Spagna risultano le più virtuose, con prezzi quasi dimezzati. La prima grazie all’elevata quota di energia elettrica prodotta con centrali nucleari, la seconda, grazie alla forte crescita della quota di produzione da fonti rinnovabili.

Imprese italiane, in un anno sono cresciute di quasi l’1%

Il 2025 si chiude con un segnale importante per l’economia del nostro Paese: le imprese italiane aumentano di numero. Certo, non si tratta di dati eclatanti, comunque è una buona notizia. Il trend evidenzia un sistema economico più resistente di quanto spesso si pensi.

Il saldo tra iscrizioni e cessazioni segna infatti un +56.599 imprese, pari a una crescita dello 0,96%, migliore rispetto agli ultimi due anni. A fine anno, le aziende registrate in Italia sono 5.849.524.

Meno chiusure, più stabilità

Il segnale più positivo non è tanto l’aumento delle nuove imprese – 323.533, sostanzialmente in linea con il 2024 – ma soprattutto la decisa diminuzione delle chiusure. Le cessazioni sono state 266.934, con un calo del 6,7% rispetto all’anno precedente. Questo andamento, decisamente positivo, significa che la tenuta c’è, e il Paese sembra mostrare una rinnovata fiducia.

I dati arrivano da Movimprese, l’analisi annuale realizzata da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio.

Il comparto più “sano”? Quello dei servizi 

Ma quali sono i settori che stanno meglio? I servizi si dimostrano in salute, mente alcuni comparti tradizionali hanno il fiato più corto. Le attività finanziarie e assicurative crescono del 5,89%, seguite dalla fornitura di energia elettrica, gas e vapore (+5,16%). L’edilizia conferma un buon momento, con oltre 9.300 imprese in più (+1,12%).

Dall’altra parte, l’agricoltura perde più di 8.000 aziende (-1,17%), la manifattura arretra dello 0,80% e il commercio lascia sul terreno quasi 10.000 imprese. Un ridimensionamento che continua a ridisegnare l’economia reale del Paese.

Immobiliare, turismo e finanza: dove cresce l’Italia

Più nel dettaglio, spiccano le attività immobiliari, che chiudono l’anno con un saldo positivo di oltre 8.200 imprese (+2,69%). Bene anche i lavori di costruzione specializzati (+7.430). Il dato più sorprendente riguarda però i servizi finanziari non assicurativi, che segnano un balzo del 18,31%.

Crescono anche alloggio e turismo (+6,61%), pubblicità e ricerche di mercato (+5,89%), consulenza gestionale (+5,07%). La tecnologia non resta a guardare: la produzione di software e la consulenza informatica aggiungono più di 2.100 imprese (+3,79%).

Le società di capitali sono le vere protagoniste

La crescita complessiva è trainata quasi interamente dalle società di capitali, che aumentano di 66.878 unità (+3,48%). Le imprese individuali tornano appena in positivo, mentre continuano a diminuire le società di persone (-1,39%). Un segnale chiaro di come stiano cambiando le forme dell’iniziativa economica.

Anno positivo in tutte le aree del Paese

Tutte le aree geografiche chiudono l’anno in positivo. Il Centro guida la classifica (+1,20%), seguito da Sud e Isole (+1,07%) e Nord-Ovest (+1,00%). Il Nord-Est cresce meno, ma resta sopra lo zero.

Il Lazio spicca tra le regioni (+2,07%), davanti a Lombardia e Sicilia. A livello provinciale, Roma, Milano e Siracusa mostrano la maggiore vivacità. Numeri che, messi insieme, raccontano un’Italia che, nonostante tutto, continua a provarci.

Mobilità e qualità dell’aria: 500 milioni per la sostenibilità urbana

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase) e tutti i Ministri concertanti hanno firmato un decreto che istituisce un Programma di finanziamento per il potenziamento della mobilità sostenibile nelle grandi aree urbane.

Entra così nella fase finale di adozione il nuovo provvedimento che prevede uno stanziamento complessivo di 500 milioni di euro. Si tratta di uno dei più consistenti interventi nazionali degli ultimi anni sul tema della qualità dell’aria.
La misura è rivolta ai Comuni capoluogo di Provincia con popolazione superiore a 50 mila abitanti e alle Città Metropolitane situate nelle aree interessate dal contenzioso europeo sulla qualità dell’aria.

Dal rafforzamento del Mobility Management al potenziamento del trasporto pubblico locale

In particolare, il Programma finanzierà interventi per la riduzione delle emissioni e il miglioramento della qualità della vita urbana.
Tra questi, rientrano il rafforzamento del Mobility Management, il potenziamento del trasporto pubblico locale e della mobilità collettiva, condivisa e a chiamata, il sostegno alla logistica urbana sostenibile, oltre a incentivi e azioni a supporto della domanda di mobilità sostenibile, nonché interventi per la regolamentazione e la gestione della mobilità urbana.

Il Programma rappresenta un tassello fondamentale nella strategia nazionale per la transizione ecologica delle città, chiamate nei prossimi anni a ridurre drasticamente le emissioni e a ripensare i propri modelli di mobilità.

L’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale causato dal settore dei trasporti

Lo smog resta infatti un’emergenza, con alcune zone più esposte al rischio, in particolare nelle aree della pianura padana.
L’obiettivo quindi è quello di concentrare le risorse nei territori a maggiore densità di traffico e con una più elevata domanda di mobilità, così da accelerare il risanamento della qualità dell’aria e ridurre l’impatto ambientale del settore dei trasporti.

Il Programma adotta un approccio integrato, consentendo ai Comuni di intervenire in modo coordinato su più ambiti e di avvalersi del supporto tecnico dell’ANCI, al fine di massimizzare l’efficacia delle misure attivate.

“Tutelare la salute dei cittadini e rendere i centri urbani più vivibili e moderni”

“Con questo decreto mettiamo a disposizione risorse significative per aiutare le città più esposte all’inquinamento atmosferico a cambiare passo – ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto -. Investire sulla mobilità sostenibile significa migliorare la qualità dell’aria, tutelare la salute dei cittadini e rendere i centri urbani più vivibili e moderni. È una misura concreta che coniuga ambiente, sviluppo e qualità della vita”.

Epo-Ocse: in 10 anni le tecnologie quantistiche quintuplicano la crescita

Secondo uno studio dell’Ufficio Europeo dei brevetti (Epo) e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il panorama della tecnologia quantistica sta vivendo una rapida espansione. Entro il 2035 il mercato globale della tecnologia quantistica raggiungerà circa 93 miliardi di euro.

Nel settore quantistico, il numero di famiglie di brevetti internazionali (IPFs) nell’ultimo decennio è quintuplicato. Il rapporto identifica tre sottocategorie principali: comunicazione quantistica, calcolo quantistico (compresa la simulazione) e rilevamento quantistico.
La comunicazione quantistica ha rappresentato il maggior numero di IPF fino al 2022, ma l’informatica quantistica ha registrato la crescita maggiore (quasi 60 volte) in termini di IPF, ed è destinata a diventare il settore più importante dell’ecosistema.

USA, Europa, Giappone sul podio

In totale, tra il 2005 e il 2024 gli innovatori di tutto il mondo hanno generato circa 9740 IPF relativi alla tecnologia quantistica. In testa gli USA, seguiti da Europa, Giappone, Cina e Repubblica di Corea.
Il settore quantistico oggi comprende più di 4500 aziende, poco meno del 20% specializzate nel quantum core.

Le principali sono in genere startup e dipendono fortemente dagli investimenti iniziali e dai finanziamenti pubblici.
Alle aziende non specializzate (80%) sono riconducibili la maggior parte dei brevetti relativi alla quantistica nonché la maggiore creazione di posti di lavoro.

In Italia previsti investimenti per oltre 227 milioni

L’Europa ospita uno dei cluster più densi di aziende specializzate nel quantum core, con percentuali di aziende vicine al 40% in Paesi come Regno Unito, Paesi Bassi e Francia. Negli Stati Uniti (20%) la quota è inferiore, mentre si riscontra una maggiore presenza di giganti tecnologici.

Dal 2005 al 2024 l’Italia non ha registrato famiglie di brevetti relativi alla tecnologia quantistica, ma dal 2025, anche grazie al supporto dei fondi europei, prevede una strategia di investimenti di oltre 227 milioni di euro per sviluppare laboratori nazionali, formare la forza lavoro e incoraggiare investimenti privati.
Gli investimenti si concentreranno su settori chiave come informatica, simulazione, comunicazione, rilevamento e scienza di base, con una partecipazione attiva ai programmi dell’UE e l’obiettivo di aumentare l’autonomia strategica.

Aziende, università, centri di ricerca

Tra il 2005-2024 i primi cinque richiedenti di famiglie di brevetti (IPF) quantistici sono stati IBM, LG, Toshiba, Intel e Microsoft, oltre ad aziende europee come IQM Quantum Computers e Robert Bosch. Le prime quattro università per IPF quantistici provengono invece tutte dagli USA, guidate dal MIT e da Harvard.
Il CNRS, la più grande organizzazione di ricerca pubblica in Francia, si distingue come l’unica istituzione europea tra i primi 20 candidati.

In Italia, l’Istituto Italiano Nazionale di Scienza e Tecnologia quantistica (NQSTI) è un consorzio di 20 centri di ricerca nazionali finanziato dal PNRR.
L’obiettivo, riferisce Askanews, è coprire l’intero spettro dalla ricerca di base fino allo sviluppo di prototipi, con una forte attenzione agli spin-off accademici e all’innovazione industriale.

Natale 2025: quanto spenderanno gli italiani?

Ogni dicembre ci ritroviamo a fare i conti con liste, desideri e, naturalmente, conti da pagare. E anche quest’anno, tra rincari e prudenza, gli italiani non rinunceranno ai regali, ma lo faranno con un occhio più attento al budget.

Secondo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto EMG Different, la spesa media pro capite si aggirerà attorno ai 204 euro, per un totale di circa 8,7 miliardi di euro.

Budget in calo rispetto al 2024

Il dato più evidente è la contrazione del budget complessivo, che scende di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. Non stupisce, quindi, che circa tre milioni di persone dichiarino di voler ridurre la spesa per i doni, schiacciati dall’aumento delle uscite familiari, dalle bollette ai costi del carrello.

E quando il portafogli non basta, si ricorre a un sostegno esterno. Un’analisi mUp Research per Facile.it rivela che quasi il 18% dei regali finirà sotto l’albero grazie a prestiti personali o formule di pagamento dilazionato come il Buy Now Pay Later.

Chi regala di più: donne e over 65

Guardando più da vicino i dati raccolti, emergono differenze interessanti. Le donne, ad esempio, mostrano una maggiore propensione al regalo: in media metteranno in conto 208 euro a testa, circa il 4% in più rispetto agli uomini.
Ancora più generosi gli over 65, che arrivano a destinare ai doni ben 281 euro ciascuno, ovvero il 37% oltre la media nazionale.

Nord e Sud: due approcci diversi al Natale

Il divario resta marcato sul fronte geografico. Nel Nord Ovest ci si prepara a un Natale più “ricco”, con una spesa superiore del 20% rispetto al resto del Paese.
All’estremo opposto, le regioni del Sud e le Isole si attestano sui 177 euro a persona, segno di una maggiore prudenza o di una disponibilità economica più contenuta.

Non solo doni: i rincari che pesano sulle feste

Il portafogli, però, non si alleggerisce solo per i pacchetti. Il rapporto Facile.it – Consumerismo No Profit mette in evidenza un altro fronte caldo: gli alimentari. Analizzando i dati Istat, Consumerismo ricorda che tra il 2021 e il 2025 i prezzi del settore sono saliti di circa il 25%, con aumenti importanti su latte, formaggi, uova, pane e cereali. Tradotto: pranzi e cenoni costeranno di più, anche senza cambiare menù.

Aumenti che toccano pure decorazioni e addobbi. Solo lo scorso anno i prezzi dei prodotti natalizi sono cresciuti del 16%, e non ci sono segnali che lascino presagire un’inversione di tendenza.