Negli ultimi anni l’economia globale ha intrapreso una riconfigurazione profonda: tra pressioni geopolitiche, politiche industriali nazionali e l’urgenza della transizione ecologica, le catene del valore stanno cambiando assetto. Questo articolo analizza le dinamiche principali — dal cosiddetto decoupling tra grandi potenze al reshoring produttivo — e valuta le implicazioni per imprese, investitori e policy maker.
Il contesto: dopo tre decenni di integrazione crescente, la globalizzazione commerciale ha incontrato limiti nuovi. Le crisi successive — pandemia, interruzioni logistiche, ondate inflazionistiche e tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina — hanno spinto Paesi e imprese a ripensare l’equilibrio tra efficienza cost-driven e resilienza. Il risultato è una progressiva riduzione della dipendenza da fornitori concentrati in aree critiche e una riorganizzazione degli investimenti produttivi.
Analisi con dati ed esempi
1) Decoupling selettivo: Il decoupling non è un taglio netto, ma un processo selettivo in settori strategici come semiconduttori, telecomunicazioni e tecnologie dual-use. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno introdotto misure volte a proteggere capacità critiche: dagli incentivi per i chip fab alle restrizioni su export di tecnologie sensibili. Questo ha già generato maggiori flussi di investimento diretto estero verso regioni ritenute affidabili. Ad esempio, i programmi pubblici negli USA (CHIPS Act) e i piani europei di sovranità tecnologica hanno attivato decine di miliardi di dollari/Euro in investimenti privati e pubblici in impianti produttivi locali.
2) Reshoring e nearshoring: Secondo analisi di istituti internazionali, una quota crescente di manager dichiara l’intenzione di riportare attività di produzione in Paesi vicini o in patria, anche se non tutte le fasi produttive tornano indietro. Le industrie ad alta tecnologia o con vincoli di sicurezza tendono al reshoring completo; settori intensivi di manodopera possono optare per nearshoring nei Paesi limitrofi. Esempi pratici includono le nuove fabbriche di semiconduttori in Europa, investimenti in impianti di batterie in Nord America ed Europa, e accordi commerciali che favoriscono scambi regionali.
3) Catene del valore più modulari: Le imprese adottano strategie “dual sourcing” e modularizzazione produttiva per ridurre il rischio di interruzioni. Ciò comporta investimenti in logistica, inventari e tecnologie digitali (IoT, blockchain) per tracciare e gestire forniture complesse. La diffusione della digitalizzazione permette una migliore visibilità lungo la filiera, ma aumenta anche la domanda di competenze avanzate e di infrastrutture digitali sicure.
4) Impatto sui flussi commerciali e sugli investimenti: La ricomposizione delle catene ha effetti misurabili su commercio e IDE (investimenti diretti esteri). Alcuni settori vedono una riduzione dei flussi globali tradizionali, compensata però da nuovi investimenti localizzati. Per Paesi esportatori di componenti intermedi si apre una sfida: diversificare mercati e upskill della forza lavoro per attrarre attività a più alto valore aggiunto.
Implicazioni future
1) Per le imprese: la priorità diventerà la gestione del trade-off tra costi e resilienza. Aziende con capacità di adattamento — attraverso automazione, design di prodotto modulare e strategie di sourcing flessibili — avranno vantaggi competitivi. È probabile un aumento degli investimenti in formazione tecnica e nella digitalizzazione delle operations.
2) Per i governi: le politiche industriali saranno sempre più rilevanti. Incentivi mirati, normativa sugli investimenti esteri e infrastrutture (energetiche e digitali) determineranno la capacità di attrarre “relocalizzazioni”. Al contempo, la necessità di cooperazione internazionale rimane: gestire le tensioni geopolitiche senza frammentare completamente i mercati sarà una sfida cruciale.
3) Per il mercato del lavoro: la ristrutturazione produttiva richiederà competenze diverse. Crescerà la domanda di tecnici per industrie ad alta tecnologia, specialisti nella supply chain digitale e professionisti per la sostenibilità industriale. Politiche attive del lavoro e formazione continua saranno strategiche per evitare disallineamenti occupazionali.
4) Per gli investitori: opportunità emergono nei settori legati alla resilienza (logistica, semiconduttori, energie rinnovabili e batterie) e nelle società che facilitano la transizione digitale delle filiere. Tuttavia, l’aumento del rischio geopolitico richiede una valutazione attenta dell’esposizione regionale e tecnologica.
Conclusione: la riconfigurazione delle catene del valore non è un ritorno al protezionismo puro, ma una transizione verso una globalizzazione più frammentata e selettiva. Le imprese e i policymaker che sapranno anticipare e gestire questa transizione — investendo in tecnologia, formazione e infrastrutture resilienti — potranno trasformare i rischi in opportunità. Nel frattempo, la cooperazione multilaterale resta fondamentale per limitare i costi economici e sociali di un mondo più segmentato.
Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha mostrato segnali contrastanti: da un lato una ripresa occupazionale dopo la fase più acuta della crisi pandemica, dall’altro dinamiche strutturali — invecchiamento della forza lavoro, contratti precari, digitalizzazione e carenze di competenze — che continuano a plasmare il presente e il futuro dell’occupazione. Questo articolo mette a fuoco le principali statistiche e i trend che stanno ridefinendo il mondo del lavoro in Italia, offrendo dati contestualizzati, esempi concreti e le implicazioni per i lavoratori, le imprese e le politiche pubbliche.
Analisi e contesto: l’occupazione cresce, ma la qualità resta un problema
La dinamica occupazionale post‑pandemia è stata complessa. Numeri aggregati mostrano una crescita dell’occupazione complessiva, sostenuta dalla ripresa dei servizi e da politiche di sostegno all’occupazione. Tuttavia, la qualità del lavoro presenta criticità: elevate quote di contratti a termine e part‑time involontario, una crescita dei lavori atipici e una pressione sui salari reali dovuta all’inflazione hanno mantenuto la percezione di precarietà tra molte fasce di lavoratori.
Il mercato del lavoro italiano rimane anche caratterizzato da forte disomogeneità territoriale e settoriale. Il nord continua ad assorbire una quota maggiore di occupazione industriale e nei servizi avanzati, mentre il Mezzogiorno soffre per tassi di inattività e di NEET (giovani non impegnati in lavoro né in formazione) ancora elevati. Settori come sanità, costruzioni, logistica, ristorazione e ICT segnalano carenze di personale, nonostante livelli di disoccupazione che restano superiori alla media europea in alcune fasce.
Digitalizzazione, smart working e automazione: cambiamenti strutturali
La diffusione dello smart working ha ridefinito modalità e aspettative: molte imprese italiane hanno adottato modelli ibridi, con benefici in termini di produttività e conciliazione ma anche nuove sfide per la gestione, la salute mentale e la formazione. Parallelamente, l’automazione e l’introduzione di intelligenza artificiale stanno trasformando ruoli e mansioni. La conseguenza non è un semplice spostamento netto di posti di lavoro, ma una riduzione delle attività routinarie e una valorizzazione di competenze cognitive, digitali e relazionali.
Questa transizione mette in evidenza un gap di competenze: molte imprese faticano a reperire profili specializzati in ambito digitale e green, mentre una parte significativa della forza lavoro richiede programmi di upskilling e reskilling per restare competitiva. Alcune grandi realtà e piattaforme formative hanno avviato programmi di formazione aziendale e apprendistati tecnologici; tuttavia, la diffusione resta disomogenea tra le PMI, che rappresentano la maggior parte del tessuto produttivo italiano.
Precarietà, giovani e parità di genere
I giovani continuano a sperimentare condizioni di ingresso nel mercato del lavoro difficili: contratti temporanei, stage non sempre formativi e una mobilità geografica limitata dalle barriere economiche. Sul fronte della parità di genere si registrano progressi nella partecipazione femminile, ma persistono divari salariali e ostacoli alla carriera, soprattutto per le donne con responsabilità di cura.
Implicazioni future: policy, imprese e lavoratori
Le tendenze attuali suggeriscono alcune linee d’azione prioritarie. Per le politiche pubbliche è essenziale combinare misure di attivazione del lavoro (apprendistato, incentivi per l’assunzione qualificata, politiche attive) con investimenti massicci in formazione continua e infrastrutture digitali e di mobilità che riducano le disuguaglianze territoriali. Occorre inoltre rendere più flessibile il mercato del lavoro senza rinunciare a strumenti di protezione sociale moderni che accompagnino la transizione tra lavori.
Per le imprese, specialmente le PMI, la sfida è integrare strategie di gestione delle risorse umane più moderne: piani di formazione strutturati, partnership con centri di formazione e università, e una maggiore attenzione al well‑being per trattenere talenti. L’adozione di modelli ibridi e la digitalizzazione dei processi devono andare di pari passo con investimenti in competenze.
I lavoratori dovranno puntare su apprendimento continuo e mobilità delle competenze: capacità digitali, competenze trasversali e specializzazioni nei settori green e dell’assistenza sanitaria aumenteranno la resilienza occupazionale. Infine, il dialogo sociale tra imprese, sindacati e istituzioni sarà cruciale per governare la transizione tecnologica e assicurare che innovazione e inclusione vadano a braccetto.
In sintesi, il mercato del lavoro italiano è in trasformazione: i numeri mostrano alcune luci ma tante ombre che richiedono risposte coordinate. Il vero banco di prova per i prossimi anni sarà la capacità di tradurre crescita occupazionale in lavoro di qualità, investendo in competenze, infrastrutture e politiche sociali che possano rendere la transizione equa e sostenibile.
Dopo anni segnati dalla pandemia, dalla crisi energetica e dall’inflazione globale, l’economia italiana si trova in una fase di transizione: non più solo gestione degli shock, ma consolidamento di percorsi di crescita sostenibile. Le imprese mostrano segnali di resilienza, il mercato del lavoro migliora a macchia di leopardo e il dibattito pubblico si concentra su investimenti, debito e competitività. Questo pezzo analizza lo stato attuale, offre dati ed esempi concreti e indica le principali implicazioni per i prossimi 12–24 mesi.
Contesto: l’Italia ha beneficiato negli ultimi anni di ingenti risorse europee (PNRR) destinate a infrastrutture, digitalizzazione e transizione verde. Al tempo stesso resta tra i paesi con debito pubblico più alto nell’area euro, una struttura produttiva caratterizzata da molte piccole e medie imprese e un tasso di partecipazione al mercato del lavoro inferiore alla media UE. L’interazione tra politiche fiscali, costo del credito e dinamiche internazionali determina quindi la traiettoria di breve termine.
Analisi con dati ed esempi
1) Crescita e domanda interna: Dopo il rallentamento globale del 2022, la crescita italiana ha mostrato segnali di moderata ripresa. Le esportazioni di beni ad alto valore aggiunto (macchine, farmaceutica, agroalimentare) restano un volano, con esportazioni verso UE e mercati extra-UE che sostengono alcune filiere. Tuttavia la domanda interna è ancora debole in termini reali per effetto del potere d’acquisto compress o: i salari medi hanno recuperato parte delle perdite reali ma non in modo omogeneo tra settori.
2) Inflazione e costo dell’energia: La volatilità dei prezzi energetici ha costretto molte imprese a ripensare catene di approvvigionamento e mix produttivi. Molte PMI del Nord hanno investito in efficienza energetica e automazione per ridurre la vulnerabilità ai picchi dei costi. Nel comparto turistico, il 2023–2024 ha segnato una ripresa robusta dei flussi internazionali, supportando ristorazione e trasporti, ma l’aumento dei costi operativi riduce i margini.
3) Lavoro e competenze: Il mercato del lavoro evidenzia una dinamica positiva nella creazione di occupazione, con un aumento degli occupati sia nelle professioni tecniche che nel terziario. Rimane però elevata la dispersione territoriale: aree del Mezzogiorno continuano a registrare tassi di disoccupazione e inattività più alti rispetto al Centro-Nord. Le imprese segnalano difficoltà nel reperire competenze digitali e tecniche, spingendo investimenti in formazione interna o in collaborazioni con istituti tecnici e università.
4) Debito, finanza e investimenti: Il rapporto alto debito/PIL impone prudenza fiscale. Tuttavia la presenza di fondi europei e linee di credito agevolate ha facilitato investimenti in infrastrutture e innovazione per molte imprese medio-grandi. Le start-up tecnologiche italiane mostrano segnali di maturazione, con exit e round di finanziamento più consistenti rispetto a pochi anni fa, anche se la scala complessiva resta inferiore rispetto ad altri ecosistemi europei.
Esempio pratico: un distretto industriale della meccanica in Emilia-Romagna ha combinato incentivi PNRR, investimenti privati in digitalizzazione e accordi con un’università tecnica per formare operai 4.0. Risultato: aumento dell’efficienza produttiva, riduzione dei tempi di fermo macchina e migliore penetrazione su mercati di nicchia esteri.
Implicazioni future
1) Politiche industriali mirate: Per sbloccare potenziale di crescita servono politiche che favoriscano aggregazioni tra imprese, internazionalizzazione e digitalizzazione diffusa. Incentivi troppo generici rischiano di disperdere risorse; bisogna concentrare interventi su filiere strategiche e competenze chiave.
2) Capitale umano come fattore critico: Investire in formazione continua e nella riqualificazione dei lavoratori diventerà essenziale. Il mismatch tra domanda e offerta di competenze può rallentare la trasformazione produttiva se non affrontato con programmi mirati a livello territoriale.
3) Sostenibilità finanziaria: Gestire il rapporto debito/PIL senza sacrificare investimenti è la sfida più complessa. Una strada pragmatica passa per migliorare l’efficienza della spesa pubblica, accelerare l’attuazione dei progetti finanziati dall’UE e mobilitare capitale privato attraverso partenariati pubblico-privati trasparenti.
Conclusione: L’economia italiana dispone di punti di forza reali — specializzazione produttiva, attrattività turistica, capitale umano e flussi finanziari europei — ma resta vulnerabile alla fragilità della domanda interna, alla carenza di alcune competenze e alla necessità di investimenti strutturali. Nei prossimi 12–24 mesi la capacità del sistema pubblico-privato di tradurre risorse in riforme concrete e progetti reali determinerà se la ripresa potrà consolidarsi in una crescita sostenibile e inclusiva.
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase) e tutti i Ministri concertanti hanno firmato un decreto che istituisce un Programma di finanziamento per il potenziamento della mobilità sostenibile nelle grandi aree urbane.
Entra così nella fase finale di adozione il nuovo provvedimento che prevede uno stanziamento complessivo di 500 milioni di euro. Si tratta di uno dei più consistenti interventi nazionali degli ultimi anni sul tema della qualità dell’aria.
La misura è rivolta ai Comuni capoluogo di Provincia con popolazione superiore a 50 mila abitanti e alle Città Metropolitane situate nelle aree interessate dal contenzioso europeo sulla qualità dell’aria.
Dal rafforzamento del Mobility Management al potenziamento del trasporto pubblico locale
In particolare, il Programma finanzierà interventi per la riduzione delle emissioni e il miglioramento della qualità della vita urbana.
Tra questi, rientrano il rafforzamento del Mobility Management, il potenziamento del trasporto pubblico locale e della mobilità collettiva, condivisa e a chiamata, il sostegno alla logistica urbana sostenibile, oltre a incentivi e azioni a supporto della domanda di mobilità sostenibile, nonché interventi per la regolamentazione e la gestione della mobilità urbana.
Il Programma rappresenta un tassello fondamentale nella strategia nazionale per la transizione ecologica delle città, chiamate nei prossimi anni a ridurre drasticamente le emissioni e a ripensare i propri modelli di mobilità.
L’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale causato dal settore dei trasporti
Lo smog resta infatti un’emergenza, con alcune zone più esposte al rischio, in particolare nelle aree della pianura padana.
L’obiettivo quindi è quello di concentrare le risorse nei territori a maggiore densità di traffico e con una più elevata domanda di mobilità, così da accelerare il risanamento della qualità dell’aria e ridurre l’impatto ambientale del settore dei trasporti.
Il Programma adotta un approccio integrato, consentendo ai Comuni di intervenire in modo coordinato su più ambiti e di avvalersi del supporto tecnico dell’ANCI, al fine di massimizzare l’efficacia delle misure attivate.
“Tutelare la salute dei cittadini e rendere i centri urbani più vivibili e moderni”
“Con questo decreto mettiamo a disposizione risorse significative per aiutare le città più esposte all’inquinamento atmosferico a cambiare passo – ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto -. Investire sulla mobilità sostenibile significa migliorare la qualità dell’aria, tutelare la salute dei cittadini e rendere i centri urbani più vivibili e moderni. È una misura concreta che coniuga ambiente, sviluppo e qualità della vita”.
Secondo uno studio dell’Ufficio Europeo dei brevetti (Epo) e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il panorama della tecnologia quantistica sta vivendo una rapida espansione. Entro il 2035 il mercato globale della tecnologia quantistica raggiungerà circa 93 miliardi di euro.
Nel settore quantistico, il numero di famiglie di brevetti internazionali (IPFs) nell’ultimo decennio è quintuplicato. Il rapporto identifica tre sottocategorie principali: comunicazione quantistica, calcolo quantistico (compresa la simulazione) e rilevamento quantistico.
La comunicazione quantistica ha rappresentato il maggior numero di IPF fino al 2022, ma l’informatica quantistica ha registrato la crescita maggiore (quasi 60 volte) in termini di IPF, ed è destinata a diventare il settore più importante dell’ecosistema.
USA, Europa, Giappone sul podio
In totale, tra il 2005 e il 2024 gli innovatori di tutto il mondo hanno generato circa 9740 IPF relativi alla tecnologia quantistica. In testa gli USA, seguiti da Europa, Giappone, Cina e Repubblica di Corea.
Il settore quantistico oggi comprende più di 4500 aziende, poco meno del 20% specializzate nel quantum core.
Le principali sono in genere startup e dipendono fortemente dagli investimenti iniziali e dai finanziamenti pubblici.
Alle aziende non specializzate (80%) sono riconducibili la maggior parte dei brevetti relativi alla quantistica nonché la maggiore creazione di posti di lavoro.
In Italia previsti investimenti per oltre 227 milioni
L’Europa ospita uno dei cluster più densi di aziende specializzate nel quantum core, con percentuali di aziende vicine al 40% in Paesi come Regno Unito, Paesi Bassi e Francia. Negli Stati Uniti (20%) la quota è inferiore, mentre si riscontra una maggiore presenza di giganti tecnologici.
Dal 2005 al 2024 l’Italia non ha registrato famiglie di brevetti relativi alla tecnologia quantistica, ma dal 2025, anche grazie al supporto dei fondi europei, prevede una strategia di investimenti di oltre 227 milioni di euro per sviluppare laboratori nazionali, formare la forza lavoro e incoraggiare investimenti privati.
Gli investimenti si concentreranno su settori chiave come informatica, simulazione, comunicazione, rilevamento e scienza di base, con una partecipazione attiva ai programmi dell’UE e l’obiettivo di aumentare l’autonomia strategica.
Aziende, università, centri di ricerca
Tra il 2005-2024 i primi cinque richiedenti di famiglie di brevetti (IPF) quantistici sono stati IBM, LG, Toshiba, Intel e Microsoft, oltre ad aziende europee come IQM Quantum Computers e Robert Bosch. Le prime quattro università per IPF quantistici provengono invece tutte dagli USA, guidate dal MIT e da Harvard.
Il CNRS, la più grande organizzazione di ricerca pubblica in Francia, si distingue come l’unica istituzione europea tra i primi 20 candidati.
In Italia, l’Istituto Italiano Nazionale di Scienza e Tecnologia quantistica (NQSTI) è un consorzio di 20 centri di ricerca nazionali finanziato dal PNRR.
L’obiettivo, riferisce Askanews, è coprire l’intero spettro dalla ricerca di base fino allo sviluppo di prototipi, con una forte attenzione agli spin-off accademici e all’innovazione industriale.
Quest’anno molti italiani non hanno aspettato l’8 dicembre per lanciarsi nella caccia ai regali. Secondo l’indagine condotta da mUp Research per Facile.it, oltre 6 milioni di persone hanno già concluso parte dello shopping natalizio. Un dato che non stupisce: tra inflazione, offerte lampo e il desiderio di evitare corse dell’ultimo minuto, anticipare le spese sembra ormai una piccola strategia di sopravvivenza.
Curioso però notare che circa un italiano su dieci, tra coloro che hanno già acquistato i doni, ha fatto ricorso a un prestito per coprire le spese. Non una cifra enorme, ma sufficiente a fotografare un clima economico in cui il Natale continua a essere un appuntamento importante… e talvolta impegnativo.
Contanti, app e rate: come pagano gli italiani
Nonostante il proliferare dei pagamenti digitali, il contante resiste. Circa 3 milioni di consumatori (il 47% del campione) hanno utilizzato banconote e monete per acquistare i primi regali. Accanto a loro cresce però chi si affida alle app di pagamento: il 20% ha scelto strumenti digitali rapidi e ormai entrati nella quotidianità.
E poi ci sono le nuove formule “compri subito, paghi a rate senza interessi” – il buy now pay later – usate da quasi l’8% degli intervistati. Una soluzione comoda per molti, anche se non sempre priva di rischi se la si utilizza con leggerezza.
A ricorrere invece al credito al consumo è stato il 12% del campione, pari a circa 800mila persone. Parliamo di finanziamenti veri e propri, richiesti per affrontare in tranquillità le spese di dicembre.
Quanti regali faremo?
La ricerca rivela che, in media, gli italiani prevedono di comprare sette regali. Un numero che rimane stabile per la maggior parte delle famiglie, ma che per quasi 5 milioni di persone rappresenta un aumento rispetto allo scorso anno. Le donne, da tradizione o da missione, ne metteranno sotto l’albero circa il 20% in più rispetto agli uomini. E il Centro Italia si conferma l’area più generosa.
Non mancano i veri “maratoneti del pacchetto”: circa 800mila italiani dichiarano di voler acquistare oltre 20 doni.
Risparmiare anticipando gli acquisti
Quasi la metà degli intervistati afferma di anticipare gli acquisti per sfruttare promozioni e offerte. Una scelta pratica, spiegano gli esperti di Facile.it, perché aiuta a distribuire le spese su più mesi ed evita di concentrare tutto a dicembre, quando arriva il classico picco di uscite.
Non tutti però possono permetterselo: circa 5,5 milioni di italiani aspettano la tredicesima per far partire lo shopping, un’abitudine particolarmente diffusa tra gli over 65.
E, a quanto pare, l’anticipo non riguarda solo i regali: più di 5 milioni di persone hanno già iniziato a fare scorta anche di prodotti alimentari per le feste. Del resto, chi ben comincia…
È l’allarme che arriva da Investing for Healthy Ageing, evento promosso da MSD, che si è svolto oggi a Roma presso Associazione Civita: l’Italia sta diventando sempre più anziana.
Se oggi l’aspettativa di vita in Italia è di 83,4 anni, e il 24,7% della popolazione ha più di 65 anni, nel 2050 gli ultra-sessantacinquenni saranno il 34,6% della popolazione.
Come se non bastasse, il calo costante delle nascite rischia di creare uno squilibrio crescente tra popolazione attiva e pensionati, mettendo sotto pressione il sistema pensionistico, previdenziale e sanitario.
Cresce il divario tra aspettativa di vita e anni vissuti in piena autonomia
“I dati aggiornati confermano una crescita costante della popolazione over65 – afferma Roberta Crialesi, dirigente Servizio Sistema integrato Salute, assistenza e previdenza dell’Istat -. Questo fenomeno si accompagna a un divario crescente tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute o in piena autonomia. A ciò si aggiunge un mercato del lavoro con sempre più lavoratori anziani, meno giovani attivi e un carico crescente su welfare e sistemi sanitari”.
È uno scenario che presenta ricadute dirette sulla produttività, sull’organizzazione dell’assistenza e sulla sostenibilità intergenerazionale. “Diventa quindi prioritario adottare politiche strutturate che trasformino l’invecchiamento in un elemento di forza – aggiunge Crialesi -, valorizzando il contributo degli anziani alla società e promuovendo un approccio integrato tra salute, lavoro e inclusione sociale”.
Sostenibilità sociale e prevenzione
Preservare quanto più a lungo la salute, in questo quadro, diventa un elemento essenziale per garantire la sostenibilità del Paese e quella del servizio sanitario nazionale.
“MSD Italia, insieme al resto dell’industria farmaceutica, è fortemente impegnata nel promuovere la prevenzione come leva strategica per la sostenibilità del sistema salute – spiega Nicoletta Luppi, presidente e amministratrice delegata di MSD Italia -. Come dichiarato dal ministro della Salute, per garantire la sostenibilità del servizio sanitario è necessario aumentare la quota del FSN dedicato alla prevenzione, ed è auspicabile che i vaccini e gli screening siano considerati dal punto di vista della finanza pubblica un investimento e non una spesa”.
Salute, fattore chiave per una longevità di qualità
Preservare a lungo lo stato di salute è inoltre fondamentale per rispondere ai mutamenti culturali in corso.
“Nella società di oggi sta cambiando profondamente la percezione dell’essere anziani: si vive più e si rimane attivi più a lungo, e si rifiuta l’idea di una vecchiaia passiva – sottolinea Ketty Vaccaro, responsabile Area Ricerca Biomedica e Salute del Censis, come riporta ANSAcom in collaborazione con MSD. -In questo contesto, il valore della salute si conferma centrale, non solo come condizione fisica, ma come chiave sociologica e culturale per una longevità di qualità”.
Pratiche di meditazione avanzate hanno il potenziale di invertire l’età biologica del cervello. I ricercatori del Massachusetts General Hospital e della Beth Israel Deaconess Medical School, entrambe affiliate all’Università di Harvard, hanno confermato che meditare aiuta a invertire la senescenza del cervello.
I ricercatori hanno effettuato uno studio congiunto su meditatori avanzati che hanno partecipato un ritiro di Samyama Sadhana, un corso di aggiornamento per coloro che precedentemente hanno frequentato un programma di meditazione di otto giorni chiamato ‘Samyama’.
Lo studio ha incluso due gruppi di confronto sani e quattro gruppi di confronto con diversi gradi di patologie cerebrali correlate all’età.
Un’età cerebrale più giovane di 5,9 anni
“È meraviglioso che la scienza moderna sia in grado di identificare e misurare l’impatto delle scienze soggettive sul meccanismo umano”, ha commentato il dottor Bala Subramaniam, direttore del Sadhguru Center for a Conscious Planet presso il BIDMC dell’Harvard Medical School.
“Accrescere l’esuberanza e la vitalità del meccanismo umano rallenterà naturalmente il processo di invecchiamento e il declino cognitivo. Ogni essere umano deve investire nel proprio benessere fisico e mentale. Lo dobbiamo a noi stessi, alle persone che ci circondano e alle generazioni future – ha aggiunto Subramaniam -. Il nostro nuovo studio su Mindfulness dimostra che i meditatori avanzati hanno un’età cerebrale più giovane di 5,9 anni! La meditazione potrebbe essere la chiave per invertire l’invecchiamento cerebrale. Siamo orgogliosi di partecipare a questa ricerca rivoluzionaria”.
Età cerebrale versus età anagrafica
I ricercatori hanno osservato che le stime dell’età cerebrale, basate sui modelli neurali durante il sonno non-REM, erano notevolmente inferiori nel gruppo di meditazione rispetto ai non meditatori.
In alcuni casi, la differenza arrivava fino a un decennio o più. Ciò suggerisce un forte legame tra la pratica meditativa regolare e il mantenimento o addirittura il ringiovanimento della salute cerebrale.
Utilizzando l’elettroencefalografia notturna sono state ricavate misure fisiologiche dell’età cerebrale e sottratte all’età cronologica misurando la deviazione dell’età cerebrale apparente dall’età cronologica.
L’incontro fra antiche pratiche di benessere orientali e le neuroscienze
Lo studio ha sottolineato come sebbene siano necessari studi più ampi per confermare gli effetti a lungo termine i dati finora raccolti sono promettenti.
Questo potrebbe segnare una svolta nel modo in cui le pratiche di benessere orientali e le neuroscienze moderne affrontano l’invecchiamento.
Un numero di sempre più alto di persone oggi è alla ricerca di strategie olistiche per la longevità mentale e fisica. Combinare la meditazione antica con la ricerca moderna potrebbe fornire alcune risposte importanti.
A fine 2024 in Italia si contano 17,7 milioni auto connesse, una ogni tre abitanti e poco meno la metà del parco circolante (44%).
Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano, l’anno passato il mercato italiano delle auto connesse e della mobilità smart tocca 3,3 miliardi di euro (+16% vs 2023).
Più in particolare, le soluzioni per l’auto connessa nel 2024 arrivano a 1,66 miliardi di euro (+7%), i sistemi ADAS integrati nelle nuove vetture, come la frenata automatica di emergenza o il mantenimento di corsia, 1,2 milioni di euro (+26%), e le soluzioni Smart Mobility nelle città, ad esempio per la gestione dei parcheggi e la sharing mobility, raggiungono 500 milioni di euro (+25%).
Ma vendite in calo: -0,5%
Il mercato però è stagnante, con poco più di 1,5 milioni di veicoli venduti nel 2024 (-0,5%). Anche il primo quadrimestre 2025 presenta numeri simili, con una flessione del -0,6% sullo stesso periodo 2024.
La transizione verso la mobilità a zero emissioni non mostra concreti segni di accelerazione. Le vetture elettriche pure (BEV) o ibride plug-in (PHEV) immatricolate nel 2024 si fermano a quota 7,5%, seppure in accelerazione nei primi mesi 2025 (9,7%), con un parco circolante di 624mila vetture, l’1,5% del totale.
I principali ostacoli all’acquisto di auto elettriche sono i costi, non solo il prezzo di vendita (26%), ma anche le spese di ricarica (19%) e manutenzione (17%).
Al motore a combustione ancora non si rinuncia
In questo scenario, il 44% degli italiani possiede già un’auto connessa con almeno una funzionalità smart. E oltre metà (55%) utilizzerebbe un’auto a guida autonoma nei prossimi anni.
Ma c’è anche il 57% che rinuncerebbe del tutto a una propria vettura se i mezzi pubblici passassero più frequentemente.
Al contempo, la normativa europea sullo stop alle auto diesel e benzina entro il 2035 non spaventa troppo.
Solo il 10% si adeguerà da subito, il 34% preferisce attendere che le vetture elettriche diventino più convenienti e affidabili, mentre il 48% utilizzerà il più possibile la vettura attuale o ne comprerà una nuova, sempre con motore a combustione, poco prima della deadline.
Smart Mobility e Smart Road in crescita
Nell’ambito della gestione delle flotte aziendali, il 43% dei fleet manager mette a disposizione dei dipendenti veicoli elettrici/ibridi, il 30% dispone di una flotta connessa e solo il 7% delle grandi aziende ha integrato soluzioni di AI per gestire il parco auto.
Parallelamente, prendono piede i progetti di Smart Mobility e Smart Road, supportati dall’espansione delle reti V2X, l’avanzamento delle tecnologie di guida autonoma e iniziative strategiche a livello nazionale.
Il 65% dei comuni italiani ha avviato progetti di Smart Mobility nell’ultimo triennio, ma solo il 29% sfrutta i dati raccolti a livello informativo.
Cresce poi la sperimentazione delle Smart Road, con 166 progetti censiti a partire dal 2017 a livello globale. In Italia sono 21 le iniziative attivate nel triennio 2022-2024.
Il taglio dei tassi da parte della BCE ha prodotto un effetto positivo sulla domanda di mutui, comportando un alleggerimento dell’importo delle rate e una maggiore convenienza dei finanziamenti a lungo termine.
A quanto emerge dai dati del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC, anche nel 1° trimestre 2025 la domanda dei mutui immobiliari richiesti dalle famiglie italiane si mantiene positiva, registrando un +22,4%.
Considerando il solo mese di marzo, la richiesta di mutui mantiene la media dei primi tre mesi dell’anno (+20,5%), segnale evidente di una situazione di mercato del credito più favorevole.
Ma lo scenario economico internazionale oscura le prospettive di crescita
“La strategia monetaria di Bruxelles ha infuso un’ondata di rinnovato ottimismo al mercato del credito. In particolare, si osserva come le famiglie italiane, beneficiando di un contesto di tassi d’interesse più favorevole, manifestino una crescente propensione a richiedere un mutuo, orientandosi in modo particolare verso le opzioni a tasso fisso, percepito come una garanzia di stabilità. Tuttavia, l’attuale scenario economico internazionale, derivato dalle crescenti tensioni commerciali e la politica dei dazi, sta oscurando le prospettive di crescita – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Questa complessa congiuntura ci pone in una posizione di incertezza, che potrebbe frenare le richieste di credito delle famiglie e limitare gli effetti positivi delle recenti misure della BCE”.
Importo medio +4,5% in un anno
In questo primo trimestre dell’anno, l’importo medio richiesto ha un valore di 150.732, con uno scostamento del +4,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Si tratta del valore più alto di questi ultimi 10 anni, se si pensa che nel 2015 l’importo medio si aggirava a poco più di 124.000 euro.
Per quanto riguarda la distribuzione per fascia di importo, nel primo trimestre 2025 le richieste di mutuo per importi compresi tra 100.000 e 150.000 euro si confermano la soluzione preferita dalle famiglie italiane (31,1%). Un dato sostanzialmente in linea con il corrispondente periodo del 2024.
A seguire la scelta si direziona sulla classe di importo 150.000-300.000 euro per il 30,3% dei richiedenti.
Prosegue la tendenza a diluire il debito nel tempo
Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata emerge che il 41,3% del totale richiede mutui tra 25-30 anni.
Cartina di tornasole del fatto che l’importo medio richiesto si è alzato in questi ultimi 10 anni, e come conseguenza diretta le famiglie scelgono di diluire il debito nel tempo con rate più piccole per non pesare troppo sul reddito famigliare.
Anche la domanda per classi di età si mantiene pressoché stabile rispetto allo stesso trimestre del 2024. Infatti, quella a maggiore incidenza continua a essere la fascia di età compresa tra 25-44 anni, con il 63% del totale.