Nel 2020 23 milioni di italiani hanno comprato o venduto oggetti usati

La Second Hand Economy rappresenta una leva strategica per incidere positivamente sul futuro, tanto che nel 2020 ha generato un valore di 23 miliardi di euro, pari all’1,4% del PIL italiano. Guidata principalmente dall’online, che pesa 10,8 miliardi euro, il 46% del totale, questa forma di economia circolare sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel nostro mercato, anche in conseguenza dell’emergenza Covid-19. Nel 2020 sono stati infatti 23 milioni gli italiani che si sono affidati alla second hand, il 14% per la prima volta, e che hanno portato la compravendita dell’usato a salire al terzo posto tra i comportamenti sostenibili più diffusi. La conferma arriva dalla settima edizione dell’Osservatorio Second Hand Economy, condotto da BVA Doxa per Subito.it.

Cosa si compra e vende online?

Tra chi nel 2020 ha acquistato o venduto oggetti usati, il 63% l’ha fatto online, Le categorie più acquistate? Principalmente Casa & Persona (67%), Sport & Hobby (61%), Elettronica (55%) e Veicoli (33%), e tra i prodotti, Libri e riviste (30%), Arredamento e Casalinghi (29%) e Informatica (27%). Per quanto riguarda la vendita, gli italiani vendono principalmente oggetti di Casa & Persona (63%), Elettronica (47%), Sport & Hobby (46%) e Veicoli (22%). Tra le categorie di prodotti più venduti online, arredamento e casalinghi (29%), Abbigliamento e accessori (28%), e Telefonia (21%).

Dare valore alle cose

Comprare o vendere prodotti usati si conferma tra i comportamenti sostenibili più diffusi degli italiani (54%), aggiudicandosi il terzo posto, che fino al 2019 era occupato dall’acquisto di prodotti a km 0 (50%). Il 70% poi compra o vende più di 2 volte l’anno, e cresce anche il numero di oggetti scambiati. Ma a crescere è anche la vita media degli oggetti: per il 62% il bene acquistato verrà collezionato, oppure cessato il suo utilizzo verrà donato o rivenduto, allontanando così la sua dismissione in discarica. L’economia dell’usato è quindi sempre più un modo per dare valore alle cose (50%), soprattutto per i Millennials (59%). È inoltre una scelta sostenibile (48%), ma anche intelligente e attuale (42%).

Nuove motivazioni guidano la scelta

Tra chi acquista scende la percentuale di chi fa second hand per risparmiare (50% vs 59% nel 2019), mentre in crescita rispetto all’anno precedente la volontà di contribuire all’abbattimento degli sprechi (47%), o chi lo considera un modo intelligente di fare economia (44%). Entra in gioco anche la motivazione legata alle mutate esigenze manifestate a seguito dell’emergenza da Covid-19, come la scoperta di cosa può servire o di cosa si può fare a meno (13%). Tra le ragioni che spingono alla vendita, il primo driver resta sempre la necessità di liberarsi del superfluo (73%), il 39% vende perché è contro gli sprechi e il 34% per guadagnare. Emergono poi nuove motivazioni nate nel corso del 2020, come l’adattamento degli spazi di casa a DAD e/o smart working (13%), assecondare esigenze appena nate (12%), ma anche un peggioramento della situazione economica (11%).


Terziario in crisi, servizi alla persona -27,2%, alloggio e ristorazione -36,2%

Nel quarto trimestre 2020 il peggioramento della situazione sanitaria ha colpito con particolare intensità le attività economiche del settore terziario lombardo, ulteriormente allontanate dai livelli di fatturato dell’anno precedente. Per il commercio al dettaglio la variazione tendenziale risulta infatti pari al -4,2%, dopo il -0,7% del terzo trimestre 2020, mentre per i servizi il calo raggiunge il -8,7%, contro il -7,3% del trimestre precedente. Dati non confortanti, attenuati in parte dai risultati in controtendenza di minimarket, supermercati e ipermercati, che segnano un +3,6% nello stesso periodo. Si tratta di alcune evidenze emerse dal report su Servizi e Commercio al dettaglio in Lombardia nel IV trimestre 2020 condotto da Unioncamere Lombardia.

Le misure restrittive penalizzano i settori già colpiti dal primo lockdown

Insomma, dopo la ripresa evidenziata nei mesi estivi grazie alle riaperture, le misure restrittive di Governo e Regioni adottate nuovamente da ottobre hanno nuovamente penalizzato i settori alloggio e ristorazione, commercio non alimentare, e servizi alla persona, già colpiti duramente dal primo lockdown.

Nei servizi però la caduta del fatturato nel quarto trimestre non è estesa a tutti i comparti. Commercio all’ingrosso e servizi alle imprese proseguono il recupero dei livelli di attività, con una variazione rispetto allo stesso periodo del 2019 che si attesta rispettivamente al -0,4% e al -2,8%. Gli effetti delle misure anti-Covid colpiscono invece, ancora una volta, i servizi alla persona (-27,2% la variazione tendenziale) e le attività di alloggio e ristorazione (-36,2%).

Prosegue la tendenza positiva per i negozi non specializzati

Anche nel commercio al dettaglio gli effetti delle misure anti-Covid sono differenziati a seconda della tipologia merceologica. Le conseguenze più negative riguardano ancora una volta i negozi non alimentari (-10,8% la variazione rispetto al quarto trimestre 2019), mentre per i negozi specializzati di alimentari, tipicamente di piccole dimensioni (fruttivendoli, macellerie, pescherie, ecc.), la perdita risulta limitata (-1,4%). Prosegue invece la tendenza positiva dei negozi non specializzati, che comprendono minimarket, supermercati e ipermercati, dove l’incremento di fatturato si consolida ulteriormente del +3,6%.

La flessione più marcata dell’intera serie storica

Il consuntivo del 2020 si chiude così in rosso, sia per il commercio al dettaglio (-6,5% la media annua) sia, ancor più negativamente, per i servizi (-12,3%).

Si tratta in entrambi i casi della flessione più marcata dell’intera serie storica.

“Con le nuove ondate della pandemia molte attività del terziario hanno ricevuto un nuovo e durissimo colpo – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia -. Turismo e ristorazione, servizi alla persona e commercio non alimentare si trovano in una situazione senza precedenti, con rischi immediati e concreti per la stessa sopravvivenza delle imprese”.


Il 61% degli gamer italiani gioca sullo smartphone

Il mobile gaming è la principale modalità di gioco per il 61% degli utenti italiani, e nel nostro Paese il tasso di crescita del mercato del gaming è del 10,6%, per un valore si avvicina ai 2 miliardi annui. Deloitte Digital Consumer Trends ha condotto un’indagine sul mercato globale dei videogiochi, che nel 2020 ha raggiunto 135,8 miliardi di dollari. Con un incremento supportato dagli effetti della pandemia da Covid-19, e dal lancio di nuove console e innovazioni, Deloitte prevede poi che entro il 2025 l’industria registri una crescita annuale del +10,2% a livello mondiale. In questo contesto l’Italia mostra uno dei tassi di crescita annuale più elevati (+10,6%).

La pandemia fa crescere il mercato dell’8% a livello globale

Partendo da un giro di affari di circa 1,7 miliardi di dollari si stima inoltre che a causa della crisi sanitaria e delle relative restrizioni governative, il settore in oggetto abbia registrato un’ulteriore crescita dell’8% a livello globale. Dalla ricerca Deloitte emerge che durante il primo lockdown in Italia il 24% ha giocato di più a gaming online, contro una media europea del 16%, e del 43% in Cina. Tale fenomeno è più evidente presso la fascia d’età 18-34 anni, il cui 10% ha acquistato una console a causa del maggior tempo trascorso a casa. Circa un intervistato italiano su tre si è intrattenuto con console, mentre uno su cinque con lettori portatili di videogame, ma il device più utilizzato per i videogiochi risulta essere lo smartphone (61%).

Un mezzo di intrattenimento quotidiano per circa un italiano su cinque

Registrando un tasso di crescita del 7% rispetto al 2019, soprattutto presso donne (+11%) e 45-54enni (+10%), i giochi da mobile si dimostrano un mezzo di intrattenimento quotidiano per circa un italiano su cinque, in linea alla media europea (20%), mentre la quota sale a uno su tre presso i giovani under 24 (27%). A seguito dello scoppio dell’emergenza sanitaria, la categoria delle app di gaming ha registrato 13,3 miliardi di download a livello globale, e questo trend si è tradotto a livello nazionale in un aumento del 36% di download, con un tasso in crescita del mercato del 15%.

Casual/puzzle, carte, board/word e simulazione i più giocati

Le tipologie più giocate sono casual/puzzle (25%), carte (20%), board/word (14%) e simulazione (10%). Ognuna di queste categorie ha registrato un aumento di quattro punti percentuali rispetto al 2019, con differenze significative in funzione dell’età. La modalità di gioco più apprezzata rimane quella single player per circa 9 italiani su 10, anche se nell’ultimo anno i giochi multiplayer hanno visto un aumento di quattro punti percentuali (+7 per i 18-24enni). Un importante segmento dell’industria dei videogiochi, riporta Italpress, è poi rappresentato dagli eSport, i videogame giocati in squadre o singolarmente a livello competitivo all’interno di campionati o tornei.


Export digitale, le opportunità per il Made in Italy

Dopo il calo del –15,3% del 2020 per l’export Made in Italy si attende una ripresa a livello globale, con una stima di 461 miliardi di euro nel 2021 (+9.3%). Nel 2021 è poi previsto un ritorno ai livelli pre-crisi dell’export dei servizi, un mercato che a seguito del forte calo nel 2020 (-29% nel 1° trimestre), è destinato a raggiungere 107 miliardi di euro nel 2021 (+26.2%). Sono alcune evidenze emerse durante l’evento in streaming organizzato da PwC, dal titolo L’Export Digitale per le Pmi: le opportunità per il Made in Italy.

Lo smartphone è il device che cresce di più per gli acquisti

La contrazione delle esportazioni italiane sarà perciò seguita da una graduale ripartenza già nel 2021, ma differenziata in base alle aree geografiche. Occorre quindi acquisire maggiore competitività nelle principali economie di sbocco e nelle venti geografie prioritarie, verso le quali le esportazioni italiane cresceranno complessivamente oltre il 5% in media annua a partire dal 2021. Le restrizioni fisiche e le misure di distanziamento imposte dal contesto pandemico hanno però cambiato le abitudini di acquisto dei consumatori, facendo comprendere ancora di più l’importanza e le potenzialità dei canali digitali e dell’e-commerce per tutte le categorie di merci e servizi. Secondo la Global Consumer Insight Survey 2020 di PwC il 79% dei consumatori acquista online (+5% sul 2019). Di questi un consumatore su cinque fa shopping esclusivamente online, e lo smartphone è il device che cresce di più per gli acquisti digitali (+45%).

Abbigliamento e scarpe, elettronica e beauty trainano lo shopping online

Secondo PwC, scalano la classifica degli acquisti online la categoria di abbigliamento e calzature (53% online vs 22%in store), l’elettronica (41% online vs. 21% in store), la cosmetica (39% online vs 21% in store) e le attrezzature sport&fitness (32% online vs 18% in store). Si dividono invece più equamente fra gli acquisti online e quelli in negozi fisici gli alimentari (33% online vs 32% in store), gli elettrodomestici (30% online vs 23% in store) e i prodotti fai-da-te per la casa (32% online vs 23% in store).

Boom per gli eventi digitali

Nel 2020 gli eventi digitali hanno registrato cifre da record, spingendo gli acquisti: il Global Shopping Festival di Alibaba ha movimentato un valore lordo di merci pari a 62 miliardi di euro in 11 giorni (dal 1 al 11 novembre), mentre il Black Friday 2020 ha registrato una spesa totale negli Stati Uniti di 9 miliardi di dollari e un fatturato del +189% rispetto al 2019 in Italia.

I top marketplace mondiali per numeri di visite sono stati Amazon per gli acquisti generalisti, Zalando per la categoria fashion, BestBuy per l’elettronica, Wayfair per l’arredamento e Barnes&Noble per i libri.


Italiani emigrati all’estero, quasi 1 milione in 10 anni

Sono sempre di più gli italiani che decidono di abbandonare lo Stivale per trasferirsi all’estero. Negli ultimi dieci anni è stato infatti registrato un aumento significativo di emigrazioni, ovvero cancellazioni anagrafiche di cittadini italiani per l’estero. Il volume di rientri non bilancia però le uscite: dal 2010 gli espatri sono stati infatti quasi un milione (899 mila), a fronte di 372 mila rimpatri. Di conseguenza i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 69 mila unità l’anno. È quanto rileva l’Istat nel dossier Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente per l’anno 2019.

Nel 2019 il saldo migratorio restituisce un valore negativo di 53.813 unità

Nel 2019, rileva l’Istat, il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è stato di 180 mila unità, in aumento del 14,4% rispetto all’anno precedente. Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 68% del totale (122.020). Se si considera poi il numero dei rimpatri, ovvero delle iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani, pari a 68.207, il calcolo del saldo migratorio degli italiani con l’estero (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) nel 2019 restituisce un valore negativo di 53.813 unità. In pratica, il tasso migratorio dei cittadini italiani è pari a 2,2 per mille: più di due italiani su mille abbandonano l’Italia

I flussi più consistenti di trasferimenti partono dal Nord Italia

Ed è il Nord la ripartizione di residenza da cui partono i flussi più consistenti di trasferimenti all’estero, sia in termini assoluti, pari a 59mila (il 49% degli espatri) sia relativi rispetto alla popolazione residente (2,4 per mille residenti). Dal Mezzogiorno si sono invece trasferiti all’estero oltre 43mila italiani (2,2 per mille) mentre dal Centro circa 19mila, con un tasso migratorio sotto la media nazionale e pari all’1,8 per mille. La distribuzione degli espatri per regione di partenza mette in evidenza una situazione più eterogenea. La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia, con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 23mila riporta Askanews. A questa seguono Sicilia e Veneto (12mila), Campania (11mila) e Lazio (9mila).

In termini relativi il tasso migratorio più elevato in Trentino-Alto Adige

In termini relativi, continua l’Istat, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di migratorio più elevato si rileva in Trentino-Alto Adige (4 italiani per mille residenti), mentre in Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Veneto, Sicilia, Molise, Lombardia e Abruzzo la propensione a emigrare è di circa 3 italiani per mille residenti. Le regioni con il tasso migratorio per l’estero più basso sono invece Toscana, Liguria e Lazio (circa 1,7 per mille).  In termini assoluti i flussi di cittadini italiani diretti verso l’estero provengono principalmente dalle prime tre città metropolitane per ampiezza demografica, Milano (7mila), Roma (6mila) e Napoli (5mila), riferisce TheWorldNews.


Mercato del lavoro, una quiete prima della tempesta

La situazione del mercato del lavoro in Italia negli ultimi mesi fa pensare al rischio quiete prima della tempesta A novembre 2020 infatti l’occupazione delle imprese artigiane, micro e piccole ha registrato un andamento sostanzialmente piatto. All’apparenza può sembrare un dato positivo, considerata la crisi socio-economica persistente, ma in realtà ciò è stato determinato in gran parte da fattori esterni al mercato del lavoro, come il divieto di licenziamento e il massiccio ricorso alla cassa integrazione guadagni. È quanto emerge dall’Osservatorio Lavoro della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, e curato dal Centro studi della Confederazione.

La crescita dei posti di lavoro dopo cinque anni si ferma

L’Osservatorio analizza mensilmente le tendenze dell’occupazione nelle imprese artigiane, micro e piccole dal dicembre 2014, anno di inizio della stagione di riforme che ha profondamente modificato il mercato del lavoro italiano. I dati sull’occupazione in questo importante segmento di imprese coprono ormai undici mesi su dodici e già permettono di registrare alcuni dati di fatto. Il più evidente è l’arresto della crescita dei posti di lavoro dopo cinque anni. A novembre l’incremento, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, è stato appena percettibile, segnando un +0,2%. Va però sottolineato che questo è accaduto solo grazie all’azione pubblica a difesa dell’occupazione. A novembre le cessazioni, anno su anno, registrano infatti un calo del 20,4%. Dato quasi perfettamente bilanciato dall’altrettanto brusca riduzione delle assunzioni, in diminuzione tendenziale del 22,3%.

Prosegue la ricomposizione delle tipologie contrattuali

In linea con gli anni precedenti, poi, è anche la ricomposizione delle tipologie contrattuali. Il tempo indeterminato, nettamente predominante fino a pochi anni fa, ormai rappresenta solo poco più della metà totale. In particolare, il 54,7%, contro l’84,8% di dicembre 2014.

Segno, questo, che il contratto a tempo indeterminato si sta dimostrando il più adatto alle esigenze di flessibilità delle piccole imprese, esigenze che ne costituiscono un punto di forza non secondario, ma al contempo anche del persistere, e non potrebbe essere altrimenti, di una grande incertezza sul futuro.

Quando l’intervento pubblico cesserà le imprese faranno i conti con l’andamento economico

Per avere il quadro definitivo del mercato occupazionale nell’anno appena trascorso bisognerà attendere qualche settimana. I dati pubblicati dall’Osservatorio rappresentano un risultato sicuramente molto interessante dal punto di vista statistico, che però non riuscirà a far spostare l’obiettivo di crescita quando l’intervento pubblico cesserà, e le imprese saranno chiamate a fare i conti con l’andamento e le prospettive economiche. Solo in quel momento, sottolinea l’Osservatorio lavoro della Cna, si potrà conoscere quanto effettivamente l’emergenza sanitaria avrà condizionato l’occupazione nelle imprese artigiane italiane, micro e piccole.


Il customer care dei brand secondo i consumatori europei

La qualità del servizio clienti è fondamentale per la costruzione della fedeltà al brand. Quanto alle ricadute dei servizi clienti sul brand, l’utilizzo di social media e di sistemi di messaggistica istantanea sono driver sempre più centrali nel rafforzamento dell’immagine di un’azienda.  Ma cosa pensano i consumatori europei dei sevizi clienti? Alla domanda risponde il Customer Services Observatory 2020, la ricerca di BVA condotta su un campione di 5000 cittadini di Francia, Spagna, Germania, Regno Unito e Italia tra il 24 agosto e il 2 settembre 2020. 

Banche e operatori telefonici i più “chiamati”

Sebbene telefono e mail ricoprano un ruolo centrale nella relazione con il cliente, l’Italia e la Spagna sembrano i Paesi più propensi all’utilizzo di canali emergenti come social media o servizi di messaggistica istantanea. E se banche e operatori telefonici sono i settori più “battuti” soprattutto in Spagna (49%) e in Italia (47%), le lamentele e i servizi post-vendita sono i motivi principali che spingono ad affidarsi al customer care, con picchi tra i tedeschi (45% per le lamentele e 44% per i servizi post-vendita) e tra i francesi (52% e 42%). In Italia, oltre ai motivi più frequenti, un altro motivo di contatto è la richiesta di informazioni prima dell’acquisto (34%).

Le ricadute sull’immagine del brand

Quando un consumatore giudica l’immagine di un’azienda la qualità della relazione con il cliente resta fondamentale per la quasi totalità dei consumatori, con un picco del 93% in Germania e Spagna e un minor consenso in Italia (88%). Ma se la qualità della relazione con il cliente è reputata scarsa la maggior parte dei consumatori è portata addirittura a non comprare un prodotto o ad annullare un abbonamento. Al contrario, nel caso in cui il servizio clienti offra un ottimo servizio gli italiani sono quelli che tendono a spendere di più e a essere più fedeli al brand (83%) Inoltre, il fatto che un’azienda utilizzi nuovi canali digitali come social media e sistemi di messaggistica istantanea per comunicare con i clienti è un driver centrale nella valutazione di un brand, soprattutto per i consumatori spagnoli (77%), italiani (75%) e britannici (68%).

Le emozioni dei consumatori

I tedeschi sono i consumatori che hanno avuto la risposta emotiva più importante con i vari settori aziendali dedicati alla relazione con il cliente, sentendosi più ascoltati e privilegiati rispetto ai clienti degli altri Paesi. In Italia, il settore che ha suscitato più sorpresa è quello dell’e-commerce (64%), mentre una sensazione di privilegio è stata provata interfacciandosi con il settore Retail (58%). Nell’ultimo anno, poi, i consumatori spagnoli, tedeschi e britannici hanno provato più volte emozioni positive relazionandosi con un’azienda, mentre lo stesso non vale per italiani e francesi. In ogni caso, sempre più consumatori si rivolgeranno più spesso alle aziende da remoto (65% italiani e 73% spagnoli), soprattutto per sondare la disponibilità di un prodotto (77% britannici e 73% italiani), prendere appuntamenti (66% tedeschi) e prenotare un prodotto (51% tedeschi).


Le famiglie italiane evitano l’acquisto se il prodotto non è sostenibile

Nonostante il protrarsi della pandemia da coronavirus la sostenibilità continua a rimanere un elemento molto importante per i consumatori. Tanto che un numero crescente di consumatori sta modificando i propri comportamenti per effetto della sensibilità ai temi ambientali.  Il 36% delle famiglie italiane dichiara infatti di aver smesso di acquistare determinati prodotti o servizi a causa del loro impatto negativo sull’ambiente o sulla società. E il 30% evita i prodotti con un imballaggio in plastica, quando esiste un’alternativa. Ma se sono soprattutto i ragazzi a influenzare comportamenti di acquisto più sostenibili da parte delle famiglie per produttori e retailer è fondamentale tenere conto di questi atteggiamenti per impostare le proprie strategie.

No a servizi o prodotti a impatto negativo su ambiente e società

Si tratta di alcuni risultati dell’indagine 2020 #WhoCaresWhoDoes sulla sostenibilità e le preoccupazioni ambientali realizzata da GfK, secondo cui oggi più che mai la sostenibilità e la salvaguardia del pianeta sono in cima alle preoccupazioni dei consumatori. E se a livello europeo una famiglia su tre (35%) ha smesso di acquistare prodotti o servizi a causa del loro impatto negativo su ambiente o società tra i consumatori italiani del segmento Eco Active, i più ingaggiati dalle tematiche ambientali, la percentuale sale al 65%.  Gli italiani sono in media ben disposti anche rispetto al tema del riciclo, e dichiarano di riciclare molto di più rispetto alla media mondiale, anche se emerge che per il 58% delle famiglie è ancora poco chiaro cosa succede ai prodotti quando vengono riciclati.

L’importanza dell’imballaggio

Oltre la metà delle famiglie italiane poi si aspetta che le aziende mettano a disposizione confezioni fatte da materiale riciclabile al 100%, o materiali alternativi alla plastica. Un dato che nessun brand può permettersi di ignorare, anche perché il 62% degli italiani preferisce compare prodotti da aziende che dimostrano attenzione all’ambiente.   Quanto alle categorie di prodotto dove gli shopper ritengono di avere un’influenza maggiore in termini di sostenibilità, per l’Italia troviamo ai primi posti l’home e il personal care, mentre a livello europeo si piazzano in cima alla classifica frutta e verdura.

I giovani influenzano gli acquisti delle famiglie

Nel 2019, quando è stata lanciata la ricerca GfK #WhoCaresWhoDoes, sembrava che le tematiche green fossero importanti soprattutto per i più giovani, che si stavano attivando a livello globale con il movimento Fridays for Future. Quest’anno il mondo si è trovato ad affrontare una minaccia inattesa, la pandemia da coronavirus, ma nonostante questo, anche nel 2020 l’ambiente è rimasto in cima alle preoccupazioni dei consumatori. E ancora una volta sono i più giovani a fare la differenza, indirizzando i consumi delle famiglie verso una approccio più sostenibile.


La fiducia nei media, i risultati di una ricerca globale

Tra fake news e disinformazione abbiamo ancora fiducia nelle notizie divulgate dai media? Pare di si, tanto che a livello globale otto adulti su dieci verificano che le notizie su cui fanno affidamento provengano da fonti affidabili.

Secondo Trust Misplaced?, il report di Ipsos e The Trust Project sulla fiducia nei media, la metà degli intervistati (49%) afferma di assicurarsi regolarmente che le notizie che legge, guarda o ascolta provengano da fonti affidabili. Il 33% afferma invece di farlo solo occasionalmente.

“La verità sta rapidamente diventando un concetto soggettivo, personale, governato soprattutto dalle emozioni – scrive nel rapporto Darrell Bricker PhD, Global Service Line Leader, Public Affairs -. Ora parliamo la nostra verità in contrapposizione alla verità”.

Il 67% legge solo notizie “gratuite”

Se due terzi (64%) degli intervisti afferma di avere facile accesso alle notizie di cui possono fidarsi. dietro questi segnali incoraggianti si cela un possibile terreno fertile per la diffusione della disinformazione. A livello globale, infatti, il 67% degli adulti afferma di leggere solo notizie a cui può accedere gratuitamente, mentre solo il 27% è disposto a pagare per notizie da fonti di cui si fida. La capacità dichiarata di pagare per avere notizie da fonti affidabili varia tra i Paesi, e va dal 57% in India a solo il 13% in Giappone, il 15% in Russia e il 18% in Spagna e Francia.

Il 58% è fiducioso nella capacità di individuare le fakenews

A livello globale, la maggior parte degli adulti intervistati riceve spesso notizie da una varietà di fonti mediatiche. Quasi tre quarti riferiscono di ricevere le proprie notizie almeno tre volte alla settimana da televisione (74%) e social media (72%), sei su dieci da siti (62%) e app di notizie (61%), quattro su dieci dalla radio (42%) e uno su quattro da carta stampata e riviste (24%). Molti poi affermano di essere fiduciosi nella loro capacità di individuare le fakenews (58%), ma sono meno fiduciosi nella capacità dei loro concittadini di farlo (30%). E solo il 46% ritiene che altri Paesi possano diffondere notizie false nel proprio Paese. 

Idee populiste o nazionaliste generano disinformazione

Chi è d’accordo con idee populiste o nazionaliste è più incline alla disinformazione: a livello globale, coloro che concordano sul fatto che “gli esperti di questo Paese non capiscono la vita di persone come me” sono più propensi a leggere solo le notizie a cui possono accedere gratuitamente (72% vs. il 62%).

“La verità e l’affidabilità, anche se a rischio, sono chiaramente ricercate in tutto il mondo – dichiara Sally Lehrman, Ceo e fondatrice di The Trust Project -. Questi dati sono un richiamo all’azione per le organizzazioni giornalistiche per sottolineare i valori e l’integrità che stanno dietro al loro lavoro e conquistare un pubblico più vasto e disposto a pagare”. 


Effetto Covid sul mercato del lavoro, nei primi 6 mesi del 2020 perse 578 mila posizioni

L’emergenza sanitaria e le misure di lockdown imposte dal Governo hanno provocato “forti perturbazioni nel mercato del lavoro”, soprattutto nel secondo trimestre 2020. La conferma arriva dalla Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione del secondo trimestre 2020 diffusa dall’Istat, il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, oltre a Inps, Inail e Anpal. Secondo la Nota la perdita di posizioni lavorative da inizio marzo è stata infatti “progressiva”, fino ad arrivare al 30 giugno 2020 a circa 578 mila posizioni in meno rispetto alla dinamica dei flussi dei primi sei mesi del 2019. Si contano infatti 154 mila posizioni in meno a tempo indeterminato e -424 mila a tempo determinato.

Al 30 giugno 2020 -1 milione 567 mila attivazioni di rapporto di lavoro dipendente

Nel complesso, al 30 giugno 2020 rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, il saldo di 578 mila posizioni in meno è dovuto a una diminuzione di 1 milione 567 mila attivazioni di rapporto di lavoro dipendente, di cui -362 mila a tempo indeterminato e -1 milione 205 mila a termine, e un calo di 988 mila cessazioni (-207 mila a tempo indeterminato e -781 mila a termine).

Le contrazioni, rispetto al volume delle posizioni lavorative perse, hanno riguardato i settori dell’agricoltura, con -8 mila posizioni, dell’industria (-66 mila posizioni), e soprattutto i servizi, che al 30 giugno 2020 registrano 504 mila posizioni in meno rispetto all’anno precedente.

Il comparto dell’alloggio e ristorazione registra la perdita più significativa

Ma è il comparto dell’alloggio e ristorazione a far registrare la perdita più significativa di posizioni . Sempre al 30 giugno 2020 sono 273 mila le posizioni perse, su cui hanno pesato in modo particolare le mancate attivazioni, e in particolare quelle relative al lavoro a tempo determinato. Male anche l’ambito del commercio, che a fine giugno ha registrato 52 mila posizioni in meno rispetto al 2019.

Segno positivo per i servizi alle famiglie, +6 mila posizioni

Nelle attività professionali afferenti al noleggio e servizi alle imprese la contrazione delle posizioni, pari a -48 mila, è invece da imputare al numero crescente delle cessazioni, particolarmente elevate in concomitanza dei provvedimenti normativi. Segno positivo per i servizi alle famiglie, che al 30 giugno 2020 mostrano una crescita di 6 mila posizioni, riporta Askanews.

Questo, soprattutto a ridosso dell’adozione del Dpcm del 9 marzo 2020, che ha disposto anche la sospensione delle attività scolastiche e formative.


1 2 3 6