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Imprese estere: il contributo all’economia italiana arriva a 173 miliardi 

Le imprese a controllo estero nel nostro Paese giocano un ruolo sempre più rilevante nello sviluppo economico dell’Italia. Sono oltre 18.400 e generano 173 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 17,4% del totale nazionale, dando lavoro a 1,7 milioni di persone, il 9,7% degli occupati in Italia.

Emerge dal VII Rapporto dell’Osservatorio Imprese Estere (OIE) di Confindustria e Luiss, dal titolo ‘Competitività globale, innovazione locale. il ruolo delle imprese estere per l’Italia nel nuovo scenario internazionale’.
“In un contesto geopolitico complesso, attrarre investimenti non è più solo una necessità economica, ma soprattutto una scelta strategica per l’Italia – commenta Giorgio Fossa, Presidente dell’Università Luiss -. Le imprese a controllo estero rappresentano, infatti, un importante vettore di innovazione, produttività, sviluppo di competenze qualificate e connessioni globali”.

Il valore strategico delle multinazionali

Solo nell’ultimo anno disponibile (2022), rispetto al 2021 l’apporto delle imprese estere è salito del 10,7% nell’industria e del 15,3% nei servizi. Aumenta anche la dimensione media aziendale, che passa da 95,8 a 99,4 addetti per impresa.

Il Rapporto conferma, dunque, il valore strategico delle multinazionali estere nel tessuto produttivo italiano, ma lancia anche un segnale chiaro. Per attrarne di nuove serve un’azione di sistema, che migliori il contesto competitivo e rimuova gli ostacoli che ancora scoraggiano gli investimenti internazionali.
Nel 2022, rispetto all’anno precedente, l’incidenza del fatturato delle controllate estere è stato del 21% rispetto al totale prodotto dalle imprese residenti in Italia.

Oltre 6 miliardi di euro l’anno di investimenti in R&S

Le imprese estere si confermano protagoniste di innovazione, export e occupazione qualificata. Investono in ricerca e sviluppo oltre 6 miliardi di euro l’anno, pari al 37,6% del totale nazionale, con un’incidenza superiore in settori ad alta intensità tecnologica.
Inoltre, sono digitalmente più avanzate: oltre il 77% presenta un’elevata intensità digitale, con una forte propensione all’adozione dell’AI.

Nel triennio 2020-2022, il 71,2% delle imprese a controllo estero in Italia ha introdotto innovazioni, e sul piano dell’export sono protagoniste con circa 200 miliardi di euro di merci esportate nel 2022, ovvero più di un terzo dell’export italiano, evidenziando una centralità anche nella proiezione internazionale del Paese.

Stati Uniti, Francia, Paesi Bassi i principali investitori

Cresce anche il peso dei fondi internazionali di private equity, attori sempre più attivi nel finanziare la trasformazione e l’espansione delle Pmi italiane.
Gli investitori principali provengono da Stati Uniti (19,9% degli occupati), Francia (19,4% del fatturato) e Paesi Bassi, che insieme coprono la gran parte del valore generato.

In particolare, Paesi Bassi e Stati Uniti guidano per investimenti in R&S, a conferma del legame tra capitale estero e crescita innovativa.
Il quadro territoriale resta concentrato in Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, che raccolgono l’82% del valore aggiunto delle imprese estere.

Fiducia in calo: ad aprile 2025 peggiorano le aspettative di famiglie e imprese

Tira una certa aria di pessimismo in Italia. Un trend confermato dall’ultima rilevazione dell’Istat pubblicata ad aprile 2025. Il clima di fiducia, tanto tra i consumatori quanto tra le imprese italiane, continua a peggiorare. Lo studio segnala infatti un ulteriore rallentamento sia nelle aspettative delle famiglie sia nell’ottimismo del mondo produttivo. Un doppio segnale d’allarme che conferma le difficoltà del sistema economico nazionale in questo momento.

Consumatori più pessimisti: pesa la situazione economica

L’indice che misura la fiducia dei consumatori è passato da 95,0 a 92,7. Un dato che segna il secondo calo consecutivo e che riflette un diffuso peggioramento delle valutazioni su più fronti. In particolare, diminuisce in modo marcato il clima economico generale, che scende da 93,2 a 89,6 punti. Anche la fiducia personale dei cittadini registra una flessione (da 95,7 a 93,9), così come il giudizio sul presente (da 97,9 a 95,4) e sulle prospettive future (da 91,1 a 89,1).

L’Istat sottolinea come questa perdita di fiducia sia legata in buona parte alla percezione di un peggioramento della situazione economica dell’Italia, con una crescente incertezza anche sulla possibilità di risparmiare nei prossimi mesi.

Imprese: la fiducia ai minimi da marzo 2021

Non va meglio sul fronte delle imprese. L’indicatore composito del clima di fiducia scende da 93,2 a 91,5, toccando il livello più basso da oltre quattro anni. La flessione è estesa a tutti i settori, ma più evidente nei servizi di mercato, dove l’indice scivola da 94,3 a 91,4. Una parte rilevante di questo calo, osserva l’Istat, è attribuibile al netto peggioramento del settore turistico.

Anche il commercio al dettaglio mostra segnali negativi, con l’indice che cala da 103,8 a 101,8. Il dato riflette valutazioni più caute sulle vendite e una percezione di aumento delle scorte nei magazzini. Da segnalare, tuttavia, un moderato miglioramento nelle attese di vendita future.

Nel comparto manifatturiero, la fiducia passa da 86,0 a 85,7: un calo contenuto, sostenuto da un lieve miglioramento degli ordini, mentre si riducono le aspettative sulla produzione. Le scorte vengono giudicate stabili. Nelle costruzioni, infine, l’indice diminuisce da 104,6 a 103,6: in questo caso pesa soprattutto la revisione al ribasso delle attese occupazionali, mentre i giudizi sugli ordini rimangono invariati.

Uno scenario da monitorare con attenzione

Ad aprile 2025, il quadro che emerge è quello di un sistema economico in progressivo raffreddamento, dove prevalgono incertezza e prudenza. Il calo della fiducia delle imprese per il terzo mese consecutivo e il peggioramento delle aspettative dei consumatori segnalano una fase delicata per la ripresa italiana.

L’unica nota lievemente positiva proviene dal giudizio sugli ordini nell’industria e dalle attese di vendita nella distribuzione al dettaglio tradizionale, che resistono alla tendenza generale.

Claim sostenibili: un paniere da 44 miliardi di sell-out

Complessivamente, nel canale dei super e ipermercati i prodotti etichettati come ‘sostenibili’ negli ultimi 12 mesi hanno sviluppato vendite per 44,4 miliardi di euro, in crescita annua del +3,6% a valore, ma in calo del -1,6% a volume.

Questi prodotti, confezionati e venduti in supermercati e ipermercati italiani con almeno un’informazione relativa all’impegno per la sostenibilità (intesa nella triplice declinazione di ambientale, sociale e benessere animale) sulle etichette sono saliti a quota 117mila. Rappresentano l’84,8% delle referenze dell’ampio paniere monitorato dall’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, di cui sviluppano il 92,9% delle vendite in valore.

Sono dati che evidenziano un andamento leggermente migliore per il paniere di prodotti che riuniscono i claim della sostenibilità sociale. 

L’ambiente in etichetta compare su 116.950 prodotti

Fra le tre aree identificate dall’Osservatorio a prevalere è quella della sostenibilità ambientale, riferita al prodotto o al packaging, che compare sulle etichette di 116.950 prodotti (44,3 miliardi di euro di vendite, +3,6% a valore, -1,6% volume).
Le informazioni più diffuse attraverso le etichette sono relative a indicazioni pratiche (uso/conservazione del prodotto, raccolta differenziata del packaging), individuate sul 77,9% dei prodotti (43 miliardi di euro di sell-out).
Al secondo posto, i claim relativi alle caratteristiche ambientali (monocriterion), come riciclabilità del pack, formulazione speciale degli ingredienti, riduzione del contenuto di plastica o biodegradabilità.

Sono aspetti evidenziati sul 67,1% dei prodotti (40,2 miliardi di vendite, 10,2 miliardi sell-out.) per oltre 20mila referenze (14,9%).
Questi prodotti sfruttano le etichette per comunicare informazioni relative alle modalità green di produzione e approvvigionamento, come l’adozione di disciplinari di filiera oppure le certificazioni di sostenibilità.

Il ciclo di vita green on-pack vale 1,7 miliardi

I claim generici di sostenibilità (green, ecologico o circolare) rappresentano un altro fenomeno significativo nella comunicazione on-pack dei prodotti di largo consumo.
L’Osservatorio li ha rilevati sulle etichette di 9.799 prodotti (7,1%), che hanno raggiunto un giro d’affari di quasi 5,4 miliardi di euro.

Pari a 1,7 miliardi di euro è invece il sell-out dei 2.263 prodotti che riportano in etichetta un claim o un riferimento all’approccio green del loro ciclo di vita/impronta ambientale. Come i programmi di valutazione, le certificazioni di eccellenza ambientale, e i marchi basati su studi LCA e impronta ambientale.

Meno presente on label l’impegno per il benessere animale

Nella graduatoria per numero di prodotti e per valore delle vendite la sostenibilità sociale si colloca al secondo posto, dietro quella ambientale, con 11.990 referenze che presentano sulle etichette una certificazione etica.

Nell’arco di 12 mesi, nel canale supermercati e ipermercati questo paniere ha mostrato una sostanziale stabilità delle vendite in volume (-0,1%) e una crescita di +4,5% di quelle a valore (6,3 miliardi).
Solo il 2,0% dei prodotti rilevati presenta in etichetta una certificazione relativa all’impegno per il benessere animale, o dichiara l’adesione a programmi dedicati.
Si tratta di 2.762 referenze, che hanno ottenuto 1,4 miliardi di euro di sell-out, per vendite salite del +2,0% a valore, e calate del -5,6% a volume.

Lavoro nel terziario: il personale… non c’è

Nel 2025, il settore del commercio, della ristorazione e dell’ospitalità si troverà di fronte a una carenza di circa 258mila lavoratori. Un problema in crescita rispetto all’anno precedente (+4%) che potrebbe avere ripercussioni significative sull’economia nazionale. La difficoltà nel reperire personale specializzato rischia infatti di rallentare lo sviluppo delle imprese e di incidere negativamente sul Pil. Lo rivela una nota di Confcommercio.

Le professioni quasi introvabili

Nel settore del commercio, le figure più richieste (e rare) sono i commessi specializzati nel settore moda e abbigliamento, così come i professionisti del dettaglio alimentare, come macellai, gastronomi e addetti al banco pescheria. La ristorazione, invece, fatica a trovare camerieri, barman, cuochi e pizzaioli, mentre nelle strutture ricettive mancano addetti alle pulizie, camerieri e chef.

Questa emergenza si inserisce in un contesto già segnato da incertezze economiche globali, tra cui le tensioni commerciali e il rischio di nuovi dazi americani, rendendo ancora più urgente la ricerca di soluzioni.

Perché non si trovano le figure giuste

Il problema è complesso e ha radici profonde. Il calo demografico, con una riduzione di 4,8 milioni di giovani tra i 15 e i 39 anni dal 1982 al 2024, ha ridotto il bacino di potenziali lavoratori. A questo si aggiunge una carenza di profili qualificati con le giuste competenze, una minore propensione alla mobilità territoriale e un cambiamento nelle preferenze lavorative delle nuove generazioni.

Per superare questa crisi occupazionale, è fondamentale investire nelle politiche attive del lavoro. Servono strategie strutturali che migliorino la formazione e favoriscano l’incontro tra domanda e offerta. Le imprese devono essere sostenute nel potenziare le competenze del personale, non solo in ambito tecnico-specialistico ma anche in competenze trasversali, oggi sempre più essenziali per affrontare le trasformazioni del mercato.

Il rafforzamento del legame tra scuola e lavoro è un altro tassello fondamentale. Offrire percorsi di formazione, stage e apprendistato permetterebbe ai giovani di entrare più preparati nel mondo del lavoro e alle aziende di trovare risorse adeguatamente formate.

Il ruolo dei contratti collettivi

In questo contesto, anche le parti sociali giocano un ruolo chiave. Il recente rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale del Terziario, che coinvolge oltre 2,5 milioni di lavoratori del commercio e dei servizi, ha rivisto la classificazione del personale per rispondere meglio alle esigenze delle imprese e garantire un inquadramento più adeguato alle nuove professionalità richieste.

Un passo nella giusta direzione per affrontare un problema che non può più essere ignorato.

WhatsApp: il 2025 sarà l’anno Business

WhatsApp sta conquistando sempre più favori, anche in ambito business.
Oltre a essersi progressivamente consolidata come strumento di mobile messaging per le comunicazioni quotidiane tra utenti ‘privati’, quest’anno WhatsApp diventerà il punto di riferimento per le comunicazioni tra aziende e clienti.

Con oltre 570 milioni di utenti attivi ogni giorno, e un incremento del 20% nel 2024, WhatsApp Business in pochi anni ha conosciuto una crescita molto rapida, e secondo Esendex, il 2025 sarà l’anno in cui l’app di Meta si affermerà definitivamente come strumento di comunicazione mobile di riferimento anche nelle interazioni tra le aziende e i loro clienti.

Uno strumento di contatto privilegiato per comunicazioni aziendali

In qualità di Meta Business Partner, nell’ultimo anno Esendex ha visto aumentare in modo esponenziale l’interesse da parte delle aziende verso WhatsApp Business Platform, la versione premium dell’app prima nota come WhatsApp Business API.

Platform consente di fornire assistenza pre e post vendita in modo efficace, gestire in modo più coinvolgente le comunicazioni marketing, e molto altro ancora.
Grazie alla diffusa familiarità con l’app, già largamente utilizzata nelle comunicazioni con amici e parenti, e alla sua immediatezza d’utilizzo, quando WhatsApp viene messa a disposizione della clientela come uno dei canali per comunicare con le aziende, sempre più frequentemente viene scelta come strumento di contatto privilegiato.

Funzionalità speciali per marketing e customer care

Le aziende possono gestire le conversazioni con i clienti in due modi. O tramite la versione gratuita di WhatsApp Business, pensata per micro e piccole imprese con esigenze di comunicazione ridotte, o con WhatsApp Business Platform, che offre funzionalità avanzate per sfruttare le potenzialità del canale durante tutta la Customer Journey.

In ambito Marketing, offre, ad esempio, la possibilità di inviare comunicazioni a tutti i contatti che hanno dato il consenso, non solo a quelli che hanno salvato in rubrica il numero dell’azienda, senza limiti al numero di utenti. Si possono utilizzare modelli personalizzabili e dotati di pulsanti Call To Action.
In ambito Assistenza Clienti, sono disponibili chatbot per automatizzare le risposte alle domande più frequenti, così come la possibilità di gestire una stessa chat da parte di differenti reparti dell’azienda.

“Prevediamo di proseguire in questa crescita esponenziale”

“La piattaforma rappresenta un’opportunità straordinaria per migliorare la Customer Satisfaction – commenta Carmine Scandale, Head of Sales Esendex Italia -: e con il nostro programma di onboarding gratuito offriamo alle aziende il supporto di un team dedicato per integrarla al meglio nelle loro strategie di comunicazione. Rispetto all’anno precedente, nel 2024 sono più che triplicati i clienti che abbiamo accompagnato con successo nell’implementazione di un nuovo account WhatsApp Business Platform. Prevediamo per il 2025 di proseguire in questa crescita esponenziale”.

PMI, perchè hanno difficoltà ad attrarre nuovi talenti? 

Tra le tante sfide del mercato di oggi, le piccole e medie imprese italiane si trovano ad affrontare un’ulteriore difficoltà: quella di attrarre e trattenere talenti qualificati. Secondo un’indagine condotta da Adecco, il 32,4% delle PMI fatica a competere con le grandi aziende a causa di percorsi di carriera meno attraenti. Ulteriori ostacoli sono la minore visibilità del brand (21,4%) e le politiche di welfare poco strutturate (18,8%).

Strategie per fidelizzare i dipendenti

Per superare queste difficoltà, molte PMI adottano strategie mirate a fidelizzare i propri dipendenti. L’azione più diffusa è l’offerta di percorsi di formazione, sia interni sia esterni, scelta dal 33,3% delle aziende. Un altro strumento è l’erogazione di bonus economici legati agli obiettivi personali e aziendali, utilizzato dal 25,1%.
L’aspetto preoccupante, però, è che il 15% delle imprese non adotta alcuna iniziativa per trattenere i talenti, segnalando un’area di miglioramento.

Differenze geografiche e dimensionali

Le strategie variano in base alla dimensione aziendale e alla localizzazione geografica. Le piccole imprese, specialmente nel Sud Italia, puntano maggiormente sulla formazione (circa il 35%), ma un 25% di queste non adotta nessuna attività di fidelizzazione.
Le medie imprese, invece, investono in politiche di welfare, come la flessibilità oraria, utilizzata dal 40% delle aziende. Anche qui, emerge una carenza nel Sud Italia, dove circa il 45% delle PMI non offre servizi di welfare.

Mancano competenze specialistiche

Oltre all’attrazione dei talenti, le PMI incontrano difficoltà nel trovare le competenze tecniche necessarie. Più del 40% delle aziende dichiara di avere problemi a reperire competenze specialistiche, con una particolare richiesta per abilità legate alla produzione (20%) e alle tecnologie digitali e informatiche (16,4%).
Il Nord Italia si distingue per una maggiore domanda di operai specializzati, mentre nel Sud c’è una crescente richiesta di esperti informatici e addetti alla logistica.

Soft skills: una risorsa fondamentale

Oltre alle competenze tecniche, le PMI attribuiscono grande importanza alle soft skills. Tra le più ricercate figurano la capacità di lavorare in team e il problem solving, quest’ultima particolarmente difficile da trovare per il 15% delle aziende.
Anche in questo caso, vi sono differenze regionali: nel Nord Italia, il lavoro di squadra è cruciale per oltre il 30% delle imprese, mentre nel Sud prevale la ricerca di capacità di problem solving (oltre il 30%).

Conclusioni

Le PMI italiane, secondo Massimiliano Medri, Managing Director di Adecco Italia, devono investire non solo in tecnologia, ma anche nella formazione continua e nel welfare per attrarre e trattenere talenti. Solo così potranno affrontare con successo le sfide del mercato moderno.

Salario: italiani insoddisfatti, aziende sotto accusa

In Italia si rileva una certa discrepanza tra le aspettative dei lavoratori e le politiche retributive applicate dalle aziende, e ciò aumenta la sensazione di insicurezza e insoddisfazione. Il Salary satisfaction report 2024, l’osservatorio JobPricing, svolto in collaborazione con InfoJobs, evidenzia una crescente richiesta di trasparenza, equità e riconoscimento del merito da parte di lavoratrici e lavoratori.

Quest’anno, oltre 4.400 italiani hanno condiviso le loro percezioni attraverso una survey online declinata su sei dimensioni: equità, competitività, performance e retribuzione, trasparenza, fiducia e comprensione, e meritocrazia. E a quanto emerge, nonostante un aumento medio delle retribuzioni dell’1,8%, in un contesto dove l’inflazione continua a erodere il potere di acquisto molte aziende non sono intervenute a sostegno dei salari.

Ampio dissenso per la mancanza di meritocrazia

Nonostante un leggero incremento nella soddisfazione complessiva, prevale una marcata e persistente insoddisfazione, particolarmente accentuata tra coloro che ricevono esclusivamente una retribuzione fissa. Questo fenomeno evidenzia l’urgente necessità per le aziende di adottare un approccio più ampio alla retribuzione, che integri benefit, incentivi variabili e gli altri elementi tipici dei modelli di Total Reward.

Il report rivela infatti un ampio dissenso riguardo alla mancanza di meritocrazia nelle pratiche aziendali. L’indice di soddisfazione relativo alla percezione di meritocrazia, che si attesta a soli 3,4 su 10, denota una diffusa insoddisfazione verso i criteri di riconoscimento e promozione interni.

Si aggrava la percezione di ingiustizia

Questa situazione compromette anche la comprensione e l’accettazione delle politiche retributive da parte dei dipendenti, aggravando la percezione di ingiustizia. A livello di genere, in media le donne sono più insoddisfatte rispetto agli uomini in tutte le dimensioni esaminate, sollevando questioni di equità e meritocrazia che richiedono urgenti attenzioni e interventi mirati da parte delle aziende per garantire un ambiente di lavoro inclusivo e paritario.

Guardando al futuro, la fiducia espressa da circa la metà dei partecipanti verso un miglioramento delle prospettive lavorative nel 2024 rappresenta un segnale positivo, anche se le aspettative sul fronte salariale rimangono moderate.
Questo dualismo riflette la complessità del panorama lavorativo attuale, dove il desiderio di un ambiente lavorativo migliore convive con la consapevolezza delle sfide economiche.

Total Reward: promuovere soddisfazione retributiva, benessere, engagement

Le aziende sono chiamate all’azione, sottolineando l’urgenza di adottare politiche retributive che tengano conto della realtà economica e delle aspettative dei lavoratori. L’importanza di un approccio ‘Total Reward’, che valorizzi gli elementi tangibili e intangibili, come benefit, opportunità di crescita professionale e un ambiente lavorativo stimolante, si rivela cruciale per aumentare la soddisfazione dei dipendenti e affrontare le problematiche di equità e meritocrazia.

L’obiettivo è promuovere non solo la soddisfazione retributiva ma anche il benessere generale e l’engagement dei dipendenti, fondamentali per la competitività aziendale in un mercato in costante evoluzione.
Il report, riferisce Adnkronos, invita a un ripensamento delle strategie retributive, ponendo le basi per un dialogo costruttivo tra lavoratori e datori di lavoro volto a promuovere un ambiente lavorativo equo, inclusivo e motivante.

Quanto costa la transizione green alle imprese? Circa un terzo della produttività in 5 anni

È una lotta per la sopravvivenza dell’ambente, ma anche delle imprese. La produttività può superare i livelli attuali, ma solo sul lungo periodo. Secondo la Bce nei prossimi 5 anni la transizione energetica può costare circa un terzo di produttività delle imprese più inquinanti. E solo nel lungo periodo la produttività tornerebbe a crescere, superando addirittura quella attuale.

L’allarme arriva poche settimane dopo che la Commissione europea ha annunciato i nuovi target di riduzione delle emissioni al 2040. Che dovranno essere il 90% in meno rispetto ai valori di riferimento del 1990 e arrivare all’azzeramento entro il 2050. 

L’Europa diventerà il primo continente climaticamente neutro?

L’obiettivo, ampiamente dichiarato, è far diventare l’Europa il primo continente climaticamente neutro al mondo, nonostante il nuovo target sia contenuto in una comunicazione di orientamento, e non in un vero e proprio provvedimento normativo.
Ma a destare preoccupazione nel breve-medio termine è l’aumento dei costi di produzione, determinato principalmente dalle nuove imposte sulle emissioni di CO2 e dalle tensioni geopolitiche in atto in Ucraina e Medio Oriente

Gli esperti dell’Eurotower muovono le proprie considerazioni dai dati raccolti nelle sei più grandi economie nell’area della moneta unica, tra cui l’Italia. Per simulare le possibili ricadute economiche della transizione energetica si sono considerati le conseguenze di pandemia e caro-energia.

“I costi della transizione saranno sempre inferiori rispetto a quelli dell’inazione”

Gli autori del report, però, evidenziano come gli effetti negativi siano stati contenuti grazie a “generosi e rapidi interventi a livello nazionale ed europeo” che hanno sostenuto famiglie e imprese per evitare effetti distorsivi sull’economia.
“I costi della transizione verso un’economia a basse emissioni di CO2, però, saranno sempre inferiori rispetto a quelli dell’inazione”, specificano gli economisti dell’Eurotower. Non investire nella transizione aumenterebbe esponenzialmente i rischi delle aziende e dei cittadini connessi ai disastri ambientali.

Secondo le stime, le alluvioni dello scorso anno hanno generato danni per oltre 200.000 dollari a testa per gli emiliani, con una particolare vulnerabilità degli imprenditori che in poche ore hanno visto spazzare via la loro fonte di guadagno.

Imprese italiane e tedesche le più vulnerabili dell’Eurozona

Secondo l’Eurotower le imprese nostrane e quelle della Germania sono “le più vulnerabili” tra quelle dei principali Paesi dell’eurozona, minacciate dalla stretta monetaria, le turbolenze nel commercio globale e le tensioni geopolitiche.
A rischio, ha spiegato la Bce, è il 9% delle imprese italiane, con una esposizione maggiore nel settore industriale, dove le dichiarazioni di fallimento superano i livellipre-pandemia, e su cui pesa anche la crisi demografica.

Da Francoforte però spiegano che l’impatto negativo sulla produttività delle aziende potrebbe essere compensato a lungo termine dall’adozione di nuove tecnologie più ecologiche e digitali.
Sullo sfondo, l’AI, che può diventare una preziosa alleata delle imprese per evitare di fallire, prima, e riprendere a ‘macinare’ poi.

Turismo: operatori in difficoltà per crisi climatica e inflazione, ma pronti a investire

La congiuntura economica non favorevole del contesto generale, acuita dai conflitti internazionali, ha reso complicata l’operatività per il 62% degli operatori turistici, che hanno risentito soprattutto dell’aumento dei costi energetici (37%) e della crescita generalizzata dei prezzi (15%).

Secondo i dati dell’Osservatorio Turismo Nomisma, realizzato per conto di UniCredit, per 4 strutture su 10 la complessità operativa è dipesa anche dall’aumento dei tassi di interesse e dalla contrazione della domanda interna. Inoltre, il 14% delle strutture ha riscontrato difficoltà a trovare personale da assumere (+6% rispetto al 2022).
Ma gli investimenti e le strategie messi in campo dalle strutture ricettive nel biennio 2023-24 vanno nella direzione di aumentare la propria attrattività e rispondere alle nuove richieste del mercato.

Come continuare a garantire all’Italia un ruolo da protagonista?

Secondo Mattia Barchetti Head of Market Intelligence di Nomisma, “Continuare a investire per migliorare la propria attrattività rappresenta quindi un fattore discriminante per garantire all’Italia un ruolo da protagonista tra le mete di viaggio”.
In questo contesto, la sostenibilità ambientale è un driver strategico fondamentale per quasi 8 operatori turistici su 10. Questa nuova consapevolezza ha spinto le strutture ad adottare politiche e soluzioni sostenibili, riducendo l’impatto ambientale e incontrando la crescente domanda di turismo sostenibile.

Molti operatori hanno già intrapreso iniziative in questa direzione: il 72% ha fatto investimenti per la raccolta differenziata, la depurazione dell’acqua, la riduzione dei rifiuti e delle sostanze inquinanti, il 70% si è attivato per ridurre gli sprechi alimentari, il 66% ha adottato azioni di risparmio idrico ed energetico (51%).

Le attività messe in campo a favore della sostenibilità

Molte strutture ricettive dichiarano poi di avere in programma l’attivazione di una serie di attività a favore della sostenibilità ambientale, e 1 operatore su 4 manifesta l’intenzione a selezionare fornitori attenti ai temi sostenibili.
Gli operatori turistici stanno acquisendo una consapevolezza sempre più marcata riguardo all’interconnessione tra sostenibilità ambientale, crisi climatica e impatto diretto che queste dinamiche hanno sulla gestione delle strutture.

Il 66% degli operatori ha dovuto confrontarsi con gli effetti diretti e indiretti sulle attività aziendali, e in risposta all’urgente scenario climatico in evoluzione, hanno ritenuto indispensabile adottare misure proattive per affrontare gli imprevisti atmosferici. In particolare, circa 1 operatore turistico su 2 ha deciso di sottoscrivere una copertura assicurativa per eventi atmosferici.

…e quelle per acquisire maggiore attrattività

Tra le strategie adottate invece a favore di una maggiore attrattività 1 operatore su 4, ha scelto di puntare al rinnovo e all’ammodernamento della struttura mentre il 23% manifesta interesse a investire in impianti per la produzione di energia rinnovabile.

Seguono, le intenzioni di investimento nell’acquisto di nuove attrezzature (10%) e in attività e strumenti di marketing digitale (8%). Solamente il 18% non prevede di fare investimenti nel prossimo futuro.
In merito all’offerta, il 41% prevede un aumento dei prezzi di listino sia per i maggiori costi di gestione sia per la revisione o l’ampliamento dei servizi offerti ai clienti.

Perchè poche aziende italiane sfruttano il potenziale trasformativo del Purpose?

Il Purpose è il motivo alla base dell’esistenza di un’organizzazione, e la sua centralità negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più rilevante da parte dei principali decisori economici, sociali e politici.
Ma com’è vissuto il Purpose nel nostro Paese? Quali sono i benefici attesi, i maggiori ostacoli per una sua piena attuazione, e i legami più forti con le trasformazioni di business?

Capire come le aziende stiano provando a ridefinire i propri meccanismi di funzionamento, e migliorare il rapporto con le comunità in cui operano, facendo proprio il motivo fondamentale per cui un’impresa esiste, è tra gli obiettivi ispiratori dello studio “Purpose & Business Transformation: the state of the art in Italy”, realizzato da BVA Doxa, BCG BrightHouse e Polimi Graduate School of Management.

Nei Servizi è più “chiaro” e rilevante

Il 70% dei C-Level e manager dichiara che la propria azienda ha un Purpose chiaro. Questo è vero soprattutto nel settore dei servizi (76%), ma in generale, l’interesse per il Purpose nei prossimi cinque anni è destinato a registrare un notevole aumento per il 69% degli intervistati.

Per il 62% degli intervistati (73% dei ceo) le aziende che implementano e vivono il Purpose riscontrano forti vantaggi nell’ottenimento degli obiettivi aziendali, per il 58% nell’esperienza quotidiana dei dipendenti e per il 57% nella costruzione della reputazione esterna dell’azienda.

Il potenziale del Purpose non è ancora pienamente sfruttato in Italia

Il 40% dei ceo e dei manager intervistati sostiene però che il Purpose non è pienamente sfruttato come risorsa nella propria azienda.
Inoltre, per il 60% dei ceo la sfida più grande è allineare i collaboratori con la leadership.

Ma se l’attenzione al Purpose è destinata a crescere nei prossimi cinque anni, così come gli investimenti e lo sforzo delle imprese, rispetto a una prima fase in cui i temi di identità e di valori sono stati percepiti soprattutto nella loro dimensione sociale, ora se ne colgono con maggior nitidezza i tratti strategici e il potenziale trasformativo.

Una sfida su cui si gioca il futuro e la credibilità delle imprese

Insomma, i tempi sono maturi affinché i leader e i board delle organizzazioni si riapproprino di Purpose e di identità, facendo spazio nelle loro agende e vivendolo come un esercizio autentico e rigoroso.

In un’epoca che vede mercato del lavoro, audience e stakeholder, sempre più esigenti e determinati nel loro ruolo di ‘forze attive’, sulla sfida del Purpose si gioca il futuro e la credibilità delle imprese, chiamate a dimostrare un impegno forte e coraggioso su questa tema.