Negli ultimi anni l’economia globale ha intrapreso una riconfigurazione profonda: tra pressioni geopolitiche, politiche industriali nazionali e l’urgenza della transizione ecologica, le catene del valore stanno cambiando assetto. Questo articolo analizza le dinamiche principali — dal cosiddetto decoupling tra grandi potenze al reshoring produttivo — e valuta le implicazioni per imprese, investitori e policy maker.
Il contesto: dopo tre decenni di integrazione crescente, la globalizzazione commerciale ha incontrato limiti nuovi. Le crisi successive — pandemia, interruzioni logistiche, ondate inflazionistiche e tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina — hanno spinto Paesi e imprese a ripensare l’equilibrio tra efficienza cost-driven e resilienza. Il risultato è una progressiva riduzione della dipendenza da fornitori concentrati in aree critiche e una riorganizzazione degli investimenti produttivi.
Analisi con dati ed esempi
1) Decoupling selettivo: Il decoupling non è un taglio netto, ma un processo selettivo in settori strategici come semiconduttori, telecomunicazioni e tecnologie dual-use. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno introdotto misure volte a proteggere capacità critiche: dagli incentivi per i chip fab alle restrizioni su export di tecnologie sensibili. Questo ha già generato maggiori flussi di investimento diretto estero verso regioni ritenute affidabili. Ad esempio, i programmi pubblici negli USA (CHIPS Act) e i piani europei di sovranità tecnologica hanno attivato decine di miliardi di dollari/Euro in investimenti privati e pubblici in impianti produttivi locali.
2) Reshoring e nearshoring: Secondo analisi di istituti internazionali, una quota crescente di manager dichiara l’intenzione di riportare attività di produzione in Paesi vicini o in patria, anche se non tutte le fasi produttive tornano indietro. Le industrie ad alta tecnologia o con vincoli di sicurezza tendono al reshoring completo; settori intensivi di manodopera possono optare per nearshoring nei Paesi limitrofi. Esempi pratici includono le nuove fabbriche di semiconduttori in Europa, investimenti in impianti di batterie in Nord America ed Europa, e accordi commerciali che favoriscono scambi regionali.
3) Catene del valore più modulari: Le imprese adottano strategie “dual sourcing” e modularizzazione produttiva per ridurre il rischio di interruzioni. Ciò comporta investimenti in logistica, inventari e tecnologie digitali (IoT, blockchain) per tracciare e gestire forniture complesse. La diffusione della digitalizzazione permette una migliore visibilità lungo la filiera, ma aumenta anche la domanda di competenze avanzate e di infrastrutture digitali sicure.
4) Impatto sui flussi commerciali e sugli investimenti: La ricomposizione delle catene ha effetti misurabili su commercio e IDE (investimenti diretti esteri). Alcuni settori vedono una riduzione dei flussi globali tradizionali, compensata però da nuovi investimenti localizzati. Per Paesi esportatori di componenti intermedi si apre una sfida: diversificare mercati e upskill della forza lavoro per attrarre attività a più alto valore aggiunto.
Implicazioni future
1) Per le imprese: la priorità diventerà la gestione del trade-off tra costi e resilienza. Aziende con capacità di adattamento — attraverso automazione, design di prodotto modulare e strategie di sourcing flessibili — avranno vantaggi competitivi. È probabile un aumento degli investimenti in formazione tecnica e nella digitalizzazione delle operations.
2) Per i governi: le politiche industriali saranno sempre più rilevanti. Incentivi mirati, normativa sugli investimenti esteri e infrastrutture (energetiche e digitali) determineranno la capacità di attrarre “relocalizzazioni”. Al contempo, la necessità di cooperazione internazionale rimane: gestire le tensioni geopolitiche senza frammentare completamente i mercati sarà una sfida cruciale.
3) Per il mercato del lavoro: la ristrutturazione produttiva richiederà competenze diverse. Crescerà la domanda di tecnici per industrie ad alta tecnologia, specialisti nella supply chain digitale e professionisti per la sostenibilità industriale. Politiche attive del lavoro e formazione continua saranno strategiche per evitare disallineamenti occupazionali.
4) Per gli investitori: opportunità emergono nei settori legati alla resilienza (logistica, semiconduttori, energie rinnovabili e batterie) e nelle società che facilitano la transizione digitale delle filiere. Tuttavia, l’aumento del rischio geopolitico richiede una valutazione attenta dell’esposizione regionale e tecnologica.
Conclusione: la riconfigurazione delle catene del valore non è un ritorno al protezionismo puro, ma una transizione verso una globalizzazione più frammentata e selettiva. Le imprese e i policymaker che sapranno anticipare e gestire questa transizione — investendo in tecnologia, formazione e infrastrutture resilienti — potranno trasformare i rischi in opportunità. Nel frattempo, la cooperazione multilaterale resta fondamentale per limitare i costi economici e sociali di un mondo più segmentato.
Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha mostrato segnali contrastanti: da un lato una ripresa occupazionale dopo la fase più acuta della crisi pandemica, dall’altro dinamiche strutturali — invecchiamento della forza lavoro, contratti precari, digitalizzazione e carenze di competenze — che continuano a plasmare il presente e il futuro dell’occupazione. Questo articolo mette a fuoco le principali statistiche e i trend che stanno ridefinendo il mondo del lavoro in Italia, offrendo dati contestualizzati, esempi concreti e le implicazioni per i lavoratori, le imprese e le politiche pubbliche.
Analisi e contesto: l’occupazione cresce, ma la qualità resta un problema
La dinamica occupazionale post‑pandemia è stata complessa. Numeri aggregati mostrano una crescita dell’occupazione complessiva, sostenuta dalla ripresa dei servizi e da politiche di sostegno all’occupazione. Tuttavia, la qualità del lavoro presenta criticità: elevate quote di contratti a termine e part‑time involontario, una crescita dei lavori atipici e una pressione sui salari reali dovuta all’inflazione hanno mantenuto la percezione di precarietà tra molte fasce di lavoratori.
Il mercato del lavoro italiano rimane anche caratterizzato da forte disomogeneità territoriale e settoriale. Il nord continua ad assorbire una quota maggiore di occupazione industriale e nei servizi avanzati, mentre il Mezzogiorno soffre per tassi di inattività e di NEET (giovani non impegnati in lavoro né in formazione) ancora elevati. Settori come sanità, costruzioni, logistica, ristorazione e ICT segnalano carenze di personale, nonostante livelli di disoccupazione che restano superiori alla media europea in alcune fasce.
Digitalizzazione, smart working e automazione: cambiamenti strutturali
La diffusione dello smart working ha ridefinito modalità e aspettative: molte imprese italiane hanno adottato modelli ibridi, con benefici in termini di produttività e conciliazione ma anche nuove sfide per la gestione, la salute mentale e la formazione. Parallelamente, l’automazione e l’introduzione di intelligenza artificiale stanno trasformando ruoli e mansioni. La conseguenza non è un semplice spostamento netto di posti di lavoro, ma una riduzione delle attività routinarie e una valorizzazione di competenze cognitive, digitali e relazionali.
Questa transizione mette in evidenza un gap di competenze: molte imprese faticano a reperire profili specializzati in ambito digitale e green, mentre una parte significativa della forza lavoro richiede programmi di upskilling e reskilling per restare competitiva. Alcune grandi realtà e piattaforme formative hanno avviato programmi di formazione aziendale e apprendistati tecnologici; tuttavia, la diffusione resta disomogenea tra le PMI, che rappresentano la maggior parte del tessuto produttivo italiano.
Precarietà, giovani e parità di genere
I giovani continuano a sperimentare condizioni di ingresso nel mercato del lavoro difficili: contratti temporanei, stage non sempre formativi e una mobilità geografica limitata dalle barriere economiche. Sul fronte della parità di genere si registrano progressi nella partecipazione femminile, ma persistono divari salariali e ostacoli alla carriera, soprattutto per le donne con responsabilità di cura.
Implicazioni future: policy, imprese e lavoratori
Le tendenze attuali suggeriscono alcune linee d’azione prioritarie. Per le politiche pubbliche è essenziale combinare misure di attivazione del lavoro (apprendistato, incentivi per l’assunzione qualificata, politiche attive) con investimenti massicci in formazione continua e infrastrutture digitali e di mobilità che riducano le disuguaglianze territoriali. Occorre inoltre rendere più flessibile il mercato del lavoro senza rinunciare a strumenti di protezione sociale moderni che accompagnino la transizione tra lavori.
Per le imprese, specialmente le PMI, la sfida è integrare strategie di gestione delle risorse umane più moderne: piani di formazione strutturati, partnership con centri di formazione e università, e una maggiore attenzione al well‑being per trattenere talenti. L’adozione di modelli ibridi e la digitalizzazione dei processi devono andare di pari passo con investimenti in competenze.
I lavoratori dovranno puntare su apprendimento continuo e mobilità delle competenze: capacità digitali, competenze trasversali e specializzazioni nei settori green e dell’assistenza sanitaria aumenteranno la resilienza occupazionale. Infine, il dialogo sociale tra imprese, sindacati e istituzioni sarà cruciale per governare la transizione tecnologica e assicurare che innovazione e inclusione vadano a braccetto.
In sintesi, il mercato del lavoro italiano è in trasformazione: i numeri mostrano alcune luci ma tante ombre che richiedono risposte coordinate. Il vero banco di prova per i prossimi anni sarà la capacità di tradurre crescita occupazionale in lavoro di qualità, investendo in competenze, infrastrutture e politiche sociali che possano rendere la transizione equa e sostenibile.
Dopo anni segnati dalla pandemia, dalla crisi energetica e dall’inflazione globale, l’economia italiana si trova in una fase di transizione: non più solo gestione degli shock, ma consolidamento di percorsi di crescita sostenibile. Le imprese mostrano segnali di resilienza, il mercato del lavoro migliora a macchia di leopardo e il dibattito pubblico si concentra su investimenti, debito e competitività. Questo pezzo analizza lo stato attuale, offre dati ed esempi concreti e indica le principali implicazioni per i prossimi 12–24 mesi.
Contesto: l’Italia ha beneficiato negli ultimi anni di ingenti risorse europee (PNRR) destinate a infrastrutture, digitalizzazione e transizione verde. Al tempo stesso resta tra i paesi con debito pubblico più alto nell’area euro, una struttura produttiva caratterizzata da molte piccole e medie imprese e un tasso di partecipazione al mercato del lavoro inferiore alla media UE. L’interazione tra politiche fiscali, costo del credito e dinamiche internazionali determina quindi la traiettoria di breve termine.
Analisi con dati ed esempi
1) Crescita e domanda interna: Dopo il rallentamento globale del 2022, la crescita italiana ha mostrato segnali di moderata ripresa. Le esportazioni di beni ad alto valore aggiunto (macchine, farmaceutica, agroalimentare) restano un volano, con esportazioni verso UE e mercati extra-UE che sostengono alcune filiere. Tuttavia la domanda interna è ancora debole in termini reali per effetto del potere d’acquisto compress o: i salari medi hanno recuperato parte delle perdite reali ma non in modo omogeneo tra settori.
2) Inflazione e costo dell’energia: La volatilità dei prezzi energetici ha costretto molte imprese a ripensare catene di approvvigionamento e mix produttivi. Molte PMI del Nord hanno investito in efficienza energetica e automazione per ridurre la vulnerabilità ai picchi dei costi. Nel comparto turistico, il 2023–2024 ha segnato una ripresa robusta dei flussi internazionali, supportando ristorazione e trasporti, ma l’aumento dei costi operativi riduce i margini.
3) Lavoro e competenze: Il mercato del lavoro evidenzia una dinamica positiva nella creazione di occupazione, con un aumento degli occupati sia nelle professioni tecniche che nel terziario. Rimane però elevata la dispersione territoriale: aree del Mezzogiorno continuano a registrare tassi di disoccupazione e inattività più alti rispetto al Centro-Nord. Le imprese segnalano difficoltà nel reperire competenze digitali e tecniche, spingendo investimenti in formazione interna o in collaborazioni con istituti tecnici e università.
4) Debito, finanza e investimenti: Il rapporto alto debito/PIL impone prudenza fiscale. Tuttavia la presenza di fondi europei e linee di credito agevolate ha facilitato investimenti in infrastrutture e innovazione per molte imprese medio-grandi. Le start-up tecnologiche italiane mostrano segnali di maturazione, con exit e round di finanziamento più consistenti rispetto a pochi anni fa, anche se la scala complessiva resta inferiore rispetto ad altri ecosistemi europei.
Esempio pratico: un distretto industriale della meccanica in Emilia-Romagna ha combinato incentivi PNRR, investimenti privati in digitalizzazione e accordi con un’università tecnica per formare operai 4.0. Risultato: aumento dell’efficienza produttiva, riduzione dei tempi di fermo macchina e migliore penetrazione su mercati di nicchia esteri.
Implicazioni future
1) Politiche industriali mirate: Per sbloccare potenziale di crescita servono politiche che favoriscano aggregazioni tra imprese, internazionalizzazione e digitalizzazione diffusa. Incentivi troppo generici rischiano di disperdere risorse; bisogna concentrare interventi su filiere strategiche e competenze chiave.
2) Capitale umano come fattore critico: Investire in formazione continua e nella riqualificazione dei lavoratori diventerà essenziale. Il mismatch tra domanda e offerta di competenze può rallentare la trasformazione produttiva se non affrontato con programmi mirati a livello territoriale.
3) Sostenibilità finanziaria: Gestire il rapporto debito/PIL senza sacrificare investimenti è la sfida più complessa. Una strada pragmatica passa per migliorare l’efficienza della spesa pubblica, accelerare l’attuazione dei progetti finanziati dall’UE e mobilitare capitale privato attraverso partenariati pubblico-privati trasparenti.
Conclusione: L’economia italiana dispone di punti di forza reali — specializzazione produttiva, attrattività turistica, capitale umano e flussi finanziari europei — ma resta vulnerabile alla fragilità della domanda interna, alla carenza di alcune competenze e alla necessità di investimenti strutturali. Nei prossimi 12–24 mesi la capacità del sistema pubblico-privato di tradurre risorse in riforme concrete e progetti reali determinerà se la ripresa potrà consolidarsi in una crescita sostenibile e inclusiva.
Nel 2024 l’Italia resta al primo posto tra i Paesi Ue27 per numero di passeggeri trasportati via mare e al secondo dopo l’Olanda per quantità di merci trasportate.
Dai dati Istat emerge come nel 2024 la quantità di merci imbarcate e sbarcate nei porti italiani sia sostanzialmente stazionaria (-0,1% rispetto al 2023), mentre il trasporto passeggeri è aumentato dell’11,9%, circa il doppio dell’Ue27 (+6,2%).
I primi tre porti europei per traffico di passeggeri sono Messina, Reggio Calabria e Napoli.
L’Italia conferma anche il primato delle crociere a livello europeo, con Civitavecchia il porto più trafficato nel 2024.
Rispetto al 2023 il numero di passeggeri crocieristi è aumentato del 2,0%, mentre il numero di navi da crociera arrivate nei porti italiani è cresciuto dello 0,9%.
In riduzione le navi che solcano i nostri mari, ma aumentano gli approdi
Nel 2024 sono 5.928 le navi che hanno effettuato almeno una toccata in un porto italiano, in riduzione di 26 unità rispetto all’anno precedente. Il numero di toccate nei porti italiani è invece aumentato dell’8,4%, indice di un’attività mediamente maggiore (75 viaggi per nave contro i 69 del 2023).
L’89,6% degli approdi è da attribuire a traghetti e aliscafi (rispettivamente 56,0% e 33,6% del totale). Le toccate degli altri tipi di nave sono invece distribuite dal 2,4% delle portarinfuse liquide, il 2% di navi container, lo 0,6% di portarinfuse solide.
Quanto alle navi da crociera, hanno realizzato l’1,2% degli approdi, mentre i restanti tipi di nave esprimono quote residuali.
Trieste e Genova nella top 20 europea dei porti mercantili
A livello europeo, l’Italia si conferma nel 2024 al secondo posto per quantità di merce imbarcata e sbarcata, con una quota del 14,6% sul totale Ue27, subito dopo l’Olanda e appena sopra la Spagna e il Belgio.
Segue la Germania, che rispetto al 2023 supera la Francia, diventando sesta in graduatoria.
I principali porti commerciali italiani, come definiti in base alle nomenclature statistiche internazionali, sono 137 e sono distribuiti lungo le coste di 14 regioni.
I due principali porti italiani per il trasporto merci, Trieste e Genova, figurano nella top 20 dell’Ue27 e guadagnano entrambi una posizione rispetto al 2023.
Il Nord traina il trasporto merci
A loro volta, i porti rilevati sono aggregati in 84 “porti statistici”, definiti considerando come un’unica unità statistica le infrastrutture portuali che gravitano su un porto principale o hanno una forte prossimità e integrazione geografica, come nel caso degli arcipelaghi delle isole minori.
Il Nord traina il trasporto delle merci e il Mezzogiorno quello dei passeggeri
Complessivamente nel 2024 nei porti italiani sono stati effettuati 446.371 approdi di navi adibite al trasporto di merci o passeggeri, le quali hanno in media un volume pari a 6.384 di stazza lorda per nave.
Le regioni nei cui porti sono approdate più navi per il trasporto merci o passeggeri sono Campania e Sicilia (139.634 e 110.508), entrambe in aumento rispetto al 2023 (+17,5% Campania, +14,1% Sicilia).
Emerge dal Rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia OCEN (Commercio, Turismo, Cultura, Trasporti, Servizi e Professioni): per le imprese del terziario di mercato nel 2025 la bolletta elettrica è aumentata in media del 28,8% rispetto al 2019, quella del gas addirittura del 70,4%.
L’Osservatorio rileva incrementi significativi anche nel confronto tra il quarto trimestre 2025 e il secondo e terzo dell’anno. A incidere sulle bollette elettriche non è stata solo la componente energia (60% del totale), ma anche gli oneri generali di sistema (quasi 20% sul totale), ripristinati dopo l’azzeramento nei due trimestri centrali, stabilito come misura di sostegno alle imprese.
Elettricità: comparto Alberghi più penalizzato
Sommando i costi della bolletta elettrica con quella del gas, il comparto più penalizzato nell’ultimo trimestre 2025 è quello degli alberghi di medie dimensioni, con 9.117 euro di spesa media mensile, seguito da negozi di grandi dimensioni (5.979 euro), hotel di piccole dimensioni (5.263 euro), negozi alimentari (2.334 euro), ristoranti (2.083 euro), bar (1.009 euro), negozi non alimentari (855 euro).
Il costo dell’energia continua perciò a rappresentare un freno alla competitività delle imprese del terziario di mercato, ancora più penalizzate nel confronto con gli altri Paesi europei. Tra il 2019 e il 2025 in Italia l’energia elettrica è aumentata del 122%, quasi il doppio rispetto alla Francia (+64%) e tre volte e mezzo rispetto alla Spagna (+36%).
Gas, -16% vs 2024 ma +50% sul 2019
Per quanto le bollette del gas nell’ultimo trimestre 2025 la spesa è in diminuzione del 16% rispetto all’anno precedente, ma se comparata con la media del 2019, periodo pre-pandemia e crisi energetica, è superiore di oltre il 50%.
In particolare, per i negozi non alimentari, l’importo mensile di un contratto di gas a prezzo variabile è risultato di 365 euro, per un consumo di 300 m3 mensili.
A parità di contratto e consumi, nel 2019, lo stesso tipo di negozio aveva pagato mediamente 257 euro al mese.
La spesa di dicembre 2025 risulta quindi maggiore del 42,0% rispetto alla spesa media del 2019.
Europa: un mercato frammentato e disomogeneo
A causa delle insufficienti infrastrutture di trasposto dell’energia elettrica tra Paesi, il mercato energetico europeo risulta frammentato, con curve di domanda e offerta diverse tra un’area e l’altra. Inoltre, differenze nei sistemi di contrattazione e composizione delle fonti di produzione energetica determinano prezzi dissimili nei vari mercati nazionali.
Dal 2021 l’Italia ha registrato i prezzi maggiori, segnalando l’esistenza di una anomalia strutturale del mercato. Nel 2025, infatti, il prezzo medio all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia era +79,6% rispetto alla Francia, +78,7% rispetto alla Spagna, + 27% rispetto alla Germania.
Francia e Spagna risultano le più virtuose, con prezzi quasi dimezzati. La prima grazie all’elevata quota di energia elettrica prodotta con centrali nucleari, la seconda, grazie alla forte crescita della quota di produzione da fonti rinnovabili.
Il 2025 si chiude con un segnale importante per l’economia del nostro Paese: le imprese italiane aumentano di numero. Certo, non si tratta di dati eclatanti, comunque è una buona notizia. Il trend evidenzia un sistema economico più resistente di quanto spesso si pensi.
Il saldo tra iscrizioni e cessazioni segna infatti un +56.599 imprese, pari a una crescita dello 0,96%, migliore rispetto agli ultimi due anni. A fine anno, le aziende registrate in Italia sono 5.849.524.
Meno chiusure, più stabilità
Il segnale più positivo non è tanto l’aumento delle nuove imprese – 323.533, sostanzialmente in linea con il 2024 – ma soprattutto la decisa diminuzione delle chiusure. Le cessazioni sono state 266.934, con un calo del 6,7% rispetto all’anno precedente. Questo andamento, decisamente positivo, significa che la tenuta c’è, e il Paese sembra mostrare una rinnovata fiducia.
I dati arrivano da Movimprese, l’analisi annuale realizzata da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio.
Il comparto più “sano”? Quello dei servizi
Ma quali sono i settori che stanno meglio? I servizi si dimostrano in salute, mente alcuni comparti tradizionali hanno il fiato più corto. Le attività finanziarie e assicurative crescono del 5,89%, seguite dalla fornitura di energia elettrica, gas e vapore (+5,16%). L’edilizia conferma un buon momento, con oltre 9.300 imprese in più (+1,12%).
Dall’altra parte, l’agricoltura perde più di 8.000 aziende (-1,17%), la manifattura arretra dello 0,80% e il commercio lascia sul terreno quasi 10.000 imprese. Un ridimensionamento che continua a ridisegnare l’economia reale del Paese.
Immobiliare, turismo e finanza: dove cresce l’Italia
Più nel dettaglio, spiccano le attività immobiliari, che chiudono l’anno con un saldo positivo di oltre 8.200 imprese (+2,69%). Bene anche i lavori di costruzione specializzati (+7.430). Il dato più sorprendente riguarda però i servizi finanziari non assicurativi, che segnano un balzo del 18,31%.
Crescono anche alloggio e turismo (+6,61%), pubblicità e ricerche di mercato (+5,89%), consulenza gestionale (+5,07%). La tecnologia non resta a guardare: la produzione di software e la consulenza informatica aggiungono più di 2.100 imprese (+3,79%).
Le società di capitali sono le vere protagoniste
La crescita complessiva è trainata quasi interamente dalle società di capitali, che aumentano di 66.878 unità (+3,48%). Le imprese individuali tornano appena in positivo, mentre continuano a diminuire le società di persone (-1,39%). Un segnale chiaro di come stiano cambiando le forme dell’iniziativa economica.
Anno positivo in tutte le aree del Paese
Tutte le aree geografiche chiudono l’anno in positivo. Il Centro guida la classifica (+1,20%), seguito da Sud e Isole (+1,07%) e Nord-Ovest (+1,00%). Il Nord-Est cresce meno, ma resta sopra lo zero.
Il Lazio spicca tra le regioni (+2,07%), davanti a Lombardia e Sicilia. A livello provinciale, Roma, Milano e Siracusa mostrano la maggiore vivacità. Numeri che, messi insieme, raccontano un’Italia che, nonostante tutto, continua a provarci.
Secondo i dati Istat a settembre 2025 tornano a crescere su base mensile l’indice destagionalizzato del fatturato dell’industria e dei servizi, sia in valore sia in volume.
Per l’industria la dinamica congiunturale positiva è più marcata nella componente estera, mentre per i servizi gli incrementi maggiori interessano il commercio all’ingrosso.
Complessivamente, nel terzo trimestre dell’anno si osserva una lieve crescita congiunturale in entrambi i comparti. Anche in termini tendenziali, e al netto degli effetti di calendario, nei due macrosettori prevalgono segnali positivi in valore e in volume.
In questo caso, gli aumenti più significativi si registrano nei beni strumentali per l’industria e nei servizi di informazione e comunicazione e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche per i servizi.
Aumenti congiunturali in valore e in volume
Nel dettaglio, a settembre 2025 l’ISTAT stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti in termini congiunturali del 2,1% in valore e del 3,0% in volume, registrando dinamiche positive sia sul mercato interno (+1,5% in valore e +2,7% in volume) sia su quello estero (+3,1% e +3,4% rispettivamente in valore e in volume).
Per il settore dei servizi si stima una crescita congiunturale dell’1,8% in valore e dell’1,6% in volume, con incrementi sia nel commercio all’ingrosso (+2,1% in valore e in volume) sia negli altri servizi (+1,4% in valore e +1,5% in volume).
Segno meno solo per l’energia
Gli indici destagionalizzati del fatturato in valore, riferiti ai raggruppamenti principali di industrie, a settembre registrano una diminuzione congiunturale per la sola energia (-5,3%), mentre si rilevano aumenti per i beni strumentali (+5,3%), per quelli intermedi (+2,0%) e per i beni di consumo (+0,6%).
Nel terzo trimestre 2025 il fatturato dell’industria, in termini congiunturali e al netto dei fattori stagionali, è in leggera crescita in valore ed in volume (+0,5%). Nello stesso arco temporale, per i servizi, si registra un aumento dello 0,4% in valore e dello 0,1% in volume.
A settembre 2025, il fatturato dell’industria, corretto per gli effetti di calendario, registra un aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente in valore (+3,4%) e in volume (+3,5%).
Incremento più contenuto per il mercato estero
Per l’industria si rileva poi una crescita marcata sul mercato interno (+4,3% in valore e +4,5% in volume) e un incremento più contenuto su quello estero (+1,6% in valore e +2,0% in volume).
Per il settore dei servizi, al netto degli effetti di calendario, si registra un aumento tendenziale del 4,3% in valore e del 3,7% in volume, con una crescita sia nel commercio all’ingrosso (+3,4% in valore e +3,0% in volume), sia negli altri servizi (+5,3% in valore e +3,7% in volume).
Nel mese di settembre 2025 i giorni lavorativi di calendario sono stati 22 contro i 21 di settembre 2024. Gli indici corretti per gli effetti di calendario del fatturato in valore riferiti ai raggruppamenti principali di industrie registrano, su base annua, aumenti in tutti i settori. Il più marcato riguarda i beni strumentali (+7,2%).
Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Istat, relativi alla produzione industriale italiana nel mese di luglio 2025, l’indice destagionalizzato della produzione industriale registra un incremento congiunturale e si osserva una crescita anche su base trimestrale.
A esclusione dell’energia, unico aggregato in diminuzione, l’incremento congiunturale mensile si estende a tutti i principali raggruppamenti di industrie. In termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, l’indice generale a luglio è in aumento. L’incremento su base annua riguarda tutti i principali raggruppamenti di industrie, anche in questo caso, salvo l’energia.
Indice destagionalizzato: segno più anche nel trimestre: 0,2%
Più in particolare, a luglio 2025 i dati Istat stimano che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,4% rispetto al mese di giugno. Nella media del periodo da maggio a luglio, rispetto ai tre mesi precedenti del 2025, si registra un aumento del livello della produzione dello 0,2%.
L’indice destagionalizzato mostra un calo congiunturale solo per l’energia, pari al -7,8%. Viceversa, si osserva un aumento del +2,1% per i beni di consumo, del +1,6% per i beni strumentali e del +0,7% per i beni intermedi.
A livello tendenziale l’aumento è del +0,9%. Crescono beni di consumo, strumentali e intermedi
In termini tendenziali a luglio 2025 l’indice generale corretto per gli effetti di calendario aumenta dello 0,9%. I giorni lavorativi di calendario sono stati 23, come a luglio dell’anno precedente.
Anche a livello tendenziale si registrano incrementi per i beni di consumo, che segno il 3,0% in più rispetto all’anno precedente, per i beni strumentali, in aumento del +2,8% e per i beni intermedi, in crescita del +0,3%.
A diminuire è ancora una volta l’energia, che registra un -5,2% anche rispetto a luglio 2024.
Incremento per prodotti petroliferi, elettronica, alimentari. In calo energia, chimica, plastica e gomma
I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono la fabbricazione di coke e i prodotti petroliferi raffinati, che registra un aumento del +10,8%, la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica, che segna un +6,4%, e le industrie alimentari, bevande e tabacco, in crescita de3 +5,7%.
Al contrario, le flessioni più rilevanti si riscontrano nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria, in calo del -9,4%, nella produzione di prodotti chimici, in calo del -2,7%, e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, che rispetto allo stesso periodo del 2024 registrano l’1,6% in meno.
Gli agenti di intelligenza artificiale vengono spesso descritti come la prossima grande rivoluzione tecnologica. Secondo un’analisi del Capgemini Research Institute, potrebbero generare fino a 450 miliardi di dollari entro il 2028.
Numeri enormi, che però non coincidono ancora con l’attuale stato delle cose: solo il 2% delle aziende ha portato l’adozione su larga scala.
Tecnologia, da sola non basta
Molte organizzazioni stanno scoprendo che, per funzionare davvero, l’AI ha bisogno di persone al suo fianco. I dirigenti coinvolti nell’indagine lo hanno capito: quasi tre su quattro riconoscono che la supervisione umana porta benefici superiori ai costi, e il 90% considera positivo che l’essere umano resti parte attiva del processo. In altre parole, l’AI da sola non basta: è l’unione con l’esperienza umana a fare la differenza.
Fiducia in calo
Se da un lato c’è entusiasmo, dall’altro sorgono alcune preoccupazioni. In un solo anno, la fiducia negli agenti completamente autonomi è scesa dal 43% al 27%.
Quasi due dirigenti su cinque pensano che i rischi possano superare i vantaggi. Solo il 40% delle aziende dichiara di affidarsi davvero agli agenti AI per compiti autonomi. Chi però ha già avviato progetti concreti mostra più fiducia rispetto a chi è ancora in fase esplorativa. La trasparenza sui criteri decisionali e la garanzia di un uso etico diventano quindi centrali per colmare questa distanza.
Uomini e macchine nello stesso team
Sempre più organizzazioni immaginano il futuro come un lavoro condiviso: squadre composte da persone e agenti AI che collaborano gomito a gomito. Più del 60% prevede di attivare modelli ibridi entro i prossimi dodici mesi.
Non si parla più di strumenti passivi, ma di veri alleati capaci di alleggerire le attività ripetitive e liberare tempo per creatività e strategia. Secondo Capgemini, questo approccio potrebbe aumentare fino al 65% l’impegno su attività di maggiore valore.
Un percorso ancora da definire
Nonostante l’entusiasmo, la preparazione resta il vero ostacolo. L’80% delle aziende non ha ancora infrastrutture adeguate per sostenere l’AI su scala. I dati spesso non sono pronti, e questioni delicate come privacy e discriminazioni algoritmiche non vengono affrontate in modo sistematico.
Dall’hype alla concretezza
Il messaggio che arriva dal report è chiaro: per trasformare le promesse in risultati servono più di algoritmi sofisticati. Occorre ripensare i modelli organizzativi, garantire trasparenza e costruire fiducia.
Solo così gli agenti AI potranno davvero diventare parte integrante del lavoro quotidiano e contribuire a creare valore, non solo economico ma anche sociale.
Secondo il Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con il Ministero del Lavoro, le imprese italiane stanno vivendo un’estate di intensa domanda occupazionale. Sono ben 575mila le posizioni aperte solo nel mese di luglio, mentre nel trimestre luglio-settembre il totale delle assunzioni previste supera 1,5 milioni.
Cresce l’occupazione in industria e servizi
Al netto del settore primario (agricoltura, pesca e silvicoltura), l’industria e i servizi registrano una netta espansione della domanda di lavoro, con 30mila assunzioni in più rispetto a luglio 2024 e un aumento di 85mila contratti nel trimestre rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Nel dettaglio, l’industria cerca circa 139mila lavoratori nel mese e oltre 374mila nel trimestre. Il comparto manifatturiero da solo assorbe oltre 91mila figure a luglio e circa 242mila nel trimestre, in particolare nelle industrie alimentari, meccatroniche e metallurgiche.
Anche l’edilizia registra numeri significativi, con 47mila posizioni aperte nel mese e 133mila nel trimestre.
Servizi: turismo e commercio catalizzano la domanda
Nei servizi, il numero di contratti programmati sfiora i 400mila a luglio e supera il milione nel trimestre. Il settore turistico si conferma il più attivo, con 136mila posizioni nel mese e 301mila nei tre mesi estivi.
A seguire, il commercio (76mila nel mese e 195mila nel trimestre) e i servizi alla persona (65mila e 207mila).
Il settore primario, seppur più contenuto, prevede 37mila assunzioni a luglio e 113mila nel trimestre.
Rimangono le “solite” difficoltà di reperimento
Il tempo determinato rimane la forma contrattuale più diffusa (64,3% delle nuove assunzioni), seguito dai contratti a tempo indeterminato (15,5%) e dalla somministrazione (8,2%).
Nonostante le offerte, trovare personale resta una sfida: il 45,4% dei profili è di difficile reperimento. A soffrire maggiormente il mismatch tra domanda e offerta sono le industrie metallurgiche, l’edilizia e i comparti moda e meccatronica.
I profili introvabili: tecnici, ingegneri e operai specializzati
Tra le figure professionali più richieste e difficili da reperire spiccano ingegneri, tecnici sanitari e professionisti della produzione. Tra gli operai specializzati, la carenza riguarda saldatori, lattonieri, montatori, oltre a chi lavora su macchinari industriali e mezzi di movimentazione.
Straniero un lavoratore su cinque
Il 20,3% delle assunzioni previste riguarda lavoratori stranieri, con quote più alte nei settori dell’agricoltura (34,5%), dei servizi di supporto (32,5%) e dell’industria alimentare (30,9%).
Sud in testa per numero di assunzioni
Dal punto di vista territoriale, il Sud e le Isole guidano la domanda con 194mila assunzioni a luglio e oltre 475mila nel trimestre. Seguono il Nord Ovest (139mila nel mese e 393mila nel trimestre), il Nord Est e infine il Centro.