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Cybersecurity: sfide quotidiane ed errate convinzioni delle PMI

Secondo l’ultimo report di Kaspersky, ‘Real Talk on Cybersecuity: cosa preoccupa, cosa manca e cosa è davvero utile?’, la maggior parte dei decision-maker che si occupano di cybersecurity non è adeguatamente preparata a proteggere la propria azienda.

Da gennaio ad aprile 2025 l’Italia ha registrato il 25% del totale di attacchi informatici effettuati in Europa. Software potenzialmente indesiderati (PUA) e malware che imitano brand legittimi hanno preso di mira in particolare le Pmi. Ma in Italia il 68% delle Pmi segue una strategia solida più nella teoria che nella pratica, o si limita a raggiungere solo alcuni obiettivi.
Inoltre, molte ammettono carenze anche nelle conoscenze base di cybersecurity.

Solo il 25% dispone di una strategia completa ed efficace

Sempre in Italia, il 32% dei responsabili IT intervistati da Kaspersky dichiara che dovrebbe comprendere meglio come rispondere e risolvere gli incidenti informatici. Solo il 25% ha implementato una strategia di sicurezza informatica completa, mentre il 38% l’ha solo pianificata e il 30% si sta impegnando per raggiungere una serie di obiettivi piuttosto che perseguire una strategia vera e propria.

Questi risultati evidenziano la diffusa discrepanza tra lo sviluppo della strategia e l’implementazione operativa. Un divario che probabilmente si traduce in debolezze strutturali nelle operazioni quotidiane di sicurezza informatica delle Pmi. La mancanza di strategie e competenze impedisce infatti di garantire una protezione reale e rende le aziende vulnerabili. 

Fiducia e conoscenze scarseggiano tra i responsabili IT

La mancanza di strategie concrete diventa ancora più evidente se si considera la scarsa fiducia dei leader aziendali nelle proprie conoscenze e negli strumenti di cybersecurity.

Ad esempio, il 32% delle Pmi italiane vorrebbe comprendere meglio come ottimizzare le proprie capacità di risposta e risoluzione in caso di incidente informatico. E circa un terzo (27%) vorrebbe sapere se la propria protezione endpoint è sufficientemente solida per gestire le minacce odierne.
Considerando che il 25% degli intervistati dubita che le descrizioni dei rischi fornite dai fornitori riflettano fedelmente la realtà di un’azienda come la loro, chi di loro sa davvero come proteggere la propria attività?

Implementare misure necessarie, operative e concrete per fronteggiare gli attacchi 

“I decision maker che si occupano di cybersecurity nelle Pmi spesso seguono strategie apparentemente valide sulla carta, ma che nella pratica non funzionano, perché prive delle misure operative concrete necessarie per resistere agli attacchi odierni. Due terzi di loro non hanno ancora messo in pratica queste misure in modo efficace, lasciando le Pmi sempre più esposte ad attacchi. – afferma Cesare D’Angelo, General Manager Italy, Mediterranean & France di Kaspersky -. Per migliorare la sicurezza, le Pmi devono passare dalla teoria alla pratica, colmare le lacune di conoscenza essenziali e costruire una strategia di sicurezza informatica coerente, integrata nelle operazioni quotidiane, non limitata a documenti isolati o misure non coordinate”.

Recensioni online, tutela fondamentale per i consumatori ma non devono danneggiano le imprese 

Le recensioni online rappresentano uno strumento fondamentale per la tutela dei consumatori. A patto che non danneggino le imprese.
Alla luce della discussione in sede parlamentare sul DDL PMI, che include nuove norme in materia di e-commerce e di recensioni online, Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale in Italia, evidenzia la necessità di una regolamentazione equilibrata, che rafforzi la tutela dei consumatori, ma che non ostacoli l’innovazione o appesantisca le imprese.

La posizione di Consorzio sulla regolamentazione delle recensioni si può riassumere in tre punti principali: vietare le attività fraudolente, dare il giusto tempo ai consumatori per esprimere la propria opinione e non imporre oneri a carico degli utenti o delle piattaforme.

A livello legislativo serve un approccio equilibrato 

Oggi le recensioni online sono uno strumento centrale per rafforzare la fiducia dei consumatori nei confronti dell’e-commerce. Ma rappresentano uno strumento imprescindibile anche per la competitività delle aziende, soprattutto le Pmi.

Quello che serve a livello legislativo è un approccio bilanciato. 
“Una regolamentazione efficace deve vietare solo le pratiche scorrette – sottolinea Roberto Liscia, presidente Netcomm -, senza penalizzare le aziende o ostacolare l’innovazione. Le recensioni online sono una leva di fiducia e competitività imprescindibile per il commercio digitale, ma devono rimanere uno strumento trasparente, utile e spontaneo per i consumatori e le imprese”. 

“La circolazione legittima di opinioni autentiche non va limitata”

“Per questo chiediamo al legislatore di adottare un approccio pragmatico ed equilibrato, che si ponga alcuni obiettivi principali – continua Liscia -. Tra questi vietare le attività fraudolente è un imperativo, tuttavia questo non deve limitare la circolazione legittima di opinioni autentiche. Occorre concedere un tempo utile per il rilascio della recensione, almeno 180 giorni, per la pubblicazione di un’opinione ponderata basata su esperienze complete. Inoltre, sosteniamo fortemente la necessità di garantire recensioni autentiche senza che ciò comporti l’imposizione di obblighi di prove irrealistiche agli utenti, che potrebbero ostacolare il funzionamento naturale delle piattaforme e penalizzare gli utenti onesti”.

Attenzione a non penalizzare le Pmi

“Infine, riteniamo fondamentale aprire la possibilità di segnalare comportamenti scorretti a tutte le associazioni a tutela dei consumatori – aggiunge il presidente Netcomm -. Solo così sarà possibile rafforzare la protezione dei cittadini senza creare barriere alle imprese, tenuto conto del fatto che le più penalizzate sarebbero proprio le Pmi”.

Netcomm è l’associazione di riferimento del settore e-commerce in Italia e uno stakeholder chiave nel dialogo sull’evoluzione regolamentare del mercato digitale a livello nazionale ed europeo.
Netcomm riunisce oltre 480 aziende, tra società internazionali e Pmi di eccellenza, e oggi rappresenta l’ampia comunità professionale del digitale in Italia, in grado di fornire una visione autorevole e anticipare le evoluzioni generate dalle tecnologie sul mercato e sul fare impresa. 

Scroll infinito: una ‘trappola’ per un italiano su tre

Vivere sempre connessi, con un device in mano, che prezzo può avere? Altissimo, sicuramente in ore di tempo “sprecate”.
Scrollare senza sosta è una delle abitudini più diffuse tra gli italiani, al punto da consumare – letteralmente – ore delle nostre giornate.

Lo evidenzia una ricerca commissionata da OnePlus, secondo cui l’utente medio trascorre 84 minuti al giorno navigando passivamente tra contenuti digitali, spesso ansiogeni o inutili. Per la Generazione Z, il dato è ancora più alto: si sfiorano i 140 minuti al giorno, pari a quasi 17 ore settimanali.

Doomscrolling: il lato oscuro del feed
Questa pratica, conosciuta come doomscrolling, è ormai entrata nel lessico comune. Si tratta di quell’impulso a scorrere ininterrottamente lo schermo, spesso alla ricerca di notizie negative, gossip o contenuti che alimentano ansia e malumore.

Secondo i dati, il 31% degli intervistati riconosce che questa abitudine incide negativamente sulla propria produttività, mentre un altro 27% afferma di sentirsi meno creativo. Non mancano effetti psicofisici: l’11% riporta sensazioni di stanchezza e il 12% parla apertamente di ansia o irritabilità post-scroll.

Quando lo smartphone prende il sopravvento
Le situazioni in cui lo scrolling prende il sopravvento sono le più disparate, riferisce Adnkronos. Il 41% degli italiani dichiara di farlo in bagno, il 40% a letto e il 32% persino in compagnia. Alcuni confessano di averlo fatto durante eventi speciali, come matrimoni (9%) o momenti di intimità (7%).

Contenuti tossici e informazione “malata”
Ma cosa tiene gli utenti incollati allo schermo? In cima alla lista ci sono le notizie negative (26%), seguite da reality e drammi delle celebrità (20%), suggerimenti finanziari aggressivi (19%) e contenuti irrealistici su fitness e diete (18%). Le fake news completano il quadro con un 16%.

Una sfida al tempo perso
Per sensibilizzare gli utenti, OnePlus ha lanciato “Brain Rot Blaster”, un videogioco in stile retrò legato al debutto del nuovo OnePlus Nord 5. Il gioco, giocabile una sola volta, sfida gli utenti a combattere avatar simbolici dei mali digitali, come il “Neg News Reader” e il “Crypto Bro”.

Quasi la metà degli italiani (42%) vorrebbe più ore al giorno. In realtà, la soluzione potrebbe essere a portata di mano: meno scroll e più vita reale. Tra le attività più desiderate spiccano sport, natura, tempo in famiglia e lettura.

Casa tech, anche le pulizie diventano smart  

Negli ultimi anni, la tecnologia ha rivoluzionato il modo in cui gli italiani si prendono cura della propria casa. Secondo una ricerca di BVA Doxa per Roborock, azienda specializzata in robotica domestica, sempre più famiglie stanno adottando dispositivi smart per la pulizia, con l’obiettivo di risparmiare tempo e semplificare le faccende quotidiane.

L’indagine ha individuato tre principali categorie di utenti: i “Pragmatici Digitali” (62%), che adottano la tecnologia solo dopo averne valutato i benefici; i “Tech-Entusiasti” (25%), particolarmente inclini all’innovazione, soprattutto tra gli uomini e nella fascia 25-44 anni; e infine gli “Scettici Tradizionalisti” (13%), prevalentemente over 45, che mostrano maggiore resistenza ai cambiamenti.

Robot aspirapolvere: una presenza (quasi) abituale

Un tempo considerati oggetti di lusso, i robot aspirapolvere stanno diventando una presenza abituale nelle case italiane, in particolare tra chi possiede animali domestici. Il 90% degli intervistati conosce questi dispositivi e il 70% ne apprezza i vantaggi, soprattutto per la possibilità di risparmiare tempo.

Cresce anche la confidenza con questi strumenti: il 61% degli utenti si sente competente nell’utilizzo dei robot aspirapolvere. In particolare, i proprietari di animali domestici li considerano fondamentali per mantenere la casa pulita: il 68% li ritiene molto utili, e il 32% addirittura indispensabili. Questo trend è particolarmente diffuso nelle regioni meridionali, dove la vita all’aria aperta porta più sporco in casa.

Più tempo per sé e per la famiglia

La pulizia della casa è una priorità per molti italiani, con il 25% degli intervistati che dedica oltre sei ore settimanali alle faccende domestiche. In particolare, il 59% delle donne afferma di occuparsi da sola della pulizia.

L’introduzione dei robot aspirapolvere ha avuto un impatto positivo sulla gestione del tempo: il 37% degli utenti utilizza il tempo risparmiato per prendersi cura di sé, mentre il 32% lo dedica alla famiglia. Le donne, in particolare, apprezzano la possibilità di ritagliarsi momenti di relax grazie all’aiuto della tecnologia.

Il futuro della pulizia è automatizzato

Il 73% degli italiani crede che i robot aspirapolvere diventeranno uno standard entro dieci anni. Tra le innovazioni più attese ci sono una maggiore capacità di sanificazione (26%), un miglior adattamento agli ambienti domestici (25%) e un’automazione sempre più avanzata (25%).

Il costo d’acquisto è il vero ostacolo

Nonostante l’entusiasmo, alcuni ostacoli rallentano la diffusione di questi dispositivi. Il costo iniziale è il principale deterrente per il 43% degli italiani, anche se chi già possiede un robot è disposto a investire di più per un modello avanzato.

Altre preoccupazioni riguardano l’affidabilità (25%), l’autonomia delle batterie (24%) e la capacità dei robot di muoversi in spazi ingombri (79%). Inoltre, solo il 21% degli intervistati è pronto a delegare completamente la pulizia alla tecnologia, mentre il 56% preferisce un approccio graduale.

Cybersecurity: il mercato tocca 2,48 miliardi, ma le minacce crescono più velocemente

Il mercato italiano della cybersecurity nel 2024 cresce del 15%, raggiungendo il valore di 2,48 miliardi di euro. Nel 2025 si prevede un ulteriore aumento, con le organizzazioni che stanno cercando di rafforzare la propria cybersicurezza.

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, il 57% delle grandi organizzazioni considera la sicurezza informatica una priorità di investimento nel digitale, e il 60% ha intenzione di aumentare la spesa in cybersecurity nell’anno in corso.
Ma, sempre nel 2024, il 73% delle grandi imprese in Italia ha subito almeno un attacco informatico, e il nostro Paese risulta ancora all’ultimo posto tra i membri del G7 nel rapporto tra spesa in cybersecurity e PIL.

Un panorama in rapida evoluzione

Contestualmente all’aumento degli attacchi informatici, alimentati da tecnologie potenziate dall’AI, il panorama della cybersecurity in Italia e nel mondo è in rapida evoluzione.
Cresce il numero degli specialisti interni alle aziende dedicati alla cybersecurity, e oggi il 58% delle grandi imprese dispone di un Chief Information Security Officer (CISO), profilo sempre più business-oriented attento a identificare e gestire i rischi. Sussistono però diverse lacune nei processi di gestione del rischio cyber.

Mentre esplodono le minacce, non si diffonde infatti alla stessa velocità la capacità di gestirle, e si amplia il divario tra organizzazioni mature e non. Ancora poche imprese mostrano un approccio proattivo ai rischi cyber.

Cyber divide: una criticità silenziosa

“Il mercato della Cybersecurity in Italia continua a crescere – conferma Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio -. Nonostante questo segnale incoraggiante il ‘cyber divide’ tra organizzazioni mature e non è sempre più evidente, rappresentando una criticità silenziosa: la protezione rischia di rimanere un ‘privilegio’ per poche organizzazioni. È essenziale che le istituzioni locali e internazionali continuino a lavorare per abbattere le barriere che impediscono l’introduzione di tecnologie e competenze. Nonostante l’aumento degli investimenti, infatti, ancora oggi la cybersecurity viene vista in molte realtà come un’attività onerosa, e c’è il rischio che sia compromessa la capacità di resilienza e risposta alle minacce. Inoltre il progresso dell’AI generativa rischia di creare nuove vulnerabilità e un’ulteriore intensificazione degli attacchi”.

Aumentano gli incidenti, ma non la capacità di gestire i rischi

“Il panorama delle minacce informatiche si conferma allarmante: nel 2024 sono stati registrati 3.541 incidenti cyber gravi di dominio pubblico a livello globale, di cui circa il 10% in Italia, ma la capacità di gestire efficacemente i rischi cyber moderni non si sta diffondendo alla stessa velocità. Di certo, si evidenzia una crescente centralità della cybersecurity nelle priorità aziendali e istituzionali – afferma Gabriele Faggioli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Ma le persone con scarsa alfabetizzazione digitale potrebbero diventare sempre più vittime di disinformazione, frodi online e violazioni della privacy. La cybersecurity si appresta a diventare un pilastro della competitività economica e dell’equilibrio sociale e politico”.

Intelligenza artificiale: le sfide per i Governi nel 2025

È una delle sfide più significative dell’epoca, ma la capacità di rispondere in modo efficace alle potenzialità dell’AI dipenderà dalla cooperazione globale e dalla volontà politica. Le implicazioni dell’AI vanno ben oltre il mondo del lavoro, per questo lo sviluppo di regolamentazioni ne garantisce un uso etico e responsabile.
L’Unione Europea, ad esempio, ha introdotto l’AI Act, un quadro normativo che classifica le applicazioni in base al rischio, imponendo requisiti più stringenti per settori sensibili come Sanità e Finanza.

I governi mondiali stanno cercando di trovare un equilibrio tra innovazione, equità sociale e sicurezza, ma il percorso è ancora lungo. ONU e OCSE stanno lavorando per creare standard comuni per l’adozione dell’AI su scala globale, e nel 2024 il Forum Globale sull’AI ha riunito i leader per discutere sulla governance algoritmica e la giustizia sociale.

Regolamentazioni a difesa di dati, privacy e diritti

L’ approccio dell’AI Act europeo mira a bilanciare l’innovazione con la tutela dei diritti umani, inclusa la privacy e la non-discriminazione.
Negli Stati Uniti la ‘Blueprint for an AI Bill of Rights’ propone principi per proteggere i cittadini dall’uso improprio dell’AI, come l’uso discriminatorio negli algoritmi di assunzione. Cina e India, invece, stanno adottando modalità centralizzate di regolamentazione, puntando al controllo delle tecnologie e alla protezione dei dati dei cittadini.

D’altronde, l’automazione sta rimpiazzando mansioni ripetitive in settori come produzione, logistica e servizio clienti. E i governi investono in programmi di riqualificazione e formazione per aiutare i lavoratori ad adattarsi

Skills for the Future

In Germania sono stati stanziati fondi per il programma ‘Skills for the Future’, che fornisce corsi di formazione per le competenze digitali avanzate, in Giappone l’iniziativa ‘Society 5.0’ punta a integrare tecnologie avanzate nei settori economici e sociali, accompagnando la trasformazione con programmi educativi mirati. E in India il programma ‘Digital India’ mira a formare giovani e professionisti con l’obiettivo di creare una forza lavoro altamente qualificata.

Ma le implicazioni sociali dell’AI richiedono un ripensamento dei sistemi di welfare e delle tutele lavorative. I governi stanno considerando strumenti come il reddito universale e nuove normative per garantire la sicurezza economica dei lavoratori

Dal reddito universale ai supercomputer

Finlandia e Canada hanno sperimentato programmi pilota di reddito universale per valutare la possibilità di offrire un sostegno finanziario stabile a chi perde il lavoro a causa dell’automazione. E in Francia si ‘ritocca’ il diritto del lavoro per includere regolamentazioni sull’uso di algoritmi nelle decisioni di assunzione e licenziamento.

Ma oltre ai rischi, molti governi vedono l’AI come una leva per la crescita economica e la competitività internazionale.
Per questo stanno investendo in infrastrutture e progetti di ricerca, riporta AGI. Negli USA, il CHIPS and Science Act del 2022 continua a dedicare fondi alla ricerca e alla costruzione di supercomputer avanzati. In Cina massicci investimenti sono destinati a start-up tecnologiche e infrastrutture di calcolo, mentre i programmi europei Horizon Europe dedicano miliardi di euro allo sviluppo dell’AI sostenibile e inclusiva.

Perché i social media hanno ucciso la TV

Nel 2023 l’advertising online e sui social media ha superato gli investimenti in ambito pubblicitario televisivo. In Italia sono stati investiti 10,2 miliardi di euro nella pubblicità, di cui oltre il 48% del totale destinato al digital e il 35% alla TV (fonte: Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano).
“Su questi dati naturalmente ‘pesa’ la capacità delle tecnologie e delle piattaforme digitali di misurare con più precisione il famoso ROI (Return on investment) e raccogliere una grande quantità di dati utili, sono elementi che spiegano l’importante incremento verso investimenti digitali e social”, spiega Claudio Burchi, Executive Director di Pulse Advertising Italia.

Non è un caso che  29 milioni di italiani seguano almeno un influencer sui social, di cui circa il 50% orienta i propri acquisti in base ai consigli diffusi dai content creator. Insomma, i social network stanno diventando la nuova tv, perché si sono trasformati da network di persone a piattaforme di contenuti, show e rubriche che si ripetono proprio come nel palinsesto televisivo.

I “recommendation media” sono la nuova forma di televisione?

Soppiantato il contenuto freddamente pubblicitario, che lavora solo sull’awareness, oggi l’utente viene convinto ad acquistare con un video esplicativo, una narrazione, un accompagnamento nell’esperienza.

Secondo l’Osservatorio InSIdE, promosso da Pulse Advertising Italia, il 20% degli utenti intensivi di TikTok dichiara di aver preso in considerazione un prodotto Beauty perché raccontato da un creator, segue il 19% di prodotti Tech e il 13% di servizi di Entertainment.
In pratica, i cosidetti ‘recommendation media’ (Youtube, Meta e Tiktok) potrebbero essere paragonati alla nuova forma di televisione proprio per i contenuti che propongono, guidati dell’algoritmo che accompagna l’utente nella fruizione di un ‘palinsesto’ scelto sui suoi gusti.

La presenza della TV tradizionale con i suoi profili ufficiali

Se la tv via cavo resta fonte di informazione e intrattenimento solo per un pubblico ‘anziano’ l’utente più giovane, abituato a contenuti veloci, non segue un intero programma, ma guarda solo gli highlights diffusi quasi in tempo reale.

Da qui nasce il fenomeno chiamato Social TV, che riguarda tutte le interazioni scaturite dalla rete in seguito alla visione di una trasmissione o un evento televisivo.
Fenomeno cavalcato consapevolmente dalle stesse reti tv, che grazie alla presenza sui social con profili ufficiali, popolati da ‘minipillole’ dei momenti salienti della trasmissione, alimentano la notorietà di certi personaggi e del programma stesso.

“La fiducia verso il creator muove l’utente verso l’acquisto”

“I canali social permettono di comunicare in modo veloce e diretto, diminuendo la distanza tra utente e creator e canalizzano l’acquisto. Sui social la pubblicità funziona ed è misurabile – spiega Claudio Burchi, Executive Director di Pulse Advertising Italia -. La nostra analisi ha confermato che oggi i content creator sono un riferimento importante per i brand che investono sui social, il pubblico social premia coerenza e storytelling, e se si fida, compra. La fiducia verso il creator resta il punto chiave dell’interazione sui social e muove l’utente verso l’acquisto, con un importante incremento della percentuale degli intervistati che afferma di fidarsi dei consigli degli influencer che segue: dal 45% del 2023 al 50% di quest’anno”.

Rivoluzione Instagram: presto account su misura per i teenager

Con un limite di tempo all’utilizzo dell’app, restrizioni sui messaggi, e filtri per parole e frasi offensive, Instagram mette in campo una serie di nuove impostazioni per rendere il social un luogo più sicuro per i minorenni.
Proteggere gli adolescenti dalle insidie del web è la motivazione alla base dell’ultima novità di Meta in fatto di tutela dei minori. La società ha infatti annunciato l’introduzione su Instagram degli account specifici per i teenager, che prevedono maggior controllo da parte dei genitori.

“Gli account per teenager – spiega il gruppo – hanno impostazioni di protezione integrate che limitano chi può contattare gli adolescenti e i contenuti che possono visualizzare”.
Insomma, si tratta di “una nuova esperienza per gli adolescenti, guidata dai loro genitori”.

Più controllo dei genitori sulla vita online dei figli

Con chi parlano gli adolescenti sui social? Quanto tempo passano su Instagram? Quali contenuti guardano? Sono queste le domande che spesso si pongono i genitori, e che generano preoccupazione.
Le nuove impostazioni di Instagram vogliono rispondere proprio all’apprensione degli adulti in merito alla vita online dei loro figli. Così, entro gennaio 2025 gli account degli adolescenti di tutto il mondo cambieranno. I primi ad affrontare il cambiamento saranno i teenager di Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia, i cui account verranno automaticamente trasformati entro 60 giorni dall’annuncio.

In seguito, Meta passerà all’Unione Europea, intervenendo sugli account dei teeneger europei nei prossimi mesi di quest’anno.

Limitazioni automatiche per i profili degli under 16

Di fatto, una volta attivato l’account per adolescenti saranno impostate automaticamente determinate limitazioni per i ragazzi con meno di 16 anni, e solo i genitori potranno scegliere se modificarle per renderle meno rigide.

A cominciare dalla privacy degli account: i profili degli under 16 saranno ‘privati’ di default. I teenager dovranno accettare i nuovi follower, e solo chi li segue potrà vedere i loro contenuti e interagire con loro.
Lo stesso vale per i messaggi privati, che subiranno alcune limitazioni. I teenager potranno infatti ricevere messaggi soltanto da chi seguono o dalle persone con cui sono già in contatto.

Non più di un’ora al giorno e mai di notte

Anche le interazioni saranno limitate. I teenager potranno essere taggati e menzionati solo dalle persone che seguono. Inoltre, i commenti e le richieste di messaggi privati che contengano parole o frasi offensive verranno filtrati.

Non scamperanno alle nuove regole nemmeno le sezioni ‘Cerca’ e ‘Reels’. In questo caso, i teenager saranno automaticamente inseriti nelle impostazioni più restrittive del content control, quello che limita i contenuti sensibili.
Quanto al tempo concesso per l’uso dell’app, i ragazzi riceveranno una notifica con l’invito a uscire da Instagram dopo 60 minuti di utilizzo quotidiano. E sarà attivata la modalità di sospensione automatica fra le ore 22 e le 7, con la disattivazione delle notifiche e l’invio di risposte automatiche ai messaggi in ‘Direct’.

Intelligenza artificiale: qual è la valutazione del rischio di ChatGpt?

GPT-4o, l’ultima versione del chat bot dell’azienda californiana OpenAI, è stata lanciata pubblicamente nel mese di maggio di quest’anno. Prima del suo rilascio, OpenAI ha coinvolto un gruppo esterno di esperti di sicurezza, noti come red teamer, allo scopo di individuare eventuali vulnerabilità nel modello. Si tratta di una pratica abbastanza comune nel settore informatico, a maggior ragione per quanto riguarda l’Intelligenza artificiale.

Recentemente OpenAI ha pubblicato la sua scheda di sistema di GPT-4o, un documento che illustra le misure di sicurezza e le valutazioni dei rischi effettuate dall’azienda prima del rilascio del suo ultimo modello di Intelligenza artificiale. E i risultati collocano l’applicazione a un livello di rischio considerato “medio”.

Il livello complessivo di rischio è stato determinato tra quattro categorie principali

In pratica, gli esperti hanno esaminato rischi come la possibilità che GPT-4o potesse creare cloni non autorizzati della voce di qualcuno, contenuti erotici e violenti, o segmenti di audio protetto da copyright. Ora, i risultati di queste valutazioni sono stati resi pubblici. 

Secondo il quadro di valutazione di OpenAI, i ricercatori hanno classificato GPT-4o appunto come a “rischio medio”.
Il livello complessivo di rischio è stato determinato dal più alto grado di rischio tra quattro categorie principali, che comprendono sicurezza informatica, minacce biologiche, persuasione e autonomia del modello.

I testi potrebbero influenzare le opinioni dei lettori più efficacemente dei testi scritti da esseri umani

Tutte queste categorie sono state valutate a basso rischio, eccetto la persuasione, dove è stato riscontrato che alcuni campioni di testo prodotti da GPT-4o potevano influenzare le opinioni dei lettori più efficacemente dei testi scritti da esseri umani, anche se nel complesso i campioni del modello non erano più persuasivi.

Di fatto, riferisce Adnkronos, ci sono state molte richieste affinché OpenAI sia più trasparente, non solo riguardo ai dati di addestramento del modello, ma anche sui test di sicurezza.

Una proposta di legge per regolare i modelli di linguaggio di grandi dimensioni

In California, dove hanno sede OpenAI e molti altri laboratori che si occupano di Intelligenza artificiale, il senatore statale Scott Wiener sta cercando di far approvare una legge per regolare i modelli di linguaggio di grandi dimensioni, inclusi vincoli che renderebbero le aziende legalmente responsabili se la loro Intelligenza artificiale venisse utilizzata in modi dannosi.

Se la legge sarà approvata, i modelli di Intelligenza artificiale di OpenAI dovranno conformarsi alle valutazioni del rischio imposte dallo Stato prima di essere resi disponibili al pubblico.

Giovani e violenza di genere: diverse percezioni tra ragazze e ragazzi

Tra i giovani e le giovani sussistono profonde differenze nella percezione e nell’esperienza della violenza. I maschi manifestano una sensibilità meno sviluppata sul tema violenza di genere, mentre il 66% delle ragazze ha timore di vivere episodi di violenza o molestie.
Inoltre, per il 40% delle ragazze i social influenzano negativamente l’immagine della donna, e per oltre la metà favoriscono comportamenti offensivi.

Tra il campione maschile, solo 1 su 10 attribuisce ai social la responsabilità di una visione negativa della donna, e solo per 2 su 10 incoraggiano in parte atteggiamenti sessisti.
Emerge da un’indagine di Eumetra, condotta su un campione di ragazze e ragazzi tra 16 e 25 anni, realizzata per conto di Telefono Donna Italia.

Trap e social sotto accusa

Per il 40% delle ragazze, poi, anche i testi delle canzoni trap contribuiscono a veicolare un’immagine poco rispettosa delle donne. La pensa così solo 2 su 10 ragazzi. 
Ma la paura più diffusa tra le ragazze è quella di subire un’aggressione fisica (66%)-Più di 6 ragazze su 10 stanno al telefono con qualcuno tornando a casa, evitano i mezzi pubblici dopo una certa ora e prediligono abiti più ‘discreti’.

Sul tema della responsabilità di comportamenti sbagliati emergono grosse differenze tra i due sessi: per 3 ragazzi su 10 vestirsi ‘in un certo modo’ attira comportamenti offensivi, mentre 6 ragazze su 10 affermano di aver ricevuto atteggiamenti sgraditi a prescindere dall’abbigliamento.

Temere il proprio partner

Anche l’assunzione di alcol o droghe secondo i ragazzi è un fattore che aumenta il rischio di aggressioni, mentre per le ragazze uno stato di alterazione non può essere considerato causa né giustificazione di un’aggressione a sfondo sessuale.

I timori delle ragazze hanno ripercussioni anche nei rapporti con l’altro sesso: il 56% delle ragazze ha paura di un partner geloso (sentimento assente da parte dei ragazzi nei confronti delle ragazze) e quasi 3 su 10 hanno rinunciato a qualcosa, ad esempio, sul tipo di abbigliamento e la vita sociale, per ‘accontentare’ il partner.
Inoltre, a fronte di un’idea condivisa che le donne scelgano di tacere per timore di ritorsioni, circa la metà del campione maschile ritiene la donna colpevole se rimane con un uomo violento senza denunciare.

L’affettività si impara sul web 

La diversità di punti di vista tra ragazze e ragazzi trova conferma affrontando i temi dell’educazione affettiva e sessuale. Le ragazze sono più coinvolte e informate rispetto al tema dell’educazione affettiva, che consiste, secondo una loro definizione spontanea, nel ‘relazionarsi con rispetto alle persone e imparare a gestire i sentimenti’.

Le informazioni acquisite su questo tema derivano, in primo luogo, da internet ma, soprattutto tra le giovanissime e i ragazzi (16-17enni) è presente anche la figura di insegnanti e genitori.
Riguardo al tema dell’educazione sessuale gli adulti sono un canale informativo decisamente meno prioritario. Passaparola e internet/social la fanno da padroni. In particolare, la pornografia viene considerata un canale d’informazione da ben 4 ragazzi su 10 (solo 2 ragazze su 10).