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I giovani italiani vogliono espatriare, ma non solo per denaro

Voglia di espatriare? Si, ma solo per i giovani italiani residenti nelle città più ricche. Ne scrive sul Corriere della Sera Federico Fubini, che si chiede perché mai “tanti italiani colti, preparati, giovani e ambiziosi vogliano andarsene” proprio dalle regioni più benestanti d’Italia. “Difficile pensare – commenta Fubini – che siano solo migranti economici dei ceti schiacciati dalle forze tecnologiche e commerciali del secolo”. Gran parte di coloro che vanno all’estero vengono infatti dalle regioni più ricche. Delle 57 province con un tasso di emigrazione internazionale superiore alla media del Paese, 45 registrano infatti anche un tasso di occupazione più alto della media.

La fuga da culle di qualità della vita, ricchezza e produttività

In pratica, “si espatria da culle di qualità della vita, ricchezza e produttività come Mantova, Vicenza, Trieste, Varese, Como, Trento – aggiunge Fubini -. Fra le prime venti province per percentuale di abbandono del Paese, soltanto tre hanno meno occupati della media”.

Perché allora i giovani se ne vanno da città tanto civili? La risposta è che esiste una forte “correlazione fra le aree di origine di questi ragazzi e la mappa delle crisi dei distretti italiani”, spiega Fubini, come Macerata con le calzature, i mobili di Udine o Pordenone, l’industria orafa a Vicenza o Arezzo, e il tessile di Como. “Luoghi di antica ricchezza, ma alta intensità di defezioni verso il resto del mondo, ancor più che verso il resto del Paese”, si legge ancora nell’inchiesta.

Motivazioni culturali e psicologiche

La mappa dell’espatrio dice però che le motivazioni più profonde non sono solo economiche, ma anche culturali e psicologiche. “Le nuove generazioni istruite tendono a trovare il modello di piccola e media impresa italiana arretrato sul piano delle tecnologie, e inadeguato nella prima linea dei manager, riluttante a dar loro spazi di crescita rapida”, si sottolinea nell’articolo. Quindi, decidono che non vogliono più subire la lentezza, l’atrofia e la rigidità delle carriere. E se ne vanno.

C’è chi va e c’è chi viene

Ma se c’è chi va c’è anche chi viene. Sono i medici provenienti da tutto il mondo che da anni lavorano nei nostri ospedali. Come la ginecologa Mbiye Diku di Kinshasa, arrivata negli ’70 dal Congo. “Sono stati anni belli. Anni di alti e bassi. Quando sono arrivata – spiega Mbiye Diku – l’Italia era provinciale. Un posto chiuso. Ma con ingenuità e grazia. Poi ha cominciato ad aprirsi e modernizzarsi sul piano culturale e sociale. Quindi è arrivato il declino. Inesorabile, salvo qualche breve risalita. Ora la crisi è sotto gli occhi di tutti”.

Secondo la dottoressa “siamo tutti numeri, la qualità della prestazione non conta più, si lavora a cottimo, la solidarietà tra colleghi è sparita, anche per il troppo stress”. Per non parlare della cattiva gestione degli ospedali, il blocco delle assunzioni, la crescente insoddisfazione, riporta AGI. Segno delle condizioni di declino in cui versa il Paese.


Tecnologia, le difficoltà degli over 55

Nonostante il 71% degli over 55 italiani dichiari di avere ottime conoscenze informatiche, il 44% ammette di telefonare ai membri più giovani della famiglia per avere supporto informatico da remoto. Anche se più di cinque italiani su dieci, il 57% contro il 40% a livello globale, descrivono la tecnologia come qualcosa che li rende più emancipati o che li fa sentire più liberi, tra gli over 55 emerge quella che viene chiamata FOMO (Fear Of Missing Out), ovvero la paura di essere “tagliati fuori”. Ma a mettere maggiormente in crisi gli over 55 italiani nella loro relazione con la tecnologia è l’installazione di una soluzione di sicurezza informatica, la protezione del router e la rimozione di virus informatici.

“Mi potresti aggiustare Internet?”

Da un sondaggio di Kaspersky dal titolo “Mi potresti…” emerge che più di un terzo degli over 55 a livello globale, e il 29% in Italia, ha difficoltà ad affrontare le sfide tecnologiche quotidiane senza il supporto dei propri figli. Per questo motivo rivolgono ai membri più giovani della famiglia costanti richieste di aiuto, come “Mi potresti… aggiustare Internet?”, ” mi mostri come caricare un file sul cloud?”, o “potresti rendere sicura la mia app di online banking?”

Allo stesso tempo, più della metà (52%) degli intervistati a livello globale ammette di non intendersi di tecnologia. Un dato che scende significativamente per quanto riguarda i nostri connazionali. Solo due over 55 su dieci (29%) ammette di non avere dimestichezza con la tecnologia.

Il 17% corrompe i figli per ricevere il loro aiuto

Dall’indagine di Kaspersky, inoltre, un terzo (35%) degli over 55 a livello globale si trova a dover affrontare delle sfide tecnologiche quotidiane senza alcun sostegno. In Italia il dato scende al 29%. Il 44% degli italiani (41% a livello globale) interpella i propri figli o altri membri più giovani della famiglia per ricevere supporto informatico da remoto. A un sorprendente 26% dei nostri connazionali, invece, manca più il supporto tecnico dei propri figli che la loro presenza. A livello globale lo stesso dato si attesta al 18%. Con la speranza di ricevere aiuto dai membri più giovani della famiglia, il 17% degli over 55 italiani dichiara di averli addirittura “corrotti” per ricevere il loro aiuto (dato al 15% a livello globale).

“Accrescere la conoscenza per sentirsi più connessi”

Negli ultimi 12 mesi, riferisce Adnkronos, la maggior parte degli over 55 italiani ha ammesso di aver richiesto aiuto per proteggere un router, installare una soluzione di sicurezza informatica o rimuovere i virus informatici. Questo perché “Gli over 55 trovano opprimenti i progressi tecnologici e temono che questi ultimi possano essere un mezzo attraverso il quale essere raggirarti, esposti o presi di mira – spiega Kathleen Saxton, fondatrice di Psyched Global e psicoterapeuta -. Accrescere la propria conoscenza però può aiutare a subire un po’ meno la crisi esistenziale, e a sentirsi un po’ più connessi al nostro Bill Gates interiore”.


Entra in vigore il nuovo sistema internazionale per le unità di misura

Addio al chilo, l’ampere, la mole e il kelvin. Dal 20 maggio le vecchie unità misure hanno lasciato il posto a nuovi criteri di definizione. A stabilire le nuove regole di misura non sono più punti di riferimento fisici, come il Grand Kilo, ovvero il cilindro di platino-iridio riferimento del chilogrammo conservato a Parigi, ma leggi matematiche come le costanti dell’universo. Nessuna conseguenza, però, per chi va a fare la spesa. La bilancia continuerà a segnare il chilogrammo come sempre. Col tempo a trarre vantaggio da questo cambiamento saranno piuttosto le misure relative a quantità molto piccole. Potranno infatti guadagnare in precisione settori come l’industria elettronica, l’industria farmaceutica e le applicazioni delle nanotecnologie.

Il nuovo sistema è più democratico

“È una rivoluzione che non comporterà alcuno scossone: non dovremo ritarare le nostre bilance e tutti gli altri strumenti di misura”, osserva il presidente dell’Istituto Nazionale di Metrologia (Inrim), Diederik Wiersma. Le unità del Sistema Internazionale di misura oggi sono riferite a una costante fondamentale, ovvero sono basate su un numero che si trova ovunque. “Una differenza enorme rispetto al passato, soprattutto per il chilo, che era ancora un campione materiale conservato in una cassaforte”, spiega Maria Luisa Rastello, direttrice scientifica dell’Inrim. Inoltre il nuovo sistema è molto più democratico, perché i valori di riferimento sono a disposizione di tutti.

Dal 1960 erano stati abbandonati quasi tutti i riferimenti fisici, tranne il kg

Si paga però un piccolo prezzo: per il chilogrammo, ad esempio, ora “c’è una piccola aggiunta di incertezza – continua Rastello – una variazione inferiore al peso di un’ala di una farfalla, e ben al di sotto del livello percepibile da chi compra un chilo di pasta”.

Il nuovo Sistema Internazionale delle misure era stato approvato il 16 novembre 2018 dalla 26a Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure (Cgpm), in cui l’Italia, con l’Inrim, ha avuto un ruolo importante. Il nuovo sistema, riferisce Ansa, sostituisce quello noto dal 1960, nel quale erano stati gradualmente abbandonati quasi tutti i riferimenti fisici, a eccezione del chilogrammo.

Costante di Planck, carica dell’elettrone, costante di Boltzmann e numero di Avogadro

Nel 1967 la prima unità di misura a essere definita sulla base di una costante, è stato il secondo, tramite la transizione dell’atomo di cesio. Nel 1979 è stata la volta della candela, definita in base al coefficiente di visibilità, e nel 1983 il metro ha abbandonato la vecchia barra di platino-iridio, e in seguito la lunghezza d’onda del krypton, per essere definito sulla base della velocità della luce. Mancavano all’appello chilogrammo, ampere, kelvin e mole, che da oggi sono definiti rispettivamente con la costante di Planck, la carica dell’elettrone, la costante di Boltzmann per il kelvin, e il numero di Avogadro per la mole.


La diversity nell’IT: il 30% delle donne frenato dal divario di genere in azienda

In Italia il 30% delle donne è stato frenato dal divario di genere percepito all’interno delle aziende del settore IT, rispetto al 23,4% degli uomini. E il 47,8% dei professionisti italiani del settore riferisce di lavorare in un team composto per la maggior parte da uomini, mentre solo il 7,4% dichiara di far parte di un team prevalentemente al femminile.

Si tratta dei risultati di una ricerca dedicata alla diversity in ambito IT condotta da Kaspersky Lab in occasione dell’International Women’s Day 2019.

La ricerca ha coinvolto 5000 professionisti del mondo dell’Information Technology in Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna. In particolare, 500 uomini e 500 donne per ogni paese considerato.

Il 24,8% delle professioniste è riluttante a intraprendere una carriera nel settore

Dalla ricerca emerge inoltre che quasi il 60% delle professioniste italiane del settore IT dichiara di essere meno incline a lavorare per un’azienda in cui ci sia un chiaro squilibrio di genere. Una percentuale più alta rispetto a quella europea (52,7%), mentre la percentuale di uomini arriva al 40%.

Circa un quarto delle donne italiane (24,8%), inoltre, dichiara che la mancanza di professioniste nel settore le rese inizialmente riluttanti nell’intraprendere una carriera nel mondo della tecnologia, riporta Adnkronos.

Il mansplaining in azienda

Un quarto (25,4%) delle donne italiane con ruoli decisionali conferma poi di aver assistito a casi di mansplaining in ambito lavorativo. Si tratta dell’atteggiamento paternalistico da parte di un uomo nello spiegare qualcosa a una donna con il tono di chi parla a una persona che non capisce. Inoltre, quasi 4 donne su 10 (39,8%) pensano di avere maggiori opportunità in ambienti i cui c’è una presenza equilibrata tra uomini e donne, o dove ci sono più donne al lavoro. E circa il 40% delle donne con ruoli decisionali ritiene che il governo e le università debbano implementare un sistema di incentivi per contribuire ad aumentare i profili al femminile nel settore tecnologico.

Un ambito stimolante e collaborativo per donne e uomini

In ogni caso, sia gli uomini che le donne affermano che l’IT sia un ambito stimolante e collaborativo, e solo meno di un quinto lo ha definito come “stressante”. Un elemento che in Europa rappresenta un vantaggio importante per la scelta di un lavoro nel settore IT è la retribuzione. In Italia la retribuzione è al terzo posto per gli uomini (40,2%) e al quinto per le donne (35%). Tra i principali vantaggi evidenziati dalle donne italiane la possibilità di mettere in pratica le proprie abilità nel problem solving (44,4%) e la possibilità di lavorare con orari flessibili, anche in smart working (40%).


La pizza crea dipendenza

La pizza piace così tanto al punto da creare una sorta di dipendenza. Cnn Health ha dedicato alla pizza un approfondimento online, basato sui risultati di uno studio proprio sul fatto che la pizza risulta il cibo numero uno tra quelli che creano un sintomo associabile alla dipendenza.

Ma perché questa specialità di cui l’Italia vanta l’origine piace così tanto, ed è apprezzata in ogni parte del mondo? Una domanda semplice, con risposte complesse. Gli ingredienti hanno senza dubbio un ruolo cruciale, così come lo ha l’esperienza a cui associamo il suo consumo, lo stare in famiglia o passare una serata tra amici.

“Una scelta di ingredienti che rendono il cervello felice”

“Sono affascinata dal fatto che le persone mangino quasi ogni tipo di pizza, non necessariamente la migliore”, sostiene Gail Vance Civille, fondatrice e presidente di Sensory Spectrum, società di consulenza che aiuta le aziende, comprese le pizzerie, a capire come gli stimoli sensoriali guidano le percezioni dei consumatori. Secondo Civille, uno dei motivi è il fatto che “la scelta superba di ingredienti, che contengono grassi, zucchero e sale, soddisfa l’amigdala, un’area cerebrale, e rende il cervello molto felice”.

La combinazione perfetta: pasta, mozzarella e pomodoro

Civille evidenzia anche l’importanza della buona combinazione ottenuta tra la base della pizza e la mozzarella (ma secondo Civille funziona anche con il parmigiano), che costituisce un abbinamento complementare di ingredienti. Poi c’è il pomodoro cotto, il cui carattere fruttato completa e integra il sapore del formaggio.

“Hai la croccantezza della crosta, la masticabilità del formaggio e l’umidità del sugo”, prosegue Civille. Se cucinati bene nessuno si sovrappone all’altro, e il tutto si fonde in modo armonioso.

“Se ne hai una in forno, avrà un buon profumo e ti farà venire fame”

Herbert Stone, analista sensoriale da 50 anni, sottolinea che “non importa quale sia lo stile della pizza: se ne hai una in forno, avrà un buon profumo e ti farà venire fame”.

Stone, riporta Ansa, sottolinea anche l’importanza dei colori. I colori della pizza giocano infatti un ruolo rilevante nella capacità di far venire l’acquolina in bocca. Il colore della salsa più attraente? Dal punto di vista di chi ha appetito, è un rosso molto profondo.

Ma la sinfonia di ingredienti, secondo Stone, rende al meglio soprattutto se associamo la pizza a quella che negli Usa viene chiamato pizza experience. Ovvero, una serata tra amici, o con i nostri cari, davanti a un film o a una partita in Tv.


In aeroporto la macchina della verità atterra al check-in

Il problema della sicurezza e soprattuto della reale identità dei viaggiatori potrebbe essere arginato dall’intelligenza artificiale. Arriveranno quindi in aeroporto delle macchina intelligenti capaci di controllare i passeggeri così da essere sicuri della loro identità e delle loro intenzioni? Potrebbe essere.

Un progetto per scoprire chi “mente”

Esiste infatti un progetto che prevede di installare negli scali aeroportuali una macchina dotata di intelligenza artificiale che interrogherà i viaggiatori in arrivo da nazioni extraeuropee, chiedendo loro di confermare nome, età e data di nascita e ponendo domande sulla ragione del viaggio e sulla provenienza dei fondi per effettuarlo. Un monitor apposito scansionerà il loro volto per stabilire se stanno dicendo bugie o meno e, se riterrà di trovarsi di fronte a un mentitore, lo incalzerà assumendo un tono della voce “più scettico”, ha spiegato Keeley Crockett della Machester Metropolitan University, ateneo inglese coinvolto nel progetto. Dopodiché il software segnalerà il sospetto al personale umano che deciderà come comportarsi.

La reazione delle associazioni per la tutela della privacy

Per Privacy International è “un’idea terribile. “È parte di una più vasta tendenza verso l’utilizzo di sistemi automatici opachi, e spesso inefficienti, per giudicare, valutare e classificare le persone”, ha dichiarato alla Cnn Frederike Kaltheuner di Privacy International, che ha definito il test “un’idea terribile”. “Le macchine della verità tradizionali hanno una storia problematica di incriminazioni di innocenti e non c’è alcuna prova che l’intelligenza artificiale risolverà il problema, soprattutto uno strumento che è stato utilizzato su appena 32 persone”, ha proseguito, “anche tassi di errore apparentemente piccoli porteranno migliaia di persone a dover provare di essere innocenti solo perché un qualche software li ha ritenuti bugiardi”. Il commento di Crockett: “Non credo si possa avere un sistema accurato al 100%”.

Obiettivo: velocizzare i controlli ai check-in

Il progetto da 4,5 milioni di euro, denominato iBorderCtrl che ha lo scopo di velocizzare i controlli ai check-in è ritenuto più avanzato rispetto a precedenti sistemi di riconoscimento facciale che avevano dimostrato di avere un tasso di errore molto elevato sulle donne e sulle persone di colore. Testato finora su 32 persone, il sistema ha totalizzato un 85% di risultati positivi. I dati raccolti “andranno oltre i parametri biometrici e toccheranno i biomarcatori dell’inganno”, ha promesso il coordinatore del progetto, George Boultadakis della società lussemburghese European Dynamics. Per ora il software verrà sperimentato solo su passeggeri che lo accetteranno e firmeranno una liberatoria. Poi, chissà.


Italiani e file d’attesa: il rispetto della coda non appartiene al Belpaese

Una ricerca di TripAdvisor, il sito per la pianificazione e la prenotazione dei viaggi, ha messo in luce i diversi atteggiamenti delle persone in coda per visitare un’attrazione luoghi storici e siti d’interesse, in funzione di età, sesso e provenienza. Per scattare una fotografia il più possibile realistica, il portale ha intervistato 6.000 persone tra cui 1.000 viaggiatori italiani per scoprire come varia l’atteggiamento delle persone in fila d’attesa.

La coda, che stress

“Attendere in coda può essere molto stressante soprattutto quando l’attesa è aggravata dalla durata prolungata causata dai picchi turistici dell’alta stagione e dal caldo estivo. “Evitare le file è più semplice di quanto possa sembrare: basta prenotare online in anticipo e il gioco è fatto” afferma Valentina Quattro, portavoce di TripAdvisor per l’Italia. Ma il report di Phocuswright “Global Travel Activities Marketplace 2014-2020” dice altro: l’80% delle prenotazioni di attrazioni avvengono offline dimostrando che nonostante la gente non ami le code non si muove in anticipo per evitarle prenotando biglietti salta-fila su siti specializzati.

Spagnoli, italiani e francesi meno pazienti rispetto ad altri

Anche se non occupa l’ultimo gradino del podio, l’Italia si guadagna la seconda posizione nella classifica dei viaggiatori più inclini a saltare la coda (40,2%) alle spalle della Spagna, prima con il 55,7% e a breve distanza dalla Francia che si posiziona terza con il 39,8%. I più ligi al dovere risultano essere gli inglesi: solo il 27,4% ha trasgredito alle regole della fila.

Uomini e giovani i campioni di salta la coda

Per quanto riguarda le performance (in negativo) degli italiani, sono 2 su 5 i nostri connazionali che, almeno una volta nella vita, hanno tentato di fare i furbi e guadagnare terreno senza rispettare la fila. Gli uomini sono tendenzialmente più portati a saltare le code rispetto alle donne: il 44% dei rispondenti di sesso maschile ha provato a superare le persone in fila almeno una volta nella vita mentre per le ragazze la percentuale si ferma al 37%. Ancora, i più maturi (di età) sono più educati rispetto ai giovani: il proprio turno viene rispettato dall’86% di chi ha oltre i 55 anni, dal 68% tra i 45-54 anni, dal 57% tra i 35-44 anni  e dal 46% tra le persone fra i 25-34 anni.

Le tecniche adottate

Le tre tecniche più adottate dai viaggiatori italiani per “vincere sul tempo” sono: se c’è spazio fra le persone in fila, agire come se la distanza fosse la fine della coda e unirsi alla fila (35% dei rispondenti); iniziare una conversazione con qualcuno con un buon posto in fila (33% dei rispondenti); mettersi all’inizio della coda con la scusa di fare una domanda al personale (31% dei rispondenti).


Aprile 2018, record di occupati. E l’inflazione torna a salire

Si torna a vedere rosa nel mercato del lavoro. L’Istat ha infatti diffuso i dati relativi al mese di aprile  2018, che fanno decisamente ben sperare:  il numero degli occupati ha raggiunto il record storico di 23 milioni e 200 mila, superando il picco toccato nell’aprile 2008 quando il numero degli occupati è stato pari a 23 milioni e 177 mila.

Dati positivi, ma l’Italia non è un paese per giovani

I numeri sono positivi, ma non si può dire altrettanto per il mercato del lavoro dei giovani. Perché se il tasso di disoccupazione complessivo si ferma all’11,2%, esattamente come il mese precedente, quello giovanile aumenta di 0,6 punti percentuali al 33,1%. Sempre ad aprile la stima degli occupati continua a mostrare una tendenza alla crescita (+0,3% rispetto a marzo, pari a +64 mila). Il tasso di occupazione si attesta al 58,4% (+0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente).

Bene soprattutto  per le donne

Le ultime rilevazioni sono ottimistiche specie sul fronte femminile. L’aumento maggiore degli occupati ad aprile riguarda infatti le donne (+52 mila) e le persone di 35 anni o più (+77 mila). In generale, la crescita congiunturale riguarda tutte le classi di età, fatta eccezione appunto per quella dei più giovani, tra i 25 e i 32 anni. Ripresa pure per gli indipendenti (+60 mila) e per i dipendenti a termine (+41 mila). Nel trimestre febbraio-aprile 2018 l’Istat prevede una crescita degli occupati dello 0,3% rispetto al trimestre precedente (+67 mila). Su base annua, gli occupati sono cresciuti di 215mila unità, pari allo 0,9% in più. A beneficiare di questo trend sono soprattutto gli occupati ultracinquantenni, +3298mila.

Ma l’inflazione torna a salire

Insieme alle buone notizie in merito all’occupazione, arriva sempre dall’Istat la segnalazione di un’inflazione in salita. In base alle stime preliminari l’Istituto di Statistica segnala che “Nel mese di maggio l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,4% su base mensile e dell’1,1% su base annua (in significativa accelerazione rispetto al +0,5% di aprile)”, come riporta l’AdnKronos. “La marcata ripresa dell’inflazione – precisa l’Istat  – si deve prevalentemente ai prezzi dei Beni alimentari non lavorati, la cui crescita tendenziale passa da +0,7% di aprile a +2,4%, e dei Beni energetici non regolamentati (da +2,7% a +5,3%). A questi fattori si aggiunge l’inversione di tendenza della dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da -0,7% a +1,7%); contribuiscono poi, seppur in misura minore, i prezzi dei Tabacchi (da +2,8% a +3,4%) e quelli dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +1,0% a +1,4%)”.


Nuovo Governo, subito la “mina” fiscale: 60 miliardi di tasse in più?

La nuova legislatura potrebbe aprirsi con un “regalo” di 60 miliardi di tasse in più a carico dei contribuenti e delle imprese. Nei prossimi te anni, infatti, ci arriverà una stangata di 30 miliardi in più di tasse che corrispondono all’aumento dell’Iva fino al 25% nel 2019-2020. E altri 30 miliardi saranno prelevati dalle tasche dei contribuenti grazie a una lunga lista di misure contenute nell’ultima Legge di Bilancio.

I conti effettuati dal Centro studi di Unimpresa

Lo scenario, decisamente preoccupante, è stato tracciato dal Centro studi di Uninpresa. “Si tratta di trappole fiscali” afferma l’associazione, che faranno lievitare il gettito dello Stato”. Nella manovra approvata a fine 2017 – riporta AdnKronos – sono contenute ben 27 voci, in qualche modo nascoste o comunque poco note, che portano complessivamente a far lievitare le entrate nelle casse dello Stato per complessivi 29,6 miliardi nel triennio 2018-2020. In totale, dunque, i contribuenti italiani, imprese e famiglie, dovranno pagare all’erario 60 miliardi in più.

“Cittadini e imprese, spremuti all’inverosimile, si preparano ad aprire il portafogli per sostenere i conti pubblici”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “I contribuenti vengono chiamati a coprire i fallimenti dei governi che non sono riusciti a tagliare gli sprechi nel bilancio pubblico – aggiunge Pucci – e zavorrano i conti dello Stato; la Spending Review è stata una clamorosa barzelletta”.

Mancati aumenti, non tagli. E adesso tocca trovare i fondi

In base al rapporto di Unimpresa “Il ragionamento trae fondamento dalle misure contenute nel provvedimento sui conti pubblici”, che ha stabilito il rinvio dell’aumento dell’imposta sul valore aggiunto al 2019 e ha evitato, così, un incremento del carico fiscale a carico di famiglie e imprese, per il 2018, pari a 15,7 miliardi. Ma si tratta di mancati aumenti tributari e non di tagli. E comunque la stretta fiscale è solo rinviata: secondo i calcoli dell’associazione, nel 2019-2020 l’aumento delle aliquote Iva (quella ordinaria dal 22 al 25% e quella agevolata dal 10 all’11,5%) comporterà complessivamente un aumento del gettito tributario superiore a 30 miliardi di euro. Nel 2019, l’incremento sarà di 11,4 miliardi e nel 2020 di 19,1 miliardi per un totale di 30,5 miliardi. E poi ci sono le 27 trappole fiscali, grazie alle quali lo Stato incasserà 29,6 miliardi aggiuntivi, cifra che porta il totale della stangata a 60,1 miliardi.

In base ai calcoli dell’associazione, quest’anno il gettito tributario complessivo salirà di 11,7 miliardi, nel 2019 crescerà di 9,5 miliardi e nel 2020 aumenterà di 8,3 miliardi.