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Italiani “in colonna” nel traffico per 38 ore all’anno

Gli automobilisti italiani rimangano incolonnati nel traffico stradale un numero di ore equivalente a una settimana di lavoro. Ogni anno infatti si perdono in coda in media 38 ore, uno dei dati più elevati d’Europa. Lo sottolinea la Cgia di Mestre: nell’Europa a 27 questo record viene battuto solo da Malta e Belgio, a fronte di una media poco superiore alle 30,4 ore. A pagare il conto sono sicuramente i pendolari, che utilizzano l’auto per spostarsi da casa verso l’ufficio o la fabbrica e viceversa, e coloro che per lavoro devono guidare per buona parte della giornata un mezzo di trasporto. È il caso dei camionisti, dei padroncini, dei taxisti, degli autonoleggiatori, degli agenti di commercio e di tantissimi artigiani che per compiere gli interventi richiesti devono muoversi col proprio furgoncino per raggiungere le sedi o le abitazioni dei clienti.

Colpa della scarsità dei mezzi pubblici nelle aree urbane e del deficit infrastrutturale

Secondo la Cgia, riporta Agi, le cause sono principalmente l’insufficienza del numero di mezzi pubblici presenti nelle aree urbane (bus, tram, metro, treni, etc.), che costringe tanti pendolari a usare i mezzi privati, e il deficit infrastrutturale che caratterizza il nostro Paese. I risultati che emergono dai confronti tra l’Italia e i principali Paesi europei “sono impietosi – sostiene la Cgia – e ci invitano a intervenire in tempi brevissimi”.

Una rete ferroviaria e una intensità autostradale al di sotto della media europea

Nel 2017, ad esempio, l’Italia disponeva di 27,8 km di rete ferroviaria per 100mila abitanti, al di sotto della media Ue (42,5 km), mentre, per la sola rete a binario doppio elettrificato, il valore di 12,6 km per 100 mila abitanti era leggermente inferiore alla media europea (14,7 km). Sempre nel 2017, l’Italia presentava una bassa intensità autostradale in rapporto alle autovetture circolanti (1,8 km per 10 mila autovetture), un dato molto inferiore ai valori registrati in Spagna, Francia e Germania (tra 2,8 e 6,8 Km per 10 mila autovetture nel 2016).

Il deficit di competitività del sistema logistico-infrastrutturale costa 40 miliardi di euro all’anno

“Secondo i dati diffusi dal Ministero dei Trasporti – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – il deficit di competitività del nostro sistema logistico-infrastrutturale costa ai cittadini e alle imprese del nostro Paese 40 miliardi di euro all’anno. Anche per questa ragione è necessario che il Governo, a seguito della grave recessione economica in atto, avvii quanto prima il piano delle infrastrutture e dei trasporti che permetta di ammodernare il Paese, di renderlo più competitivo e, soprattutto, di imprimere una forte scossa positiva alla domanda interna”. 


L’inquinamento acustico colpisce un cittadino europeo su 5

Nel Vecchio Continente l’aumento del traffico stradale e dell’urbanizzazione hanno aumentato il numero delle persone esposte a livelli di rumore elevati, e sono circa 113 milioni gli europei colpiti dal rumore a lungo termine dovuto al traffico urbano. In pratica, un cittadino europeo su cinque è soggetto all’inquinamento acustico. È quanto rileva l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) nel rapporto Rumore ambientale in Europa – 2020, secondo il quale tra il 2012 e il 2017 il numero di persone esposte a livelli di rumore elevati è rimasto sostanzialmente stabile. Il che significa che probabilmente l’Europa non avrebbe ridotto l’inquinamento acustico nel 2020 ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Il traffico stradale è la prima fonte di inquinamento acustico

L’Oms raccomanda infatti di non superare la soglia di valori medi di 55 dBA (decibel ponderati) nel periodo diurno e 45 dBA in quello notturno. Come spiega l’Aea, però, oltre la metà dei cittadini europei è esposto a soglie di 55 dB o più, che a lungo termine provoca effetti negativi sulla salute. Nel rapporto dell’Aea il traffico stradale, oltre a essere una fonte primaria di inquinamento atmosferico, viene citato come la principale fonte di inquinamento acustico nelle grandi città europee, seguito da quello ferroviario, aeronautico e industriale. In particolare, il rumore ferroviario ha colpito circa 22 milioni di persone, mentre 4 milioni di persone sono state esposte a livelli elevati di rumore degli aerei, riferisce Adnkronos.

Circa 12.000 morti premature sono collegate al rumore ambientale

L’Agenzia stima che l’esposizione a lungo termine al rumore ambientale sia collegato ogni anno in Europa a circa 12.000 morti premature, e contribuisca a 48.000 nuovi casi di cardiopatia ischemica. Si stima inoltre che 22 milioni di persone soffrano di fastidio cronico, e 6,5 milioni di disturbi cronici del sonno. Inoltre, i bambini esposti a rumore elevato a scuola possono sperimentare una scarsa capacità di lettura. Oltre a colpire gli esseri umani, riporta Rinnovabili.it, l’inquinamento acustico rappresenta  una minaccia crescente anche per la fauna selvatica, compromettendone l’attività riproduttiva e aumentando la mortalità degli animali, spesso costretti a fuggire dal proprio habitat in cerca di zone più tranquille.

Le misure suggerite per ridurre i livelli di rumore nelle città

Secondo l’Agenzia le misure per ridurre i livelli di rumore nelle città includono la manutenzione di vecchie strade, una migliore gestione dei flussi di traffico e la riduzione dei limiti di velocità a 30 chilometri all’ora. Alcuni Paesi avrebbero già adottato queste misure utili a ridurre l’inquinamento acustico, e in aggiunta si registrano anche misure volte a sensibilizzare i cittadini verso l’uso di mezzi di trasporto meno rumorosi, come la bicicletta,  o i monopattini elettrici. Gioca un ruolo importante anche la creazione di nuove aree tranquille, come parchi e spazi verdi, dove le persone possano rifugiarsi dal caos urbano.

Il primo passo però, evidenzia ancora il rapporto, è quello di migliorare la comunicazione e la raccolta di dati. Successivamente, si potranno studiare e impiegare nuove soluzioni per quanto riguarda il trasporto urbano e la gestione del traffico veicolare.


Waste Watcher, la dieta mediterranea antispreco seguita da 6 italiani su 10

Il 16 novembre scorso la dieta mediterranea è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco. Si tratta di un riconoscimento a un regime alimentare che per il 64% degli italiani si rivela un prezioso alleato, oltre che della salute, anche nella prevenzione e nella riduzione dello spreco alimentare. E i dati dell’Osservatorio Waste Watcher 2019 di Last Minute Market/Swg poi lo dimostrano: la dieta mediterranea si conferma saldamente patrimonio nazionale. Tanto che 1 italiano su 3, il 33%, dichiara di praticarla nel quotidiano, e 1 italiano su 2, il 52%, la pratica almeno “parzialmente”. In totale, si tratta di un 85% di cittadini che sanno cosa significhi mangiare mediterraneo e improntano, del tutto o in parte, l’alimentazione ai parametri di questa dieta.

Il riconoscimento Unesco di Patrimonio Immateriale dell’Umanità

Ma cosa si intende, esattamente, per dieta mediterranea? “La complessità di sfumature e significati esplicitati dall’Unesco in relazione alla dieta mediterranea sembrano accessibili agli italiani – osserva l’agroeconomista Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market e della campagna Spreco Zero -. Se 1 italiano su 2 (53%) la definisce un ‘regime alimentare’, il 41% riconosce molteplici valenze come le ‘tradizioni alimentari legate ai popoli mediterranei che si affacciano sul Mediterraneo’ (19%), uno stile di vita che include la convivialità e l’attività fisica (17%), un insieme di valori insiti nel riconoscimento Unesco di Patrimonio Immateriale dell’Umanità (5%)”.

Il 39% dei cittadini ha aumentato il consumo di verdura e legumi

“Aspetto decisamente rilevante per il monitoraggio sull’evoluzione delle abitudini alimentari degli italiani – commenta Segrè – è quello legato alle scelte nutrizionali: i dati Waste Watcher evidenziano che 1 italiano su 3 (29%) ha ridotto il consumo di carne, mentre il 39% dei cittadini ha aumentato il consumo di verdura e legumi o abbracciato le regole del regime nutrizionale mediterraneo”.

“Il modello agro-nutrizionale mediterraneo ha un impatto ambientale assai ridotto”

Ma la dieta mediterranea si dimostra anche un prezioso alleato nella prevenzione e nella riduzione dello spreco alimentare secondo il 64% degli italiani, mentre aiuta a ridurre del tutto gli sprechi per il 26%, e secondo il 38% dei cittadini lo riduce parzialmente, riporta Adnkronos.

“Del resto – aggiunge Segrè – i nostri studi dimostrano che il modello agro-nutrizionale mediterraneo ha un impatto ambientale assai ridotto: il consumo di acqua è pari a 1.700 metri cubi pro capite rispetto ai 2.700 del modello anglosassone, il che dimostra la sostenibilità della dieta mediterranea, sia dal punto vista della produzione che del consumo”.


Italia, cresce l’uso dei pagamenti elettronici

Anche se il nostro Paese continua a essere una sorta di “cenerentola” europea in merito all’utilizzo di pagamenti digitali, questa tipologia di pagamento sta registrando segnali di decisa crescita. “Nel 2018, in Italia, il numero di pagamenti al dettaglio effettuati con strumenti diversi dal contante è cresciuto del 6.8%, in accelerazione rispetto al tasso di crescita registrato nell’anno precedente” riporta la 17a edizione dell’Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments curato da Assofin, Nomisma e Ipsos, con il contributo di CRIF. A tale dinamica corrisponde un aumento dei volumi complessivi del +4.7%.

Carte di credito e carte di debito in crescita

Lo studio evidenzia che nel 2018 il numero di carte di credito attive in circolazione in Italia è pari a circa 15 milioni di unità contro i 56.3 milioni di carte di debito. La maggior parte delle carte in circolazione è di tipo familiare o personale e solo l’8.2% aziendale. Considerando il numero di transazioni effettuate con carte di credito si nota un percorso di crescita che arriva a superare un milione di unità nel 2018, anno in cui si è registrato il record degli importi transati i quali hanno superato gli 80 miliardi di euro. “Il valore medio delle transazioni effettuate con tale tipologia di carta è leggermente diminuito a conferma di un utilizzo più diffuso anche per acquisti di medio-basso valore” precisa il report. per quanto riguarda le carte di debito, nel periodo 2017/2018 si è visto un aumento del 5% degli importi complessivi delle transazioni. In termini di numero medio di transazioni annue su POS con carta di debito, nel 2018 vi è stato un aumento di due unità rispetto al 2017 (38 contro 36).

Maturo il comparto delle carte prepagate

L’Osservatorio sottolinea che il mercato delle carte prepagate presenta invece “segnali di maturità”. Nel corso del 2018 è stata registrata una lieve riduzione del numero di carte accompagnata però da una crescita significativa del numero di operazioni. Con un aumento del 26.5% delle transazioni effettuate, la carta prepagata si conferma uno strumento di ampia diffusione e utilità per il consumatore.

Il mercato delle carte con funzione rateale

A fine 2018 le carte con funzione rateale in circolazione ammontano a 9.2 milioni, pari a circa un terzo del totale delle carte di credito di sistema. L’aggregato fa riferimento per circa l’80% a carte opzione, che lasciano al titolare la scelta tra la modalità di rimborso a saldo e quella rateale, e per il restante 20% alle carte rateali “pure”, tra le quali quelle finalizzate alla rateizzazione del premio assicurativo. Nel 2018 e nel primo semestre del 2019 è proseguita la crescita dei volumi delle carte opzione/rateali, sebbene a ritmi più contenuti rispetto agli anni precedenti.

Pagamenti sempre più fluidi e digital

La ricerca condotta tra i principali operatori bancari e finanziari sottolinea che gli investimenti si orientano verso nuove tecnologie per rendere i pagamenti sempre più fluidi e digital. Molti operatori hanno dichiarato di essere impegnati nella proposta di soluzioni di mobile payments, instant payments e/o mobile wallets, ad oggi tuttavia ancora poco utilizzati. Attualmente, infatti, lo strumento maggiormente apprezzato dai clienti risulta essere la carta contactless. Le strategie di offerta risultano focalizzate sul mantenimento della relazione privilegiata con il cliente, al fine di evitare il rischio di disintermediazione. In tema di innovazioni tecnologiche, nel comparto finanziario la fenomenologia digital che mostra i tassi di crescita più interessanti sono le App per l’instant payment.


I giovani italiani vogliono espatriare, ma non solo per denaro

Voglia di espatriare? Si, ma solo per i giovani italiani residenti nelle città più ricche. Ne scrive sul Corriere della Sera Federico Fubini, che si chiede perché mai “tanti italiani colti, preparati, giovani e ambiziosi vogliano andarsene” proprio dalle regioni più benestanti d’Italia. “Difficile pensare – commenta Fubini – che siano solo migranti economici dei ceti schiacciati dalle forze tecnologiche e commerciali del secolo”. Gran parte di coloro che vanno all’estero vengono infatti dalle regioni più ricche. Delle 57 province con un tasso di emigrazione internazionale superiore alla media del Paese, 45 registrano infatti anche un tasso di occupazione più alto della media.

La fuga da culle di qualità della vita, ricchezza e produttività

In pratica, “si espatria da culle di qualità della vita, ricchezza e produttività come Mantova, Vicenza, Trieste, Varese, Como, Trento – aggiunge Fubini -. Fra le prime venti province per percentuale di abbandono del Paese, soltanto tre hanno meno occupati della media”.

Perché allora i giovani se ne vanno da città tanto civili? La risposta è che esiste una forte “correlazione fra le aree di origine di questi ragazzi e la mappa delle crisi dei distretti italiani”, spiega Fubini, come Macerata con le calzature, i mobili di Udine o Pordenone, l’industria orafa a Vicenza o Arezzo, e il tessile di Como. “Luoghi di antica ricchezza, ma alta intensità di defezioni verso il resto del mondo, ancor più che verso il resto del Paese”, si legge ancora nell’inchiesta.

Motivazioni culturali e psicologiche

La mappa dell’espatrio dice però che le motivazioni più profonde non sono solo economiche, ma anche culturali e psicologiche. “Le nuove generazioni istruite tendono a trovare il modello di piccola e media impresa italiana arretrato sul piano delle tecnologie, e inadeguato nella prima linea dei manager, riluttante a dar loro spazi di crescita rapida”, si sottolinea nell’articolo. Quindi, decidono che non vogliono più subire la lentezza, l’atrofia e la rigidità delle carriere. E se ne vanno.

C’è chi va e c’è chi viene

Ma se c’è chi va c’è anche chi viene. Sono i medici provenienti da tutto il mondo che da anni lavorano nei nostri ospedali. Come la ginecologa Mbiye Diku di Kinshasa, arrivata negli ’70 dal Congo. “Sono stati anni belli. Anni di alti e bassi. Quando sono arrivata – spiega Mbiye Diku – l’Italia era provinciale. Un posto chiuso. Ma con ingenuità e grazia. Poi ha cominciato ad aprirsi e modernizzarsi sul piano culturale e sociale. Quindi è arrivato il declino. Inesorabile, salvo qualche breve risalita. Ora la crisi è sotto gli occhi di tutti”.

Secondo la dottoressa “siamo tutti numeri, la qualità della prestazione non conta più, si lavora a cottimo, la solidarietà tra colleghi è sparita, anche per il troppo stress”. Per non parlare della cattiva gestione degli ospedali, il blocco delle assunzioni, la crescente insoddisfazione, riporta AGI. Segno delle condizioni di declino in cui versa il Paese.


Tecnologia, le difficoltà degli over 55

Nonostante il 71% degli over 55 italiani dichiari di avere ottime conoscenze informatiche, il 44% ammette di telefonare ai membri più giovani della famiglia per avere supporto informatico da remoto. Anche se più di cinque italiani su dieci, il 57% contro il 40% a livello globale, descrivono la tecnologia come qualcosa che li rende più emancipati o che li fa sentire più liberi, tra gli over 55 emerge quella che viene chiamata FOMO (Fear Of Missing Out), ovvero la paura di essere “tagliati fuori”. Ma a mettere maggiormente in crisi gli over 55 italiani nella loro relazione con la tecnologia è l’installazione di una soluzione di sicurezza informatica, la protezione del router e la rimozione di virus informatici.

“Mi potresti aggiustare Internet?”

Da un sondaggio di Kaspersky dal titolo “Mi potresti…” emerge che più di un terzo degli over 55 a livello globale, e il 29% in Italia, ha difficoltà ad affrontare le sfide tecnologiche quotidiane senza il supporto dei propri figli. Per questo motivo rivolgono ai membri più giovani della famiglia costanti richieste di aiuto, come “Mi potresti… aggiustare Internet?”, ” mi mostri come caricare un file sul cloud?”, o “potresti rendere sicura la mia app di online banking?”

Allo stesso tempo, più della metà (52%) degli intervistati a livello globale ammette di non intendersi di tecnologia. Un dato che scende significativamente per quanto riguarda i nostri connazionali. Solo due over 55 su dieci (29%) ammette di non avere dimestichezza con la tecnologia.

Il 17% corrompe i figli per ricevere il loro aiuto

Dall’indagine di Kaspersky, inoltre, un terzo (35%) degli over 55 a livello globale si trova a dover affrontare delle sfide tecnologiche quotidiane senza alcun sostegno. In Italia il dato scende al 29%. Il 44% degli italiani (41% a livello globale) interpella i propri figli o altri membri più giovani della famiglia per ricevere supporto informatico da remoto. A un sorprendente 26% dei nostri connazionali, invece, manca più il supporto tecnico dei propri figli che la loro presenza. A livello globale lo stesso dato si attesta al 18%. Con la speranza di ricevere aiuto dai membri più giovani della famiglia, il 17% degli over 55 italiani dichiara di averli addirittura “corrotti” per ricevere il loro aiuto (dato al 15% a livello globale).

“Accrescere la conoscenza per sentirsi più connessi”

Negli ultimi 12 mesi, riferisce Adnkronos, la maggior parte degli over 55 italiani ha ammesso di aver richiesto aiuto per proteggere un router, installare una soluzione di sicurezza informatica o rimuovere i virus informatici. Questo perché “Gli over 55 trovano opprimenti i progressi tecnologici e temono che questi ultimi possano essere un mezzo attraverso il quale essere raggirarti, esposti o presi di mira – spiega Kathleen Saxton, fondatrice di Psyched Global e psicoterapeuta -. Accrescere la propria conoscenza però può aiutare a subire un po’ meno la crisi esistenziale, e a sentirsi un po’ più connessi al nostro Bill Gates interiore”.


Entra in vigore il nuovo sistema internazionale per le unità di misura

Addio al chilo, l’ampere, la mole e il kelvin. Dal 20 maggio le vecchie unità misure hanno lasciato il posto a nuovi criteri di definizione. A stabilire le nuove regole di misura non sono più punti di riferimento fisici, come il Grand Kilo, ovvero il cilindro di platino-iridio riferimento del chilogrammo conservato a Parigi, ma leggi matematiche come le costanti dell’universo. Nessuna conseguenza, però, per chi va a fare la spesa. La bilancia continuerà a segnare il chilogrammo come sempre. Col tempo a trarre vantaggio da questo cambiamento saranno piuttosto le misure relative a quantità molto piccole. Potranno infatti guadagnare in precisione settori come l’industria elettronica, l’industria farmaceutica e le applicazioni delle nanotecnologie.

Il nuovo sistema è più democratico

“È una rivoluzione che non comporterà alcuno scossone: non dovremo ritarare le nostre bilance e tutti gli altri strumenti di misura”, osserva il presidente dell’Istituto Nazionale di Metrologia (Inrim), Diederik Wiersma. Le unità del Sistema Internazionale di misura oggi sono riferite a una costante fondamentale, ovvero sono basate su un numero che si trova ovunque. “Una differenza enorme rispetto al passato, soprattutto per il chilo, che era ancora un campione materiale conservato in una cassaforte”, spiega Maria Luisa Rastello, direttrice scientifica dell’Inrim. Inoltre il nuovo sistema è molto più democratico, perché i valori di riferimento sono a disposizione di tutti.

Dal 1960 erano stati abbandonati quasi tutti i riferimenti fisici, tranne il kg

Si paga però un piccolo prezzo: per il chilogrammo, ad esempio, ora “c’è una piccola aggiunta di incertezza – continua Rastello – una variazione inferiore al peso di un’ala di una farfalla, e ben al di sotto del livello percepibile da chi compra un chilo di pasta”.

Il nuovo Sistema Internazionale delle misure era stato approvato il 16 novembre 2018 dalla 26a Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure (Cgpm), in cui l’Italia, con l’Inrim, ha avuto un ruolo importante. Il nuovo sistema, riferisce Ansa, sostituisce quello noto dal 1960, nel quale erano stati gradualmente abbandonati quasi tutti i riferimenti fisici, a eccezione del chilogrammo.

Costante di Planck, carica dell’elettrone, costante di Boltzmann e numero di Avogadro

Nel 1967 la prima unità di misura a essere definita sulla base di una costante, è stato il secondo, tramite la transizione dell’atomo di cesio. Nel 1979 è stata la volta della candela, definita in base al coefficiente di visibilità, e nel 1983 il metro ha abbandonato la vecchia barra di platino-iridio, e in seguito la lunghezza d’onda del krypton, per essere definito sulla base della velocità della luce. Mancavano all’appello chilogrammo, ampere, kelvin e mole, che da oggi sono definiti rispettivamente con la costante di Planck, la carica dell’elettrone, la costante di Boltzmann per il kelvin, e il numero di Avogadro per la mole.


La diversity nell’IT: il 30% delle donne frenato dal divario di genere in azienda

In Italia il 30% delle donne è stato frenato dal divario di genere percepito all’interno delle aziende del settore IT, rispetto al 23,4% degli uomini. E il 47,8% dei professionisti italiani del settore riferisce di lavorare in un team composto per la maggior parte da uomini, mentre solo il 7,4% dichiara di far parte di un team prevalentemente al femminile.

Si tratta dei risultati di una ricerca dedicata alla diversity in ambito IT condotta da Kaspersky Lab in occasione dell’International Women’s Day 2019.

La ricerca ha coinvolto 5000 professionisti del mondo dell’Information Technology in Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna. In particolare, 500 uomini e 500 donne per ogni paese considerato.

Il 24,8% delle professioniste è riluttante a intraprendere una carriera nel settore

Dalla ricerca emerge inoltre che quasi il 60% delle professioniste italiane del settore IT dichiara di essere meno incline a lavorare per un’azienda in cui ci sia un chiaro squilibrio di genere. Una percentuale più alta rispetto a quella europea (52,7%), mentre la percentuale di uomini arriva al 40%.

Circa un quarto delle donne italiane (24,8%), inoltre, dichiara che la mancanza di professioniste nel settore le rese inizialmente riluttanti nell’intraprendere una carriera nel mondo della tecnologia, riporta Adnkronos.

Il mansplaining in azienda

Un quarto (25,4%) delle donne italiane con ruoli decisionali conferma poi di aver assistito a casi di mansplaining in ambito lavorativo. Si tratta dell’atteggiamento paternalistico da parte di un uomo nello spiegare qualcosa a una donna con il tono di chi parla a una persona che non capisce. Inoltre, quasi 4 donne su 10 (39,8%) pensano di avere maggiori opportunità in ambienti i cui c’è una presenza equilibrata tra uomini e donne, o dove ci sono più donne al lavoro. E circa il 40% delle donne con ruoli decisionali ritiene che il governo e le università debbano implementare un sistema di incentivi per contribuire ad aumentare i profili al femminile nel settore tecnologico.

Un ambito stimolante e collaborativo per donne e uomini

In ogni caso, sia gli uomini che le donne affermano che l’IT sia un ambito stimolante e collaborativo, e solo meno di un quinto lo ha definito come “stressante”. Un elemento che in Europa rappresenta un vantaggio importante per la scelta di un lavoro nel settore IT è la retribuzione. In Italia la retribuzione è al terzo posto per gli uomini (40,2%) e al quinto per le donne (35%). Tra i principali vantaggi evidenziati dalle donne italiane la possibilità di mettere in pratica le proprie abilità nel problem solving (44,4%) e la possibilità di lavorare con orari flessibili, anche in smart working (40%).


La pizza crea dipendenza

La pizza piace così tanto al punto da creare una sorta di dipendenza. Cnn Health ha dedicato alla pizza un approfondimento online, basato sui risultati di uno studio proprio sul fatto che la pizza risulta il cibo numero uno tra quelli che creano un sintomo associabile alla dipendenza.

Ma perché questa specialità di cui l’Italia vanta l’origine piace così tanto, ed è apprezzata in ogni parte del mondo? Una domanda semplice, con risposte complesse. Gli ingredienti hanno senza dubbio un ruolo cruciale, così come lo ha l’esperienza a cui associamo il suo consumo, lo stare in famiglia o passare una serata tra amici.

“Una scelta di ingredienti che rendono il cervello felice”

“Sono affascinata dal fatto che le persone mangino quasi ogni tipo di pizza, non necessariamente la migliore”, sostiene Gail Vance Civille, fondatrice e presidente di Sensory Spectrum, società di consulenza che aiuta le aziende, comprese le pizzerie, a capire come gli stimoli sensoriali guidano le percezioni dei consumatori. Secondo Civille, uno dei motivi è il fatto che “la scelta superba di ingredienti, che contengono grassi, zucchero e sale, soddisfa l’amigdala, un’area cerebrale, e rende il cervello molto felice”.

La combinazione perfetta: pasta, mozzarella e pomodoro

Civille evidenzia anche l’importanza della buona combinazione ottenuta tra la base della pizza e la mozzarella (ma secondo Civille funziona anche con il parmigiano), che costituisce un abbinamento complementare di ingredienti. Poi c’è il pomodoro cotto, il cui carattere fruttato completa e integra il sapore del formaggio.

“Hai la croccantezza della crosta, la masticabilità del formaggio e l’umidità del sugo”, prosegue Civille. Se cucinati bene nessuno si sovrappone all’altro, e il tutto si fonde in modo armonioso.

“Se ne hai una in forno, avrà un buon profumo e ti farà venire fame”

Herbert Stone, analista sensoriale da 50 anni, sottolinea che “non importa quale sia lo stile della pizza: se ne hai una in forno, avrà un buon profumo e ti farà venire fame”.

Stone, riporta Ansa, sottolinea anche l’importanza dei colori. I colori della pizza giocano infatti un ruolo rilevante nella capacità di far venire l’acquolina in bocca. Il colore della salsa più attraente? Dal punto di vista di chi ha appetito, è un rosso molto profondo.

Ma la sinfonia di ingredienti, secondo Stone, rende al meglio soprattutto se associamo la pizza a quella che negli Usa viene chiamato pizza experience. Ovvero, una serata tra amici, o con i nostri cari, davanti a un film o a una partita in Tv.


In aeroporto la macchina della verità atterra al check-in

Il problema della sicurezza e soprattuto della reale identità dei viaggiatori potrebbe essere arginato dall’intelligenza artificiale. Arriveranno quindi in aeroporto delle macchina intelligenti capaci di controllare i passeggeri così da essere sicuri della loro identità e delle loro intenzioni? Potrebbe essere.

Un progetto per scoprire chi “mente”

Esiste infatti un progetto che prevede di installare negli scali aeroportuali una macchina dotata di intelligenza artificiale che interrogherà i viaggiatori in arrivo da nazioni extraeuropee, chiedendo loro di confermare nome, età e data di nascita e ponendo domande sulla ragione del viaggio e sulla provenienza dei fondi per effettuarlo. Un monitor apposito scansionerà il loro volto per stabilire se stanno dicendo bugie o meno e, se riterrà di trovarsi di fronte a un mentitore, lo incalzerà assumendo un tono della voce “più scettico”, ha spiegato Keeley Crockett della Machester Metropolitan University, ateneo inglese coinvolto nel progetto. Dopodiché il software segnalerà il sospetto al personale umano che deciderà come comportarsi.

La reazione delle associazioni per la tutela della privacy

Per Privacy International è “un’idea terribile. “È parte di una più vasta tendenza verso l’utilizzo di sistemi automatici opachi, e spesso inefficienti, per giudicare, valutare e classificare le persone”, ha dichiarato alla Cnn Frederike Kaltheuner di Privacy International, che ha definito il test “un’idea terribile”. “Le macchine della verità tradizionali hanno una storia problematica di incriminazioni di innocenti e non c’è alcuna prova che l’intelligenza artificiale risolverà il problema, soprattutto uno strumento che è stato utilizzato su appena 32 persone”, ha proseguito, “anche tassi di errore apparentemente piccoli porteranno migliaia di persone a dover provare di essere innocenti solo perché un qualche software li ha ritenuti bugiardi”. Il commento di Crockett: “Non credo si possa avere un sistema accurato al 100%”.

Obiettivo: velocizzare i controlli ai check-in

Il progetto da 4,5 milioni di euro, denominato iBorderCtrl che ha lo scopo di velocizzare i controlli ai check-in è ritenuto più avanzato rispetto a precedenti sistemi di riconoscimento facciale che avevano dimostrato di avere un tasso di errore molto elevato sulle donne e sulle persone di colore. Testato finora su 32 persone, il sistema ha totalizzato un 85% di risultati positivi. I dati raccolti “andranno oltre i parametri biometrici e toccheranno i biomarcatori dell’inganno”, ha promesso il coordinatore del progetto, George Boultadakis della società lussemburghese European Dynamics. Per ora il software verrà sperimentato solo su passeggeri che lo accetteranno e firmeranno una liberatoria. Poi, chissà.