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Mercato del lavoro, una quiete prima della tempesta

La situazione del mercato del lavoro in Italia negli ultimi mesi fa pensare al rischio quiete prima della tempesta A novembre 2020 infatti l’occupazione delle imprese artigiane, micro e piccole ha registrato un andamento sostanzialmente piatto. All’apparenza può sembrare un dato positivo, considerata la crisi socio-economica persistente, ma in realtà ciò è stato determinato in gran parte da fattori esterni al mercato del lavoro, come il divieto di licenziamento e il massiccio ricorso alla cassa integrazione guadagni. È quanto emerge dall’Osservatorio Lavoro della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, e curato dal Centro studi della Confederazione.

La crescita dei posti di lavoro dopo cinque anni si ferma

L’Osservatorio analizza mensilmente le tendenze dell’occupazione nelle imprese artigiane, micro e piccole dal dicembre 2014, anno di inizio della stagione di riforme che ha profondamente modificato il mercato del lavoro italiano. I dati sull’occupazione in questo importante segmento di imprese coprono ormai undici mesi su dodici e già permettono di registrare alcuni dati di fatto. Il più evidente è l’arresto della crescita dei posti di lavoro dopo cinque anni. A novembre l’incremento, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, è stato appena percettibile, segnando un +0,2%. Va però sottolineato che questo è accaduto solo grazie all’azione pubblica a difesa dell’occupazione. A novembre le cessazioni, anno su anno, registrano infatti un calo del 20,4%. Dato quasi perfettamente bilanciato dall’altrettanto brusca riduzione delle assunzioni, in diminuzione tendenziale del 22,3%.

Prosegue la ricomposizione delle tipologie contrattuali

In linea con gli anni precedenti, poi, è anche la ricomposizione delle tipologie contrattuali. Il tempo indeterminato, nettamente predominante fino a pochi anni fa, ormai rappresenta solo poco più della metà totale. In particolare, il 54,7%, contro l’84,8% di dicembre 2014.

Segno, questo, che il contratto a tempo indeterminato si sta dimostrando il più adatto alle esigenze di flessibilità delle piccole imprese, esigenze che ne costituiscono un punto di forza non secondario, ma al contempo anche del persistere, e non potrebbe essere altrimenti, di una grande incertezza sul futuro.

Quando l’intervento pubblico cesserà le imprese faranno i conti con l’andamento economico

Per avere il quadro definitivo del mercato occupazionale nell’anno appena trascorso bisognerà attendere qualche settimana. I dati pubblicati dall’Osservatorio rappresentano un risultato sicuramente molto interessante dal punto di vista statistico, che però non riuscirà a far spostare l’obiettivo di crescita quando l’intervento pubblico cesserà, e le imprese saranno chiamate a fare i conti con l’andamento e le prospettive economiche. Solo in quel momento, sottolinea l’Osservatorio lavoro della Cna, si potrà conoscere quanto effettivamente l’emergenza sanitaria avrà condizionato l’occupazione nelle imprese artigiane italiane, micro e piccole.


Il customer care dei brand secondo i consumatori europei

La qualità del servizio clienti è fondamentale per la costruzione della fedeltà al brand. Quanto alle ricadute dei servizi clienti sul brand, l’utilizzo di social media e di sistemi di messaggistica istantanea sono driver sempre più centrali nel rafforzamento dell’immagine di un’azienda.  Ma cosa pensano i consumatori europei dei sevizi clienti? Alla domanda risponde il Customer Services Observatory 2020, la ricerca di BVA condotta su un campione di 5000 cittadini di Francia, Spagna, Germania, Regno Unito e Italia tra il 24 agosto e il 2 settembre 2020. 

Banche e operatori telefonici i più “chiamati”

Sebbene telefono e mail ricoprano un ruolo centrale nella relazione con il cliente, l’Italia e la Spagna sembrano i Paesi più propensi all’utilizzo di canali emergenti come social media o servizi di messaggistica istantanea. E se banche e operatori telefonici sono i settori più “battuti” soprattutto in Spagna (49%) e in Italia (47%), le lamentele e i servizi post-vendita sono i motivi principali che spingono ad affidarsi al customer care, con picchi tra i tedeschi (45% per le lamentele e 44% per i servizi post-vendita) e tra i francesi (52% e 42%). In Italia, oltre ai motivi più frequenti, un altro motivo di contatto è la richiesta di informazioni prima dell’acquisto (34%).

Le ricadute sull’immagine del brand

Quando un consumatore giudica l’immagine di un’azienda la qualità della relazione con il cliente resta fondamentale per la quasi totalità dei consumatori, con un picco del 93% in Germania e Spagna e un minor consenso in Italia (88%). Ma se la qualità della relazione con il cliente è reputata scarsa la maggior parte dei consumatori è portata addirittura a non comprare un prodotto o ad annullare un abbonamento. Al contrario, nel caso in cui il servizio clienti offra un ottimo servizio gli italiani sono quelli che tendono a spendere di più e a essere più fedeli al brand (83%) Inoltre, il fatto che un’azienda utilizzi nuovi canali digitali come social media e sistemi di messaggistica istantanea per comunicare con i clienti è un driver centrale nella valutazione di un brand, soprattutto per i consumatori spagnoli (77%), italiani (75%) e britannici (68%).

Le emozioni dei consumatori

I tedeschi sono i consumatori che hanno avuto la risposta emotiva più importante con i vari settori aziendali dedicati alla relazione con il cliente, sentendosi più ascoltati e privilegiati rispetto ai clienti degli altri Paesi. In Italia, il settore che ha suscitato più sorpresa è quello dell’e-commerce (64%), mentre una sensazione di privilegio è stata provata interfacciandosi con il settore Retail (58%). Nell’ultimo anno, poi, i consumatori spagnoli, tedeschi e britannici hanno provato più volte emozioni positive relazionandosi con un’azienda, mentre lo stesso non vale per italiani e francesi. In ogni caso, sempre più consumatori si rivolgeranno più spesso alle aziende da remoto (65% italiani e 73% spagnoli), soprattutto per sondare la disponibilità di un prodotto (77% britannici e 73% italiani), prendere appuntamenti (66% tedeschi) e prenotare un prodotto (51% tedeschi).


Le famiglie italiane evitano l’acquisto se il prodotto non è sostenibile

Nonostante il protrarsi della pandemia da coronavirus la sostenibilità continua a rimanere un elemento molto importante per i consumatori. Tanto che un numero crescente di consumatori sta modificando i propri comportamenti per effetto della sensibilità ai temi ambientali.  Il 36% delle famiglie italiane dichiara infatti di aver smesso di acquistare determinati prodotti o servizi a causa del loro impatto negativo sull’ambiente o sulla società. E il 30% evita i prodotti con un imballaggio in plastica, quando esiste un’alternativa. Ma se sono soprattutto i ragazzi a influenzare comportamenti di acquisto più sostenibili da parte delle famiglie per produttori e retailer è fondamentale tenere conto di questi atteggiamenti per impostare le proprie strategie.

No a servizi o prodotti a impatto negativo su ambiente e società

Si tratta di alcuni risultati dell’indagine 2020 #WhoCaresWhoDoes sulla sostenibilità e le preoccupazioni ambientali realizzata da GfK, secondo cui oggi più che mai la sostenibilità e la salvaguardia del pianeta sono in cima alle preoccupazioni dei consumatori. E se a livello europeo una famiglia su tre (35%) ha smesso di acquistare prodotti o servizi a causa del loro impatto negativo su ambiente o società tra i consumatori italiani del segmento Eco Active, i più ingaggiati dalle tematiche ambientali, la percentuale sale al 65%.  Gli italiani sono in media ben disposti anche rispetto al tema del riciclo, e dichiarano di riciclare molto di più rispetto alla media mondiale, anche se emerge che per il 58% delle famiglie è ancora poco chiaro cosa succede ai prodotti quando vengono riciclati.

L’importanza dell’imballaggio

Oltre la metà delle famiglie italiane poi si aspetta che le aziende mettano a disposizione confezioni fatte da materiale riciclabile al 100%, o materiali alternativi alla plastica. Un dato che nessun brand può permettersi di ignorare, anche perché il 62% degli italiani preferisce compare prodotti da aziende che dimostrano attenzione all’ambiente.   Quanto alle categorie di prodotto dove gli shopper ritengono di avere un’influenza maggiore in termini di sostenibilità, per l’Italia troviamo ai primi posti l’home e il personal care, mentre a livello europeo si piazzano in cima alla classifica frutta e verdura.

I giovani influenzano gli acquisti delle famiglie

Nel 2019, quando è stata lanciata la ricerca GfK #WhoCaresWhoDoes, sembrava che le tematiche green fossero importanti soprattutto per i più giovani, che si stavano attivando a livello globale con il movimento Fridays for Future. Quest’anno il mondo si è trovato ad affrontare una minaccia inattesa, la pandemia da coronavirus, ma nonostante questo, anche nel 2020 l’ambiente è rimasto in cima alle preoccupazioni dei consumatori. E ancora una volta sono i più giovani a fare la differenza, indirizzando i consumi delle famiglie verso una approccio più sostenibile.


Effetto Covid sul mercato del lavoro, nei primi 6 mesi del 2020 perse 578 mila posizioni

L’emergenza sanitaria e le misure di lockdown imposte dal Governo hanno provocato “forti perturbazioni nel mercato del lavoro”, soprattutto nel secondo trimestre 2020. La conferma arriva dalla Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione del secondo trimestre 2020 diffusa dall’Istat, il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, oltre a Inps, Inail e Anpal. Secondo la Nota la perdita di posizioni lavorative da inizio marzo è stata infatti “progressiva”, fino ad arrivare al 30 giugno 2020 a circa 578 mila posizioni in meno rispetto alla dinamica dei flussi dei primi sei mesi del 2019. Si contano infatti 154 mila posizioni in meno a tempo indeterminato e -424 mila a tempo determinato.

Al 30 giugno 2020 -1 milione 567 mila attivazioni di rapporto di lavoro dipendente

Nel complesso, al 30 giugno 2020 rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, il saldo di 578 mila posizioni in meno è dovuto a una diminuzione di 1 milione 567 mila attivazioni di rapporto di lavoro dipendente, di cui -362 mila a tempo indeterminato e -1 milione 205 mila a termine, e un calo di 988 mila cessazioni (-207 mila a tempo indeterminato e -781 mila a termine).

Le contrazioni, rispetto al volume delle posizioni lavorative perse, hanno riguardato i settori dell’agricoltura, con -8 mila posizioni, dell’industria (-66 mila posizioni), e soprattutto i servizi, che al 30 giugno 2020 registrano 504 mila posizioni in meno rispetto all’anno precedente.

Il comparto dell’alloggio e ristorazione registra la perdita più significativa

Ma è il comparto dell’alloggio e ristorazione a far registrare la perdita più significativa di posizioni . Sempre al 30 giugno 2020 sono 273 mila le posizioni perse, su cui hanno pesato in modo particolare le mancate attivazioni, e in particolare quelle relative al lavoro a tempo determinato. Male anche l’ambito del commercio, che a fine giugno ha registrato 52 mila posizioni in meno rispetto al 2019.

Segno positivo per i servizi alle famiglie, +6 mila posizioni

Nelle attività professionali afferenti al noleggio e servizi alle imprese la contrazione delle posizioni, pari a -48 mila, è invece da imputare al numero crescente delle cessazioni, particolarmente elevate in concomitanza dei provvedimenti normativi. Segno positivo per i servizi alle famiglie, che al 30 giugno 2020 mostrano una crescita di 6 mila posizioni, riporta Askanews.

Questo, soprattutto a ridosso dell’adozione del Dpcm del 9 marzo 2020, che ha disposto anche la sospensione delle attività scolastiche e formative.


La compravendita di auto usate genera 11,9 miliardi. Soprattutto online

Dopo il lockdown la ripartenza del settore auto passa anche per la Second Hand Economy, una forma di economia circolare sempre più rilevante. Tanto che la compravendita di veicoli usati nel nostro Paese ha generato un volume di affari pari a 11,9 miliardi di euro nel 2019. Quasi il 50% del valore totale stimato dell’economia dell’usato, che in Italia nel 2019 valeva 24 miliardi di euro, pari all’1,3% del Pil. E l’online gioca un ruolo di primo piano nella crescita dell’economia dell’usato. Lo rivela l’Osservatorio Second Hand Economy, condotto da BVA Doxa per Subito. E la ricerca ha evidenziato come proprio i “motori” giochino un ruolo fondamentale nel settore della compravendita dell’usato in Italia.

Il del 70% della crescita si deve al mercato online

“Si tratta di una grande opportunità per ripartire – dichiara Andrea Volontè, head of Automotive di Subito – tanto che sempre più operatori del settore chiedono a gran voce incentivi non solo sul nuovo, ma anche sull’usato ‘fresco’, che costituisce un’ottima opportunità per svecchiare il parco circolante e renderlo meno inquinante”.

Se nel 2019 il mondo dei veicoli ha generato un volume di affari online pari a 4,7 miliardi euro l’online gioca un ruolo decisivo nella crescita dell’economia dell’usato. Basti pensare che è responsabile del 70% della crescita assoluta anno su anno (700 milioni su 1 miliardo). Cresce infatti tra gli italiani soprattutto la ricerca di auto usate online, considerato non solo il punto di partenza, ma anche di arrivo per chi vuole acquistare o vendere una vettura.

Il 42% di chi ha comprato veicoli usati nel 2019 lo ha fatto sul web

In generale, il 42% di chi ha comprato veicoli usati nel 2019 dichiara di averlo fatto online, un dato in crescita rispetto al 2018 (37%). La preferenza è per auto e relativi accessori (pari merito al 17%), seguiti da moto e scooter (9%) e relativi accessori (5%), nautica, caravan e camper, veicoli commerciali. Il canale offline si ferma invece al 18%, in calo rispetto all’anno precedente (20%), riferisce Ansa. Per quanto riguarda la vendita, gli italiani vendono principalmente online veicoli per il 26% contro il 13% offline, con una preferenza per auto (11%) e relativi accessori (8%), moto e scooter (5%) e relativi accessori, caravan e camper, nautica.

Grazie all’usato i premium brand diventano accessibili

Tra le motivazioni principali che spingono alla ricerca di un’auto usata online rientrano l’immediatezza e la facilità di utilizzo del web, la possibilità di trovare in poco tempo quello che si sta cercando, e quella di avere accesso a un’offerta più ampia rispetto ai canali tradizionali. Ma anche la possibilità di trovare l’auto che si desidera a un prezzo competitivo, che vale non solo per le auto ‘entry level’, ma anche per i premium brand. Che grazie all’usato diventano più accessibili. Su Subito.it, ad esempio, BMW, Mercedes e Audi si confermano da anni i 3 brand più cercati dagli utenti.


Ministero delle Finanze, migliorano i tempi di pagamento delle PA

Ogni tanto c’è anche una buona notizia per le “tasche” di imprese e professionisti. Nello specifico, si accorciano sensibilmente i tempi di pagamento da parte delle PA, che sono scesi a 48 giorni nel 2019. A decretare questo miglioramento, dati alla mano, è il Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso un’analisi sui pagamenti delle fatture commerciali ricevute dalle PA nel quinquennio 2015-2019. Più nel dettaglio,  il tempo medio per il pagamento delle fatture da parte delle Pubbliche amministrazioni è sceso nel corso dell’anno passato a 48 giorni, dai 55 del 2018, con un ritardo medio di 1 giorno rispetto alla scadenza.

Le Pubbliche Amministrazioni hanno ricevuto fatture per 29,1 milioni di euro

Sulla base dei dati del sistema informativo della Piattaforma per i crediti commerciali (PCC) rilevati a maggio 2020, si legge nell’analisi del Mef, le fatture ricevute dalla PA nel 2019 sono state 29,1 milioni, per un importo totale dovuto di 148,2 miliardi. Le fatture pagate ammontano a 24,5 milioni, pari a 140,4 miliardi di euro, che corrisponde a circa il 94,8% dell’importo totale.

“Anche tenendo conto delle code dei pagamenti non ancora effettuati al momento della rilevazione (che potrebbero far rivedere al rialzo la serie di dati), il tempo medio ponderato occorso per saldare le fatture del 2019 è pari a 48 giorni, a cui corrisponde un ritardo medio di 1 giorno rispetto alla scadenza” precisa il Ministero dell’Economia e delle Finanze in una nota.

Un trend in continuo miglioramento

Per fortuna, non si tratterebbe di una buona pratica temporanea. I tempi di pagamento delle fatture emesse nel 2019 (48 giorni), prosegue il Ministero, confermano il trend decrescente del quadriennio precedente, in cui il tempo medio di pagamento era già sceso dai 74 giorni del 2015 fino ai 55 del 2018. Corrispondentemente, il tempo medio di ritardo (un giorno nel 2019) si era già ridotto da 27 giorni del 2015 a 7 del 2018. L’incremento delle fatture pagate nei tempi previsti risulta particolarmente importante per gli Enti del SSN, la cui percentuale, calcolata in termini di importo, passa dal 50,5% del 2015 al 77,1% del 2019. La performance migliore è fatta registrare dal comparto delle Regioni e Province autonome, con una percentuale del 77,8% nel 2019.

Conti saldati nei termini previsti dalla normativa comunitaria e nazionale

Con la riduzione dei tempi di pagamento, aumenta in parallelo anche la quota di fatture saldate dalle Pubbliche Amministrazioni entro i termini previsti dalla normativa comunitaria e nazionale. Le percentuali, calcolate in termini di importo, passano dal 53,3%, per le fatture emesse nel 2015, al 64,8% per quelle del 2018 e al 69% per quelle del 2019.


Nel mese di aprile più di 772 milioni di ore di cassa integrazione

Durante il mese di aprile 2020 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate, esclusi i fondi di solidarietà, è stato pari a 772,3 milioni, pari al 2.953,6% in più rispetto allo stesso mese del 2019, che registrava un numero di ore pari a 25,3 milioni. Una differenza esorbitante, che non lascia spazio a dubbi circa l’entità della crisi economica sopraggiunta in relazione alle misure adottate dal Governo per contenere la pandemia da Covid-19. I dati sono stati comunicati dall’Inps, e sono contenuti nel suo Osservatorio sulla Cassa integrazione guadagni (Cig), il quale indica come nel mese di aprile 2020 il 98% delle ore di cassa integrazione ordinaria e deroga siano state autorizzate con la causale “emergenza sanitaria Covid-19”.

Boom della cassa ordinaria e in deroga legato all’emergenza Covid-19

Secondo l’Osservatorio Cig, quindi, emerge il boom della cassa ordinaria (+9.509%) e di quella in deroga (+239.056%) legate all’emergenza Covid-19, e un calo della straordinaria (-30,3%). Più in particolare, riporta l’Ansa, il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate ad aprile 2020 è stato pari a 12,4 milioni, di cui 2,3 milioni per solidarietà, registrando un decremento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 17,9 milioni di ore autorizzate. Nel mese di aprile 2020 rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +71,6%.

Un’enorme entità di ore anche rispetto a marzo 2020

Più in dettaglio, nel settore industria sono state autorizzate 605,2 milioni di ore, contro i 5,7 milioni di ore di aprile 2019, e nel settore edilizia 107,8 milioni di ore, contro 1,8 milioni di ore di aprile 2019. Secondo l’osservatorio Inps, inoltre, le ore autorizzate nel mese di aprile 2020 risultano di enorme entità anche rispetto a quanto registrato nel mese precedente, dove risultavano autorizzate 12,7 milioni di ore, riporta Adnkronos.

Da gennaio-aprile 2020 le ore autorizzate volano a 834,8 milioni

Per quanto riguarda gli interventi in deroga, sempre ad aprile 2020, sono stati pari a 46,9 milioni di ore autorizzate. Nello stesso mese dell’anno scorso erano state autorizzate solo 20 mila ore, e con riferimento al mese precedente, cioè a marzo 2020, le ore autorizzate risultavano di entità ancora inferiore, pari a 2 mila ore circa. Ma l’impennata del mese di aprile fa schizzare in alto anche i valori cumulati dei primi quattro mesi del 2020. Nel periodo gennaio-aprile 2020, infatti, le ore di Cig autorizzate dall’Inps volano a 834,8 milioni, l’815,74% in più rispetto alle 91 milioni di ore di gennaio-aprile 2019, conferma il Sole 24 Ore.


Fase 2, gli over 50 tornano al lavoro più dei giovani

Secondo quanto stabilito dal Dpcm del 26 aprile dal 4 maggio 4,4 milioni di italiani hanno ripreso la propria attività lavorativa, mentre 2,7 milioni continuano a restare a casa in attesa di misure governative successive. Secondo l’indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro dal titolo Ritorno al lavoro per 4,4 milioni di italiani. Al Nord prima che al Sud, anziani più dei giovani, su 100 lavoratori rimasti a casa il 62,2% è potuto tornare al lavoro. Ma la ripresa coinvolge soprattutto lavoratori over 50, rispetto ai giovani, interessando maggiormente il Nord Italia e favorendo i lavoratori dipendenti a discapito degli autonomi.

Il 74,8% del totale sono uomini

La ripresa, sottolinea la ricerca, interessa principalmente i lavoratori dell’industria, dove l’attività potrà ritornare a pieno regime (100% dei settori riaperti). Su 100 lavoratori rientrati al lavoro il 60,7% è occupato nel settore manifatturiero, il 15,1% nelle costruzioni, il 12,7% nel commercio e l’11,4% in altre attività di servizio. E a tornare al lavoro è principalmente la componente maschile, più presente in questo comparto, che riguarda 3,3 milioni di uomini, il 74,8% del totale, e “solo” 1,1 milioni di donne (25,2%). In generale, si tratta soprattutto di lavoratori dipendenti (3,5 milioni, il 79,4% di chi ha ripreso a lavorare) mentre gli autonomi (20,6%) dovranno ancora aspettare. Solo il 49% di loro ha potuto riaprire già dal 4 maggio.

La ripresa si concentra proprio nelle aree più interessate dal virus

Tra i paradossi legati alla riapertura delle attività produttive, nonostante il dibattito nazionale sull’opportunità di prevedere rientri differenziati per tutelare la popolazione, c’è l’aspetto legato all’età dei lavoratori coinvolti. Gli over 50 infatti riprendono a lavorare prima dei giovani. Su 100 occupati in settori “sospesi” a rientrare sono il 68,7% dei 50-59enni, il 67,1% dei 40-49enni, il 59% dei 30-39enni e il 48,8% degli under 30. Ed è alta anche la percentuale degli over 60, pari al 60,1% di quanti sono rimasti a casa per effetto del blocco.

Inoltre, anche la settorialità delle aperture delinea un quadro non coerente rispetto alla diffusione della pandemia. La ripresa, infatti, si concentra proprio nelle aree più interessate dal virus.

Solo il 36,6% resta in smart working

A fronte di 2,8 milioni di lavoratori al Nord Italia sono 812mila al Centro e 822mila al Sud. Tra le regioni interessate Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto, Marche e Lombardia, dove il tasso di rientro oscilla intorno al 69%. Mentre in Val d’Aosta (49,3%), Lazio (46,7%), Sicilia (43,4%), Calabria (42,5%) e Sardegna (39,2%), la ripresa interessa meno di un lavoratore su due tra quelli “sospesi”. Ovviamente la riapertura dei settori non comporta necessariamente la presenza in sede dei lavoratori. Secondo le indicazioni ribadite nei provvedimenti governativi il lavoro agile deve essere mantenuto quanto possibile, riporta Adnkronos. Tuttavia, solo il 36,6% dei lavoratori chiamati a riprendere l’attività può farlo in smart working. Il 63,4%, per le caratteristiche del proprio lavoro, non potrà che recarsi in sede.


Pandemia e recessione, per gli AD è necessario accelerare la trasformazione digitale

La pandemia di coronavirus sta causando una recessione economica a livello mondiale, ma gli amministratori delegati dei diversi settori economici dovrebbero agire subito, e non aspettare, a pianificare, ottimizzare e accelerare la trasformazione digitale. Si tratta della ricetta di Bain & Company, la società globale di consulenza strategica, che ha delineato alcune raccomandazioni pratiche che i Ceo dovrebbero seguire. “È difficile – spiega Bain – definire quale e di che portata sarà l’impatto economico della pandemia, anche se è chiaro che l’effetto recessione globale sarà strettamente legato alla sua evoluzione in termini sia temporali che geografici. Abbiamo comunque cominciato a vederne l’effetto sui listini azionari – aggiunge Bain – che complessivamente hanno perso più del 30% nelle ultime settimane”.

Cala il grado di fiducia da parte dei consumatori, anche in Italia

Al clima di estrema incertezza, continua Bain, “contribuiscono anche le reazioni non sempre coordinate delle banche centrali per fronteggiare le implicazioni economiche. Quello che è certo, a oggi, è un calo nel grado di fiducia dei consumatori, già in flessione del 3-4% in Paesi come Usa, Francia e Gran Bretagna, e dell’11% in Giappone”.

Secondo la società di consulenza è infatti ormai chiaro che il coronavirus avrà un impatto significativo, seppur differenziato per settori, anche sull’economia italiana, riporta Aaskanews

“Un approccio wait-and-see spesso è la scelta peggiore in tempi incerti”

“Nonostante non si possa prevedere precisamente l’entità degli impatti a livello sanitario ed economico del coronavirus in Italia e nel mondo – sostiene Roberto Prioreschi, managing director di Bain & Company per Italia, Grecia e Turchia – l’esperienza di Bain dimostra che per le aziende un approccio ‘wait-and-see’ è spesso la scelta peggiore in tempi incerti”.

Dato il livello di incertezza, i normali scenari economici sono insufficienti, e la situazione richiede un nuovo approccio alla pianificazione, specifico per ogni business.

Secondo Prioreschi, “c’è un elemento in comune, però: attendere non è un’opzione e le aziende con una miglior capacità di recovery e mitigazione degli effetti negativi della crisi saranno quelle che agiranno immediatamente, adottando in anticipo misure preventive e seguendo una serie di best practice nel breve e nel medio-lungo termine”.

Adottare un approccio da war room e intraprendere la digital transformation

“Oltre alla protezione delle persone – puntualizza il managing director – che è in assoluto e per tutte le aziende l’obiettivo prioritario, la nostra raccomandazione si può sintetizzare in tre concetti: adottare un approccio da war room, analizzare e ottimizzare production & supply chain e intraprendere o accelerare la digital transformation, nella forma più consona al proprio business”.


Over Motel: benessere e relax

L’Over Motel è il motel Brianza ideale per quanti desiderano individuare una struttura ricettiva che sia posizionata in maniera strategica che consenta di poter raggiungere Monza e la Brianza, ma anche il centro di Milano in un paio di minuti in auto. La struttura è di recente costruzione, e parliamo di un 4 stelle che mette a disposizione degli utenti ogni tipo di comodità per garantire loro un soggiorno assolutamente piacevole e ristoratore all’interno delle camere. Vi sono Infatti aria condizionata e riscaldamenti, TV, telefono, cassetta di sicurezza e tutti gli accessori da bagno. La cosa più interessante è che alcune delle camere migliori dispongono di una spa privata, quindi ad uso esclusivo della stanza all’interno del quale gli utenti possono concedersi una piacevole pausa di benessere ogni qualvolta lo desiderano, senza limiti di tempo.

Questa piacevole possibilità messa a disposizione dall’Over Motel è ovviamente sempre a disposizione degli utenti, senza limitazioni, ogni qualvolta desiderino concedersi un momento di piacevole di relax facendo l’idromassaggio, una sauna o uno dei trattamenti particolari tra i quale è possibile scegliere. Questo hotel dunque, è ideale sia per quanti si spostano per lavoro che per vacanza, considerando inoltre che è possibile parcheggiare la vettura all’interno di box privati con ingresso adiacente la porta di accesso della camera.

Dunque si avrà sempre la propria vettura a pochi metri di distanza, e grazie ad una tenda motorizzata sarà possibile di volta in volta chiudere la visuale dall’esterno o meno in base alle proprie preferenze. L’hotel mette infine a disposizione la possibilità di richiedere in anticipo determinati tipi di allestimento in camera per rendere l’atmosfera ancora più romantica, particolare e adatta al tipo di serata da trascorre assieme al proprio partner, con relativo effetto sorpresa. È possibile richiedere informazioni o prenotare una camera contattando il recapito telefonico 0395973862.