Fase 2, gli over 50 tornano al lavoro più dei giovani

Secondo quanto stabilito dal Dpcm del 26 aprile dal 4 maggio 4,4 milioni di italiani hanno ripreso la propria attività lavorativa, mentre 2,7 milioni continuano a restare a casa in attesa di misure governative successive. Secondo l’indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro dal titolo Ritorno al lavoro per 4,4 milioni di italiani. Al Nord prima che al Sud, anziani più dei giovani, su 100 lavoratori rimasti a casa il 62,2% è potuto tornare al lavoro. Ma la ripresa coinvolge soprattutto lavoratori over 50, rispetto ai giovani, interessando maggiormente il Nord Italia e favorendo i lavoratori dipendenti a discapito degli autonomi.

Il 74,8% del totale sono uomini

La ripresa, sottolinea la ricerca, interessa principalmente i lavoratori dell’industria, dove l’attività potrà ritornare a pieno regime (100% dei settori riaperti). Su 100 lavoratori rientrati al lavoro il 60,7% è occupato nel settore manifatturiero, il 15,1% nelle costruzioni, il 12,7% nel commercio e l’11,4% in altre attività di servizio. E a tornare al lavoro è principalmente la componente maschile, più presente in questo comparto, che riguarda 3,3 milioni di uomini, il 74,8% del totale, e “solo” 1,1 milioni di donne (25,2%). In generale, si tratta soprattutto di lavoratori dipendenti (3,5 milioni, il 79,4% di chi ha ripreso a lavorare) mentre gli autonomi (20,6%) dovranno ancora aspettare. Solo il 49% di loro ha potuto riaprire già dal 4 maggio.

La ripresa si concentra proprio nelle aree più interessate dal virus

Tra i paradossi legati alla riapertura delle attività produttive, nonostante il dibattito nazionale sull’opportunità di prevedere rientri differenziati per tutelare la popolazione, c’è l’aspetto legato all’età dei lavoratori coinvolti. Gli over 50 infatti riprendono a lavorare prima dei giovani. Su 100 occupati in settori “sospesi” a rientrare sono il 68,7% dei 50-59enni, il 67,1% dei 40-49enni, il 59% dei 30-39enni e il 48,8% degli under 30. Ed è alta anche la percentuale degli over 60, pari al 60,1% di quanti sono rimasti a casa per effetto del blocco.

Inoltre, anche la settorialità delle aperture delinea un quadro non coerente rispetto alla diffusione della pandemia. La ripresa, infatti, si concentra proprio nelle aree più interessate dal virus.

Solo il 36,6% resta in smart working

A fronte di 2,8 milioni di lavoratori al Nord Italia sono 812mila al Centro e 822mila al Sud. Tra le regioni interessate Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto, Marche e Lombardia, dove il tasso di rientro oscilla intorno al 69%. Mentre in Val d’Aosta (49,3%), Lazio (46,7%), Sicilia (43,4%), Calabria (42,5%) e Sardegna (39,2%), la ripresa interessa meno di un lavoratore su due tra quelli “sospesi”. Ovviamente la riapertura dei settori non comporta necessariamente la presenza in sede dei lavoratori. Secondo le indicazioni ribadite nei provvedimenti governativi il lavoro agile deve essere mantenuto quanto possibile, riporta Adnkronos. Tuttavia, solo il 36,6% dei lavoratori chiamati a riprendere l’attività può farlo in smart working. Il 63,4%, per le caratteristiche del proprio lavoro, non potrà che recarsi in sede.


Pandemia e recessione, per gli AD è necessario accelerare la trasformazione digitale

La pandemia di coronavirus sta causando una recessione economica a livello mondiale, ma gli amministratori delegati dei diversi settori economici dovrebbero agire subito, e non aspettare, a pianificare, ottimizzare e accelerare la trasformazione digitale. Si tratta della ricetta di Bain & Company, la società globale di consulenza strategica, che ha delineato alcune raccomandazioni pratiche che i Ceo dovrebbero seguire. “È difficile – spiega Bain – definire quale e di che portata sarà l’impatto economico della pandemia, anche se è chiaro che l’effetto recessione globale sarà strettamente legato alla sua evoluzione in termini sia temporali che geografici. Abbiamo comunque cominciato a vederne l’effetto sui listini azionari – aggiunge Bain – che complessivamente hanno perso più del 30% nelle ultime settimane”.

Cala il grado di fiducia da parte dei consumatori, anche in Italia

Al clima di estrema incertezza, continua Bain, “contribuiscono anche le reazioni non sempre coordinate delle banche centrali per fronteggiare le implicazioni economiche. Quello che è certo, a oggi, è un calo nel grado di fiducia dei consumatori, già in flessione del 3-4% in Paesi come Usa, Francia e Gran Bretagna, e dell’11% in Giappone”.

Secondo la società di consulenza è infatti ormai chiaro che il coronavirus avrà un impatto significativo, seppur differenziato per settori, anche sull’economia italiana, riporta Aaskanews

“Un approccio wait-and-see spesso è la scelta peggiore in tempi incerti”

“Nonostante non si possa prevedere precisamente l’entità degli impatti a livello sanitario ed economico del coronavirus in Italia e nel mondo – sostiene Roberto Prioreschi, managing director di Bain & Company per Italia, Grecia e Turchia – l’esperienza di Bain dimostra che per le aziende un approccio ‘wait-and-see’ è spesso la scelta peggiore in tempi incerti”.

Dato il livello di incertezza, i normali scenari economici sono insufficienti, e la situazione richiede un nuovo approccio alla pianificazione, specifico per ogni business.

Secondo Prioreschi, “c’è un elemento in comune, però: attendere non è un’opzione e le aziende con una miglior capacità di recovery e mitigazione degli effetti negativi della crisi saranno quelle che agiranno immediatamente, adottando in anticipo misure preventive e seguendo una serie di best practice nel breve e nel medio-lungo termine”.

Adottare un approccio da war room e intraprendere la digital transformation

“Oltre alla protezione delle persone – puntualizza il managing director – che è in assoluto e per tutte le aziende l’obiettivo prioritario, la nostra raccomandazione si può sintetizzare in tre concetti: adottare un approccio da war room, analizzare e ottimizzare production & supply chain e intraprendere o accelerare la digital transformation, nella forma più consona al proprio business”.


L’inquinamento acustico colpisce un cittadino europeo su 5

Nel Vecchio Continente l’aumento del traffico stradale e dell’urbanizzazione hanno aumentato il numero delle persone esposte a livelli di rumore elevati, e sono circa 113 milioni gli europei colpiti dal rumore a lungo termine dovuto al traffico urbano. In pratica, un cittadino europeo su cinque è soggetto all’inquinamento acustico. È quanto rileva l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) nel rapporto Rumore ambientale in Europa – 2020, secondo il quale tra il 2012 e il 2017 il numero di persone esposte a livelli di rumore elevati è rimasto sostanzialmente stabile. Il che significa che probabilmente l’Europa non avrebbe ridotto l’inquinamento acustico nel 2020 ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Il traffico stradale è la prima fonte di inquinamento acustico

L’Oms raccomanda infatti di non superare la soglia di valori medi di 55 dBA (decibel ponderati) nel periodo diurno e 45 dBA in quello notturno. Come spiega l’Aea, però, oltre la metà dei cittadini europei è esposto a soglie di 55 dB o più, che a lungo termine provoca effetti negativi sulla salute. Nel rapporto dell’Aea il traffico stradale, oltre a essere una fonte primaria di inquinamento atmosferico, viene citato come la principale fonte di inquinamento acustico nelle grandi città europee, seguito da quello ferroviario, aeronautico e industriale. In particolare, il rumore ferroviario ha colpito circa 22 milioni di persone, mentre 4 milioni di persone sono state esposte a livelli elevati di rumore degli aerei, riferisce Adnkronos.

Circa 12.000 morti premature sono collegate al rumore ambientale

L’Agenzia stima che l’esposizione a lungo termine al rumore ambientale sia collegato ogni anno in Europa a circa 12.000 morti premature, e contribuisca a 48.000 nuovi casi di cardiopatia ischemica. Si stima inoltre che 22 milioni di persone soffrano di fastidio cronico, e 6,5 milioni di disturbi cronici del sonno. Inoltre, i bambini esposti a rumore elevato a scuola possono sperimentare una scarsa capacità di lettura. Oltre a colpire gli esseri umani, riporta Rinnovabili.it, l’inquinamento acustico rappresenta  una minaccia crescente anche per la fauna selvatica, compromettendone l’attività riproduttiva e aumentando la mortalità degli animali, spesso costretti a fuggire dal proprio habitat in cerca di zone più tranquille.

Le misure suggerite per ridurre i livelli di rumore nelle città

Secondo l’Agenzia le misure per ridurre i livelli di rumore nelle città includono la manutenzione di vecchie strade, una migliore gestione dei flussi di traffico e la riduzione dei limiti di velocità a 30 chilometri all’ora. Alcuni Paesi avrebbero già adottato queste misure utili a ridurre l’inquinamento acustico, e in aggiunta si registrano anche misure volte a sensibilizzare i cittadini verso l’uso di mezzi di trasporto meno rumorosi, come la bicicletta,  o i monopattini elettrici. Gioca un ruolo importante anche la creazione di nuove aree tranquille, come parchi e spazi verdi, dove le persone possano rifugiarsi dal caos urbano.

Il primo passo però, evidenzia ancora il rapporto, è quello di migliorare la comunicazione e la raccolta di dati. Successivamente, si potranno studiare e impiegare nuove soluzioni per quanto riguarda il trasporto urbano e la gestione del traffico veicolare.


Twitter, gli hacker rubano i numeri di telefono degli utenti

Ancora una volta i social network vengono usati come terreno di caccia per il furto di dati personali. In questo caso è Twitter a essere nel mirino: gli hacker hanno sfruttato una vulnerabilità del social network per rubare i numeri di telefono degli utenti. Si tratta di una pratica denominata scraping, che di solito finisce con lo sfruttamento delle informazioni ottenute a scopo pubblicitario, o con la loro vendita sul mercato nero del dark web. La scoperta risale al 24 dicembre scorso, e a fare luce sull’episodio è stata la stessa Twitter, che ha assicurato di aver sospeso “immediatamente” gli account falsi usati per impadronirsi dei dati.

Una rete di account falsi proveniente da Iran, Israele e Malesia

Il 24 dicembre scorso, spiega la compagnia in una nota, “ci siamo resi conto che qualcuno, tramite una vasta rete di account falsi sfruttava la nostra API per abbinare i nomi utente ai numeri di telefono. Gli account dediti a queste attività erano dislocati in molti Paesi diversi, ma abbiamo rilevato un volume particolarmente elevato di richieste provenienti da singoli indirizzi IP situati in Iran, Israele e Malesia. È possibile che alcuni di questi indirizzi IP possano avere legami con soggetti appoggiati dallo Stato”.

Vulnerabilità nella funzione che aiuta a trovare altri utenti conosciuti

A essere sfruttata da malintenzionati è la vulnerabilità in una funzione, ora corretta da Twitter, che aiuta chi crea un nuovo account a trovare utenti che già conosce. Gli utenti esposti alla vulnerabilità sono soltanto quelli che hanno abilitato l’opzione Consenti agli utenti che hanno il tuo numero di trovarti su Twitter, e che hanno associato un numero di telefono al proprio profilo Twitter. La società non ha reso però noto il numero di utenti potenzialmente coinvolti, riporta Ansa. Lo stesso 24 dicembre scorso, il sito americano TechCrunch aveva dato notizia di un ricercatore di sicurezza, chiamato Ibrahim Balic, che era riuscito a scopo dimostrativo ad abbinare 17 milioni di numeri di telefono ad altrettanti utenti di Twitter usando la stessa vulnerabilità.

I social network sono uno dei fronti più esposti alle minacce di attacchi informatici

“I social network sono ormai da tempo uno dei fronti più esposti alle minacce di attacchi informatici, che mettono a rischio la sicurezza e la privacy degli utenti”, rileva Gabriele Faggioli, responsabile dell’Osservatorio Information security & privacy del Politecnico di Milano e Ceo di P4I-Partners4Innovation. Lo scorso agosto, ad esempio, Instagram ha buttato fuori dalla piattaforma una startup di marketing, Hyp3r, scoperta a raccogliere in modo illecito i dati degli utenti a scopo pubblicitario. Il caso più eclatante resta però quello di Cambridge Analytica, per aver messo le mani sui dati di 87 milioni di utenti Facebook usati per veicolare spot politici nella campagna referendaria britannica sulla Brexit e nelle elezioni presidenziali americane del 2016.


Le piante fanno bene alla salute, soprattutto al lavoro

Le piante non solo rallegrano e rendono più fresco un ambiente domestico, ma anche l’ambiente lavorativo. Non solo, tenere una pianta sulla scrivania dell’ufficio e prendersene cura abbassa i livelli di stress e migliora la vita lavorativa. La conferma una ricerca giapponese condotta da Masahiro Toyoda, Yuko Yokota, Marni Barnes e Midori Kaneko, che hanno analizzato l’uso pratico delle piante d’appartamento allo scopo di aumentare la salute mentale dei dipendenti. L’obiettivo della ricerca era verificare l’effetto di riduzione dello stress derivante della interazione con una pianta a seguito di una sensazione di affaticamento durante le ore d’ufficio.

Verificare l’impatto psicologico e fisiologico indotto dalle piante da interno

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista HortTechnology ed è stata condotta presso l’Università di Hyogo, ad Awaji, in Giappone, allo scopo di verificare scientificamente l’impatto psicologico e fisiologico indotto dalle piante da interno. Invece di condurre esperimenti in un ambiente di laboratorio i ricercatori hanno calcolato la riduzione dello stress sui dipendenti in ambienti di ufficio reali. Questo tramite l’interazione con una pianta, scelta e accudita dallo stesso soggetto, in un ambiente di ufficio reale.

“Al momento, non così tante persone comprendono e sfruttano appieno il beneficio che le piante possono apportare sul posto di lavoro – afferma Toyoda -. Abbiamo deciso che era essenziale verificare e fornire prove scientifiche dell’effetto di riduzione dello stress che le piante possono produrre”.

Cambiamenti nello stress prima e dopo aver posizionato la pianta sulla scrivania

Il team di ricerca ha studiato i cambiamenti dello stress psicologico e fisiologico prima e dopo aver posizionato una pianta sulle scrivanie dei lavoratori. La ricerca ha coinvolto 63 lavoratori, divisi in due gruppi e invitati a riposarsi per tre minuti quando si sentivano affaticati, riporta AGI. A differenza del gruppo di controllo, che non prevedeva l’interazione con la pianta, il gruppo di lavoratori che doveva prendersi cura di una piccola pianta manifestava una diminuzione della frequenza cardiaca in modo significativo dopo un riposo di 3 minuti, e a seguito dell’interazione con la loro pianta da scrivania.

Una soluzione economica e utile per migliorare le condizioni dei dipendenti

Ai partecipanti è stata offerta una scelta di sei diversi tipi di piante da tenere sui loro banchi, piante aeree, piante bonsai, cactus san pedro, piante a fogliame, kokedama o echeveria. Ogni partecipante ha scelto uno dei sei tipi di piccole piante da interno, e lo ha posizionato vicino al monitor del PC sulla propria scrivania. La ricerca dimostrerebbe che l’ansia diminuisce significativamente con l’interazione attiva (osservare e accudire la pianta) rispetto all’interazione passiva (scelta e posizionamento della pianta), in ogni fascia d’età e di impiego del campione di soggetti considerato. Toyoda e il suo team suggeriscono agli imprenditori che le piccole piante da interno potrebbero essere una soluzione economica e utile per migliorare le condizioni d’ufficio dei dipendenti, promuovendo e facilitando la salute mentale degli impiegati. 


Instagram vietata ai minori di 13 anni. Nuove regole per la sicurezza dei giovanissimi

Novità in arrivo per Instagram. Dopo avere fatto sparire i like il social network ora mette in campo alcuni nuovi aggiornamenti per proteggere i più giovani. Aggiornamenti già annunciati come parte del proprio investimento per la sicurezza dei giovani attivi sulla piattaforma. In particolare, ai nuovi utenti ora verrà chiesto di comunicare la propria età prima che si iscrivano, perché la rinnovata policy della piattaforma prevede un’età minima di 13 anni per poter registrare un account. I minori di 13 anni, pertanto, non potranno più iscriversi.

Inoltre, se gli account di Facebook e Instagram sono collegati fra loro, verrà automaticamente aggiunta la data di nascita che si trova sul profilo Facebook. E se si dovesse modificre la data di nascita sul profilo Facebook, questa verrà cambiata anche su Instagram.

In arrivo una nuova impostazione nei messaggi in direct

Se invece non si possiede un account Facebook, o se i due account non sono collegati, è possibile aggiungere o modificare la propria data di nascita direttamente su Instagram. Nelle prossime settimane, poi, verrà introdotta anche una nuova impostazione nei messaggi in direct, che permetterà agli utenti di scegliere di non ricevere più messaggi, o di non essere aggiunto ai gruppi di chat, da persone che non vengono seguite, riporta una notizia Adnkronos.

Adeguare le diverse esperienze all’età degli utenti

“Questi cambiamenti permetteranno a Instagram di adeguare le diverse esperienze offerte dalla piattaforma all’età dei suoi utenti con un’attenzione particolare ai più giovani e assicurando, allo stesso tempo, che i minori di 13 anni non vi possano accedere – spiega una nota del social network -. In passato Instagram non ha mai chiesto l’età delle persone perché si è sempre posta come un luogo dove potersi esprimere liberamente. Per questa ragione – prosegue la nota – non verrà comunque mostrata la data di compleanno alle altre persone della community”.

Obiettivo, accrescere ulteriormente i livelli di protezione

“Questi cambiamenti rappresentano un passo in avanti nello sforzo di tutelare i più giovani, ma non significa che Instagram si fermerà qui – si legge ancora nella nota -. Nel corso dei prossimi mesi verrà studiato come le nuove informazioni potranno contribuire ad accrescere ulteriormente i livelli di protezione. Ad esempio i più giovani verranno incoraggiati a utilizzare tutti gli strumenti di controllo dell’account e della privacy che la piattaforma mette a loro disposizione”.


Waste Watcher, la dieta mediterranea antispreco seguita da 6 italiani su 10

Il 16 novembre scorso la dieta mediterranea è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco. Si tratta di un riconoscimento a un regime alimentare che per il 64% degli italiani si rivela un prezioso alleato, oltre che della salute, anche nella prevenzione e nella riduzione dello spreco alimentare. E i dati dell’Osservatorio Waste Watcher 2019 di Last Minute Market/Swg poi lo dimostrano: la dieta mediterranea si conferma saldamente patrimonio nazionale. Tanto che 1 italiano su 3, il 33%, dichiara di praticarla nel quotidiano, e 1 italiano su 2, il 52%, la pratica almeno “parzialmente”. In totale, si tratta di un 85% di cittadini che sanno cosa significhi mangiare mediterraneo e improntano, del tutto o in parte, l’alimentazione ai parametri di questa dieta.

Il riconoscimento Unesco di Patrimonio Immateriale dell’Umanità

Ma cosa si intende, esattamente, per dieta mediterranea? “La complessità di sfumature e significati esplicitati dall’Unesco in relazione alla dieta mediterranea sembrano accessibili agli italiani – osserva l’agroeconomista Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market e della campagna Spreco Zero -. Se 1 italiano su 2 (53%) la definisce un ‘regime alimentare’, il 41% riconosce molteplici valenze come le ‘tradizioni alimentari legate ai popoli mediterranei che si affacciano sul Mediterraneo’ (19%), uno stile di vita che include la convivialità e l’attività fisica (17%), un insieme di valori insiti nel riconoscimento Unesco di Patrimonio Immateriale dell’Umanità (5%)”.

Il 39% dei cittadini ha aumentato il consumo di verdura e legumi

“Aspetto decisamente rilevante per il monitoraggio sull’evoluzione delle abitudini alimentari degli italiani – commenta Segrè – è quello legato alle scelte nutrizionali: i dati Waste Watcher evidenziano che 1 italiano su 3 (29%) ha ridotto il consumo di carne, mentre il 39% dei cittadini ha aumentato il consumo di verdura e legumi o abbracciato le regole del regime nutrizionale mediterraneo”.

“Il modello agro-nutrizionale mediterraneo ha un impatto ambientale assai ridotto”

Ma la dieta mediterranea si dimostra anche un prezioso alleato nella prevenzione e nella riduzione dello spreco alimentare secondo il 64% degli italiani, mentre aiuta a ridurre del tutto gli sprechi per il 26%, e secondo il 38% dei cittadini lo riduce parzialmente, riporta Adnkronos.

“Del resto – aggiunge Segrè – i nostri studi dimostrano che il modello agro-nutrizionale mediterraneo ha un impatto ambientale assai ridotto: il consumo di acqua è pari a 1.700 metri cubi pro capite rispetto ai 2.700 del modello anglosassone, il che dimostra la sostenibilità della dieta mediterranea, sia dal punto vista della produzione che del consumo”.


I danni dell’obsolescenza programmata su economia e ambiente

Si chiama obsolescenza programmata, e scatena i reclami dei consumatori delusi da dispositivi elettronici ed elettrodomestici che cessano di funzionare troppo presto. Secondo Altroconsumo, le problematiche più frequenti riscontrate, ad esempio, in uno smartphone sono batteria, touchscreen e caricatore, nei televisori telecomando, schermi e connettori, nei pc ancora una volta sono le batterie a non funzionare al meglio, seguite da hard disk e alimentatori. Ma dalle lavatrici che si rompono e che non conviene o è impossibile riparare agli smartphone con sistemi operativi impossibili da aggiornare dopo un anno, deriva una produzione dei cosiddetti Raee, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, che raggiungerà 12 milioni di tonnellate entro il 2020.

Altroconsumo e associazioni europee lanciano il progetto Prompt

Contro il fenomeno dell’obsolescenza programmata, che comporta elevati costi per l’ambiente, l’economia e le tasche dei consumatori, Altroconsumo e le organizzazioni di consumatori di Spagna, Belgio e Portogallo, lanciano il progetto Prompt (Premature Obsolescence multi-stakeholder product testing programme) con una piattaforma online dove è possibile segnalare casi di questo tipo, inserendo dati e caratteristiche del prodotto malfunzionante. Più alto sarà il numero di segnalazioni, maggiore sarà la forza delle azioni che saranno intraprese per tutelare i consumatori da questa pratica.

Incentivare i consumatori a utilizzare i prodotti più a lungo

L’obiettivo del progetto Prompt è proprio quello di sviluppare un programma di test indipendenti per valutare la longevità dei prodotti elettronici. Diversi membri del Beuc, la federazione europea di organizzazioni di consumatori, hanno aderito all’iniziativa, che oltre a stimolare i produttori, servirà anche a incentivare i consumatori a utilizzare più a lungo i prodotti, a ripararli e ad accettare anche prodotti di seconda mano. I risultati dei test andranno anche a delineare i prodotti migliori per ciascuna categoria considerata. Anche la Commissione europea ha adottato nuove regole per incoraggiare i produttori a progettare prodotti pensando alla rigenerazione, al recupero e al riciclo. Recente anche il nuovo regolamento Ecodesign, adottato dalla Commissione europea, emanato proprio come misura per sostenere la riparabilità e la riciclabilità dei prodotti.

L’Unione Europea sostiene riparabilità e riciclabilità

Il pacchetto prevede una regolamentazione che rende obbligatorio mantenere sul mercato per almeno 7 anni alcuni pezzi di ricambio. Le 10 categorie di strumenti tecnologici coinvolti sono frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, display elettronici, motori elettrici, trasformatori, alimentatori, impianti di illuminazione, frigoriferi con funzioni di vendita e attrezzature per saldatura. Un provvedimento, riporta Adnkronos, che contribuirà agli obiettivi di economia circolare, migliorando la durata della vita, la manutenzione e il riutilizzo degli apparecchi. E al tempo stesso alleggerirà le tasche delle famiglie.


Italia, cresce l’uso dei pagamenti elettronici

Anche se il nostro Paese continua a essere una sorta di “cenerentola” europea in merito all’utilizzo di pagamenti digitali, questa tipologia di pagamento sta registrando segnali di decisa crescita. “Nel 2018, in Italia, il numero di pagamenti al dettaglio effettuati con strumenti diversi dal contante è cresciuto del 6.8%, in accelerazione rispetto al tasso di crescita registrato nell’anno precedente” riporta la 17a edizione dell’Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments curato da Assofin, Nomisma e Ipsos, con il contributo di CRIF. A tale dinamica corrisponde un aumento dei volumi complessivi del +4.7%.

Carte di credito e carte di debito in crescita

Lo studio evidenzia che nel 2018 il numero di carte di credito attive in circolazione in Italia è pari a circa 15 milioni di unità contro i 56.3 milioni di carte di debito. La maggior parte delle carte in circolazione è di tipo familiare o personale e solo l’8.2% aziendale. Considerando il numero di transazioni effettuate con carte di credito si nota un percorso di crescita che arriva a superare un milione di unità nel 2018, anno in cui si è registrato il record degli importi transati i quali hanno superato gli 80 miliardi di euro. “Il valore medio delle transazioni effettuate con tale tipologia di carta è leggermente diminuito a conferma di un utilizzo più diffuso anche per acquisti di medio-basso valore” precisa il report. per quanto riguarda le carte di debito, nel periodo 2017/2018 si è visto un aumento del 5% degli importi complessivi delle transazioni. In termini di numero medio di transazioni annue su POS con carta di debito, nel 2018 vi è stato un aumento di due unità rispetto al 2017 (38 contro 36).

Maturo il comparto delle carte prepagate

L’Osservatorio sottolinea che il mercato delle carte prepagate presenta invece “segnali di maturità”. Nel corso del 2018 è stata registrata una lieve riduzione del numero di carte accompagnata però da una crescita significativa del numero di operazioni. Con un aumento del 26.5% delle transazioni effettuate, la carta prepagata si conferma uno strumento di ampia diffusione e utilità per il consumatore.

Il mercato delle carte con funzione rateale

A fine 2018 le carte con funzione rateale in circolazione ammontano a 9.2 milioni, pari a circa un terzo del totale delle carte di credito di sistema. L’aggregato fa riferimento per circa l’80% a carte opzione, che lasciano al titolare la scelta tra la modalità di rimborso a saldo e quella rateale, e per il restante 20% alle carte rateali “pure”, tra le quali quelle finalizzate alla rateizzazione del premio assicurativo. Nel 2018 e nel primo semestre del 2019 è proseguita la crescita dei volumi delle carte opzione/rateali, sebbene a ritmi più contenuti rispetto agli anni precedenti.

Pagamenti sempre più fluidi e digital

La ricerca condotta tra i principali operatori bancari e finanziari sottolinea che gli investimenti si orientano verso nuove tecnologie per rendere i pagamenti sempre più fluidi e digital. Molti operatori hanno dichiarato di essere impegnati nella proposta di soluzioni di mobile payments, instant payments e/o mobile wallets, ad oggi tuttavia ancora poco utilizzati. Attualmente, infatti, lo strumento maggiormente apprezzato dai clienti risulta essere la carta contactless. Le strategie di offerta risultano focalizzate sul mantenimento della relazione privilegiata con il cliente, al fine di evitare il rischio di disintermediazione. In tema di innovazioni tecnologiche, nel comparto finanziario la fenomenologia digital che mostra i tassi di crescita più interessanti sono le App per l’instant payment.


I giovani italiani vogliono espatriare, ma non solo per denaro

Voglia di espatriare? Si, ma solo per i giovani italiani residenti nelle città più ricche. Ne scrive sul Corriere della Sera Federico Fubini, che si chiede perché mai “tanti italiani colti, preparati, giovani e ambiziosi vogliano andarsene” proprio dalle regioni più benestanti d’Italia. “Difficile pensare – commenta Fubini – che siano solo migranti economici dei ceti schiacciati dalle forze tecnologiche e commerciali del secolo”. Gran parte di coloro che vanno all’estero vengono infatti dalle regioni più ricche. Delle 57 province con un tasso di emigrazione internazionale superiore alla media del Paese, 45 registrano infatti anche un tasso di occupazione più alto della media.

La fuga da culle di qualità della vita, ricchezza e produttività

In pratica, “si espatria da culle di qualità della vita, ricchezza e produttività come Mantova, Vicenza, Trieste, Varese, Como, Trento – aggiunge Fubini -. Fra le prime venti province per percentuale di abbandono del Paese, soltanto tre hanno meno occupati della media”.

Perché allora i giovani se ne vanno da città tanto civili? La risposta è che esiste una forte “correlazione fra le aree di origine di questi ragazzi e la mappa delle crisi dei distretti italiani”, spiega Fubini, come Macerata con le calzature, i mobili di Udine o Pordenone, l’industria orafa a Vicenza o Arezzo, e il tessile di Como. “Luoghi di antica ricchezza, ma alta intensità di defezioni verso il resto del mondo, ancor più che verso il resto del Paese”, si legge ancora nell’inchiesta.

Motivazioni culturali e psicologiche

La mappa dell’espatrio dice però che le motivazioni più profonde non sono solo economiche, ma anche culturali e psicologiche. “Le nuove generazioni istruite tendono a trovare il modello di piccola e media impresa italiana arretrato sul piano delle tecnologie, e inadeguato nella prima linea dei manager, riluttante a dar loro spazi di crescita rapida”, si sottolinea nell’articolo. Quindi, decidono che non vogliono più subire la lentezza, l’atrofia e la rigidità delle carriere. E se ne vanno.

C’è chi va e c’è chi viene

Ma se c’è chi va c’è anche chi viene. Sono i medici provenienti da tutto il mondo che da anni lavorano nei nostri ospedali. Come la ginecologa Mbiye Diku di Kinshasa, arrivata negli ’70 dal Congo. “Sono stati anni belli. Anni di alti e bassi. Quando sono arrivata – spiega Mbiye Diku – l’Italia era provinciale. Un posto chiuso. Ma con ingenuità e grazia. Poi ha cominciato ad aprirsi e modernizzarsi sul piano culturale e sociale. Quindi è arrivato il declino. Inesorabile, salvo qualche breve risalita. Ora la crisi è sotto gli occhi di tutti”.

Secondo la dottoressa “siamo tutti numeri, la qualità della prestazione non conta più, si lavora a cottimo, la solidarietà tra colleghi è sparita, anche per il troppo stress”. Per non parlare della cattiva gestione degli ospedali, il blocco delle assunzioni, la crescente insoddisfazione, riporta AGI. Segno delle condizioni di declino in cui versa il Paese.


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