La compravendita di auto usate genera 11,9 miliardi. Soprattutto online

Dopo il lockdown la ripartenza del settore auto passa anche per la Second Hand Economy, una forma di economia circolare sempre più rilevante. Tanto che la compravendita di veicoli usati nel nostro Paese ha generato un volume di affari pari a 11,9 miliardi di euro nel 2019. Quasi il 50% del valore totale stimato dell’economia dell’usato, che in Italia nel 2019 valeva 24 miliardi di euro, pari all’1,3% del Pil. E l’online gioca un ruolo di primo piano nella crescita dell’economia dell’usato. Lo rivela l’Osservatorio Second Hand Economy, condotto da BVA Doxa per Subito. E la ricerca ha evidenziato come proprio i “motori” giochino un ruolo fondamentale nel settore della compravendita dell’usato in Italia.

Il del 70% della crescita si deve al mercato online

“Si tratta di una grande opportunità per ripartire – dichiara Andrea Volontè, head of Automotive di Subito – tanto che sempre più operatori del settore chiedono a gran voce incentivi non solo sul nuovo, ma anche sull’usato ‘fresco’, che costituisce un’ottima opportunità per svecchiare il parco circolante e renderlo meno inquinante”.

Se nel 2019 il mondo dei veicoli ha generato un volume di affari online pari a 4,7 miliardi euro l’online gioca un ruolo decisivo nella crescita dell’economia dell’usato. Basti pensare che è responsabile del 70% della crescita assoluta anno su anno (700 milioni su 1 miliardo). Cresce infatti tra gli italiani soprattutto la ricerca di auto usate online, considerato non solo il punto di partenza, ma anche di arrivo per chi vuole acquistare o vendere una vettura.

Il 42% di chi ha comprato veicoli usati nel 2019 lo ha fatto sul web

In generale, il 42% di chi ha comprato veicoli usati nel 2019 dichiara di averlo fatto online, un dato in crescita rispetto al 2018 (37%). La preferenza è per auto e relativi accessori (pari merito al 17%), seguiti da moto e scooter (9%) e relativi accessori (5%), nautica, caravan e camper, veicoli commerciali. Il canale offline si ferma invece al 18%, in calo rispetto all’anno precedente (20%), riferisce Ansa. Per quanto riguarda la vendita, gli italiani vendono principalmente online veicoli per il 26% contro il 13% offline, con una preferenza per auto (11%) e relativi accessori (8%), moto e scooter (5%) e relativi accessori, caravan e camper, nautica.

Grazie all’usato i premium brand diventano accessibili

Tra le motivazioni principali che spingono alla ricerca di un’auto usata online rientrano l’immediatezza e la facilità di utilizzo del web, la possibilità di trovare in poco tempo quello che si sta cercando, e quella di avere accesso a un’offerta più ampia rispetto ai canali tradizionali. Ma anche la possibilità di trovare l’auto che si desidera a un prezzo competitivo, che vale non solo per le auto ‘entry level’, ma anche per i premium brand. Che grazie all’usato diventano più accessibili. Su Subito.it, ad esempio, BMW, Mercedes e Audi si confermano da anni i 3 brand più cercati dagli utenti.


Ministero delle Finanze, migliorano i tempi di pagamento delle PA

Ogni tanto c’è anche una buona notizia per le “tasche” di imprese e professionisti. Nello specifico, si accorciano sensibilmente i tempi di pagamento da parte delle PA, che sono scesi a 48 giorni nel 2019. A decretare questo miglioramento, dati alla mano, è il Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso un’analisi sui pagamenti delle fatture commerciali ricevute dalle PA nel quinquennio 2015-2019. Più nel dettaglio,  il tempo medio per il pagamento delle fatture da parte delle Pubbliche amministrazioni è sceso nel corso dell’anno passato a 48 giorni, dai 55 del 2018, con un ritardo medio di 1 giorno rispetto alla scadenza.

Le Pubbliche Amministrazioni hanno ricevuto fatture per 29,1 milioni di euro

Sulla base dei dati del sistema informativo della Piattaforma per i crediti commerciali (PCC) rilevati a maggio 2020, si legge nell’analisi del Mef, le fatture ricevute dalla PA nel 2019 sono state 29,1 milioni, per un importo totale dovuto di 148,2 miliardi. Le fatture pagate ammontano a 24,5 milioni, pari a 140,4 miliardi di euro, che corrisponde a circa il 94,8% dell’importo totale.

“Anche tenendo conto delle code dei pagamenti non ancora effettuati al momento della rilevazione (che potrebbero far rivedere al rialzo la serie di dati), il tempo medio ponderato occorso per saldare le fatture del 2019 è pari a 48 giorni, a cui corrisponde un ritardo medio di 1 giorno rispetto alla scadenza” precisa il Ministero dell’Economia e delle Finanze in una nota.

Un trend in continuo miglioramento

Per fortuna, non si tratterebbe di una buona pratica temporanea. I tempi di pagamento delle fatture emesse nel 2019 (48 giorni), prosegue il Ministero, confermano il trend decrescente del quadriennio precedente, in cui il tempo medio di pagamento era già sceso dai 74 giorni del 2015 fino ai 55 del 2018. Corrispondentemente, il tempo medio di ritardo (un giorno nel 2019) si era già ridotto da 27 giorni del 2015 a 7 del 2018. L’incremento delle fatture pagate nei tempi previsti risulta particolarmente importante per gli Enti del SSN, la cui percentuale, calcolata in termini di importo, passa dal 50,5% del 2015 al 77,1% del 2019. La performance migliore è fatta registrare dal comparto delle Regioni e Province autonome, con una percentuale del 77,8% nel 2019.

Conti saldati nei termini previsti dalla normativa comunitaria e nazionale

Con la riduzione dei tempi di pagamento, aumenta in parallelo anche la quota di fatture saldate dalle Pubbliche Amministrazioni entro i termini previsti dalla normativa comunitaria e nazionale. Le percentuali, calcolate in termini di importo, passano dal 53,3%, per le fatture emesse nel 2015, al 64,8% per quelle del 2018 e al 69% per quelle del 2019.


Nel mese di aprile più di 772 milioni di ore di cassa integrazione

Durante il mese di aprile 2020 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate, esclusi i fondi di solidarietà, è stato pari a 772,3 milioni, pari al 2.953,6% in più rispetto allo stesso mese del 2019, che registrava un numero di ore pari a 25,3 milioni. Una differenza esorbitante, che non lascia spazio a dubbi circa l’entità della crisi economica sopraggiunta in relazione alle misure adottate dal Governo per contenere la pandemia da Covid-19. I dati sono stati comunicati dall’Inps, e sono contenuti nel suo Osservatorio sulla Cassa integrazione guadagni (Cig), il quale indica come nel mese di aprile 2020 il 98% delle ore di cassa integrazione ordinaria e deroga siano state autorizzate con la causale “emergenza sanitaria Covid-19”.

Boom della cassa ordinaria e in deroga legato all’emergenza Covid-19

Secondo l’Osservatorio Cig, quindi, emerge il boom della cassa ordinaria (+9.509%) e di quella in deroga (+239.056%) legate all’emergenza Covid-19, e un calo della straordinaria (-30,3%). Più in particolare, riporta l’Ansa, il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate ad aprile 2020 è stato pari a 12,4 milioni, di cui 2,3 milioni per solidarietà, registrando un decremento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 17,9 milioni di ore autorizzate. Nel mese di aprile 2020 rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +71,6%.

Un’enorme entità di ore anche rispetto a marzo 2020

Più in dettaglio, nel settore industria sono state autorizzate 605,2 milioni di ore, contro i 5,7 milioni di ore di aprile 2019, e nel settore edilizia 107,8 milioni di ore, contro 1,8 milioni di ore di aprile 2019. Secondo l’osservatorio Inps, inoltre, le ore autorizzate nel mese di aprile 2020 risultano di enorme entità anche rispetto a quanto registrato nel mese precedente, dove risultavano autorizzate 12,7 milioni di ore, riporta Adnkronos.

Da gennaio-aprile 2020 le ore autorizzate volano a 834,8 milioni

Per quanto riguarda gli interventi in deroga, sempre ad aprile 2020, sono stati pari a 46,9 milioni di ore autorizzate. Nello stesso mese dell’anno scorso erano state autorizzate solo 20 mila ore, e con riferimento al mese precedente, cioè a marzo 2020, le ore autorizzate risultavano di entità ancora inferiore, pari a 2 mila ore circa. Ma l’impennata del mese di aprile fa schizzare in alto anche i valori cumulati dei primi quattro mesi del 2020. Nel periodo gennaio-aprile 2020, infatti, le ore di Cig autorizzate dall’Inps volano a 834,8 milioni, l’815,74% in più rispetto alle 91 milioni di ore di gennaio-aprile 2019, conferma il Sole 24 Ore.


Fase 2, gli over 50 tornano al lavoro più dei giovani

Secondo quanto stabilito dal Dpcm del 26 aprile dal 4 maggio 4,4 milioni di italiani hanno ripreso la propria attività lavorativa, mentre 2,7 milioni continuano a restare a casa in attesa di misure governative successive. Secondo l’indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro dal titolo Ritorno al lavoro per 4,4 milioni di italiani. Al Nord prima che al Sud, anziani più dei giovani, su 100 lavoratori rimasti a casa il 62,2% è potuto tornare al lavoro. Ma la ripresa coinvolge soprattutto lavoratori over 50, rispetto ai giovani, interessando maggiormente il Nord Italia e favorendo i lavoratori dipendenti a discapito degli autonomi.

Il 74,8% del totale sono uomini

La ripresa, sottolinea la ricerca, interessa principalmente i lavoratori dell’industria, dove l’attività potrà ritornare a pieno regime (100% dei settori riaperti). Su 100 lavoratori rientrati al lavoro il 60,7% è occupato nel settore manifatturiero, il 15,1% nelle costruzioni, il 12,7% nel commercio e l’11,4% in altre attività di servizio. E a tornare al lavoro è principalmente la componente maschile, più presente in questo comparto, che riguarda 3,3 milioni di uomini, il 74,8% del totale, e “solo” 1,1 milioni di donne (25,2%). In generale, si tratta soprattutto di lavoratori dipendenti (3,5 milioni, il 79,4% di chi ha ripreso a lavorare) mentre gli autonomi (20,6%) dovranno ancora aspettare. Solo il 49% di loro ha potuto riaprire già dal 4 maggio.

La ripresa si concentra proprio nelle aree più interessate dal virus

Tra i paradossi legati alla riapertura delle attività produttive, nonostante il dibattito nazionale sull’opportunità di prevedere rientri differenziati per tutelare la popolazione, c’è l’aspetto legato all’età dei lavoratori coinvolti. Gli over 50 infatti riprendono a lavorare prima dei giovani. Su 100 occupati in settori “sospesi” a rientrare sono il 68,7% dei 50-59enni, il 67,1% dei 40-49enni, il 59% dei 30-39enni e il 48,8% degli under 30. Ed è alta anche la percentuale degli over 60, pari al 60,1% di quanti sono rimasti a casa per effetto del blocco.

Inoltre, anche la settorialità delle aperture delinea un quadro non coerente rispetto alla diffusione della pandemia. La ripresa, infatti, si concentra proprio nelle aree più interessate dal virus.

Solo il 36,6% resta in smart working

A fronte di 2,8 milioni di lavoratori al Nord Italia sono 812mila al Centro e 822mila al Sud. Tra le regioni interessate Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto, Marche e Lombardia, dove il tasso di rientro oscilla intorno al 69%. Mentre in Val d’Aosta (49,3%), Lazio (46,7%), Sicilia (43,4%), Calabria (42,5%) e Sardegna (39,2%), la ripresa interessa meno di un lavoratore su due tra quelli “sospesi”. Ovviamente la riapertura dei settori non comporta necessariamente la presenza in sede dei lavoratori. Secondo le indicazioni ribadite nei provvedimenti governativi il lavoro agile deve essere mantenuto quanto possibile, riporta Adnkronos. Tuttavia, solo il 36,6% dei lavoratori chiamati a riprendere l’attività può farlo in smart working. Il 63,4%, per le caratteristiche del proprio lavoro, non potrà che recarsi in sede.


Pandemia e recessione, per gli AD è necessario accelerare la trasformazione digitale

La pandemia di coronavirus sta causando una recessione economica a livello mondiale, ma gli amministratori delegati dei diversi settori economici dovrebbero agire subito, e non aspettare, a pianificare, ottimizzare e accelerare la trasformazione digitale. Si tratta della ricetta di Bain & Company, la società globale di consulenza strategica, che ha delineato alcune raccomandazioni pratiche che i Ceo dovrebbero seguire. “È difficile – spiega Bain – definire quale e di che portata sarà l’impatto economico della pandemia, anche se è chiaro che l’effetto recessione globale sarà strettamente legato alla sua evoluzione in termini sia temporali che geografici. Abbiamo comunque cominciato a vederne l’effetto sui listini azionari – aggiunge Bain – che complessivamente hanno perso più del 30% nelle ultime settimane”.

Cala il grado di fiducia da parte dei consumatori, anche in Italia

Al clima di estrema incertezza, continua Bain, “contribuiscono anche le reazioni non sempre coordinate delle banche centrali per fronteggiare le implicazioni economiche. Quello che è certo, a oggi, è un calo nel grado di fiducia dei consumatori, già in flessione del 3-4% in Paesi come Usa, Francia e Gran Bretagna, e dell’11% in Giappone”.

Secondo la società di consulenza è infatti ormai chiaro che il coronavirus avrà un impatto significativo, seppur differenziato per settori, anche sull’economia italiana, riporta Aaskanews

“Un approccio wait-and-see spesso è la scelta peggiore in tempi incerti”

“Nonostante non si possa prevedere precisamente l’entità degli impatti a livello sanitario ed economico del coronavirus in Italia e nel mondo – sostiene Roberto Prioreschi, managing director di Bain & Company per Italia, Grecia e Turchia – l’esperienza di Bain dimostra che per le aziende un approccio ‘wait-and-see’ è spesso la scelta peggiore in tempi incerti”.

Dato il livello di incertezza, i normali scenari economici sono insufficienti, e la situazione richiede un nuovo approccio alla pianificazione, specifico per ogni business.

Secondo Prioreschi, “c’è un elemento in comune, però: attendere non è un’opzione e le aziende con una miglior capacità di recovery e mitigazione degli effetti negativi della crisi saranno quelle che agiranno immediatamente, adottando in anticipo misure preventive e seguendo una serie di best practice nel breve e nel medio-lungo termine”.

Adottare un approccio da war room e intraprendere la digital transformation

“Oltre alla protezione delle persone – puntualizza il managing director – che è in assoluto e per tutte le aziende l’obiettivo prioritario, la nostra raccomandazione si può sintetizzare in tre concetti: adottare un approccio da war room, analizzare e ottimizzare production & supply chain e intraprendere o accelerare la digital transformation, nella forma più consona al proprio business”.


L’inquinamento acustico colpisce un cittadino europeo su 5

Nel Vecchio Continente l’aumento del traffico stradale e dell’urbanizzazione hanno aumentato il numero delle persone esposte a livelli di rumore elevati, e sono circa 113 milioni gli europei colpiti dal rumore a lungo termine dovuto al traffico urbano. In pratica, un cittadino europeo su cinque è soggetto all’inquinamento acustico. È quanto rileva l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) nel rapporto Rumore ambientale in Europa – 2020, secondo il quale tra il 2012 e il 2017 il numero di persone esposte a livelli di rumore elevati è rimasto sostanzialmente stabile. Il che significa che probabilmente l’Europa non avrebbe ridotto l’inquinamento acustico nel 2020 ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Il traffico stradale è la prima fonte di inquinamento acustico

L’Oms raccomanda infatti di non superare la soglia di valori medi di 55 dBA (decibel ponderati) nel periodo diurno e 45 dBA in quello notturno. Come spiega l’Aea, però, oltre la metà dei cittadini europei è esposto a soglie di 55 dB o più, che a lungo termine provoca effetti negativi sulla salute. Nel rapporto dell’Aea il traffico stradale, oltre a essere una fonte primaria di inquinamento atmosferico, viene citato come la principale fonte di inquinamento acustico nelle grandi città europee, seguito da quello ferroviario, aeronautico e industriale. In particolare, il rumore ferroviario ha colpito circa 22 milioni di persone, mentre 4 milioni di persone sono state esposte a livelli elevati di rumore degli aerei, riferisce Adnkronos.

Circa 12.000 morti premature sono collegate al rumore ambientale

L’Agenzia stima che l’esposizione a lungo termine al rumore ambientale sia collegato ogni anno in Europa a circa 12.000 morti premature, e contribuisca a 48.000 nuovi casi di cardiopatia ischemica. Si stima inoltre che 22 milioni di persone soffrano di fastidio cronico, e 6,5 milioni di disturbi cronici del sonno. Inoltre, i bambini esposti a rumore elevato a scuola possono sperimentare una scarsa capacità di lettura. Oltre a colpire gli esseri umani, riporta Rinnovabili.it, l’inquinamento acustico rappresenta  una minaccia crescente anche per la fauna selvatica, compromettendone l’attività riproduttiva e aumentando la mortalità degli animali, spesso costretti a fuggire dal proprio habitat in cerca di zone più tranquille.

Le misure suggerite per ridurre i livelli di rumore nelle città

Secondo l’Agenzia le misure per ridurre i livelli di rumore nelle città includono la manutenzione di vecchie strade, una migliore gestione dei flussi di traffico e la riduzione dei limiti di velocità a 30 chilometri all’ora. Alcuni Paesi avrebbero già adottato queste misure utili a ridurre l’inquinamento acustico, e in aggiunta si registrano anche misure volte a sensibilizzare i cittadini verso l’uso di mezzi di trasporto meno rumorosi, come la bicicletta,  o i monopattini elettrici. Gioca un ruolo importante anche la creazione di nuove aree tranquille, come parchi e spazi verdi, dove le persone possano rifugiarsi dal caos urbano.

Il primo passo però, evidenzia ancora il rapporto, è quello di migliorare la comunicazione e la raccolta di dati. Successivamente, si potranno studiare e impiegare nuove soluzioni per quanto riguarda il trasporto urbano e la gestione del traffico veicolare.


Twitter, gli hacker rubano i numeri di telefono degli utenti

Ancora una volta i social network vengono usati come terreno di caccia per il furto di dati personali. In questo caso è Twitter a essere nel mirino: gli hacker hanno sfruttato una vulnerabilità del social network per rubare i numeri di telefono degli utenti. Si tratta di una pratica denominata scraping, che di solito finisce con lo sfruttamento delle informazioni ottenute a scopo pubblicitario, o con la loro vendita sul mercato nero del dark web. La scoperta risale al 24 dicembre scorso, e a fare luce sull’episodio è stata la stessa Twitter, che ha assicurato di aver sospeso “immediatamente” gli account falsi usati per impadronirsi dei dati.

Una rete di account falsi proveniente da Iran, Israele e Malesia

Il 24 dicembre scorso, spiega la compagnia in una nota, “ci siamo resi conto che qualcuno, tramite una vasta rete di account falsi sfruttava la nostra API per abbinare i nomi utente ai numeri di telefono. Gli account dediti a queste attività erano dislocati in molti Paesi diversi, ma abbiamo rilevato un volume particolarmente elevato di richieste provenienti da singoli indirizzi IP situati in Iran, Israele e Malesia. È possibile che alcuni di questi indirizzi IP possano avere legami con soggetti appoggiati dallo Stato”.

Vulnerabilità nella funzione che aiuta a trovare altri utenti conosciuti

A essere sfruttata da malintenzionati è la vulnerabilità in una funzione, ora corretta da Twitter, che aiuta chi crea un nuovo account a trovare utenti che già conosce. Gli utenti esposti alla vulnerabilità sono soltanto quelli che hanno abilitato l’opzione Consenti agli utenti che hanno il tuo numero di trovarti su Twitter, e che hanno associato un numero di telefono al proprio profilo Twitter. La società non ha reso però noto il numero di utenti potenzialmente coinvolti, riporta Ansa. Lo stesso 24 dicembre scorso, il sito americano TechCrunch aveva dato notizia di un ricercatore di sicurezza, chiamato Ibrahim Balic, che era riuscito a scopo dimostrativo ad abbinare 17 milioni di numeri di telefono ad altrettanti utenti di Twitter usando la stessa vulnerabilità.

I social network sono uno dei fronti più esposti alle minacce di attacchi informatici

“I social network sono ormai da tempo uno dei fronti più esposti alle minacce di attacchi informatici, che mettono a rischio la sicurezza e la privacy degli utenti”, rileva Gabriele Faggioli, responsabile dell’Osservatorio Information security & privacy del Politecnico di Milano e Ceo di P4I-Partners4Innovation. Lo scorso agosto, ad esempio, Instagram ha buttato fuori dalla piattaforma una startup di marketing, Hyp3r, scoperta a raccogliere in modo illecito i dati degli utenti a scopo pubblicitario. Il caso più eclatante resta però quello di Cambridge Analytica, per aver messo le mani sui dati di 87 milioni di utenti Facebook usati per veicolare spot politici nella campagna referendaria britannica sulla Brexit e nelle elezioni presidenziali americane del 2016.


Le piante fanno bene alla salute, soprattutto al lavoro

Le piante non solo rallegrano e rendono più fresco un ambiente domestico, ma anche l’ambiente lavorativo. Non solo, tenere una pianta sulla scrivania dell’ufficio e prendersene cura abbassa i livelli di stress e migliora la vita lavorativa. La conferma una ricerca giapponese condotta da Masahiro Toyoda, Yuko Yokota, Marni Barnes e Midori Kaneko, che hanno analizzato l’uso pratico delle piante d’appartamento allo scopo di aumentare la salute mentale dei dipendenti. L’obiettivo della ricerca era verificare l’effetto di riduzione dello stress derivante della interazione con una pianta a seguito di una sensazione di affaticamento durante le ore d’ufficio.

Verificare l’impatto psicologico e fisiologico indotto dalle piante da interno

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista HortTechnology ed è stata condotta presso l’Università di Hyogo, ad Awaji, in Giappone, allo scopo di verificare scientificamente l’impatto psicologico e fisiologico indotto dalle piante da interno. Invece di condurre esperimenti in un ambiente di laboratorio i ricercatori hanno calcolato la riduzione dello stress sui dipendenti in ambienti di ufficio reali. Questo tramite l’interazione con una pianta, scelta e accudita dallo stesso soggetto, in un ambiente di ufficio reale.

“Al momento, non così tante persone comprendono e sfruttano appieno il beneficio che le piante possono apportare sul posto di lavoro – afferma Toyoda -. Abbiamo deciso che era essenziale verificare e fornire prove scientifiche dell’effetto di riduzione dello stress che le piante possono produrre”.

Cambiamenti nello stress prima e dopo aver posizionato la pianta sulla scrivania

Il team di ricerca ha studiato i cambiamenti dello stress psicologico e fisiologico prima e dopo aver posizionato una pianta sulle scrivanie dei lavoratori. La ricerca ha coinvolto 63 lavoratori, divisi in due gruppi e invitati a riposarsi per tre minuti quando si sentivano affaticati, riporta AGI. A differenza del gruppo di controllo, che non prevedeva l’interazione con la pianta, il gruppo di lavoratori che doveva prendersi cura di una piccola pianta manifestava una diminuzione della frequenza cardiaca in modo significativo dopo un riposo di 3 minuti, e a seguito dell’interazione con la loro pianta da scrivania.

Una soluzione economica e utile per migliorare le condizioni dei dipendenti

Ai partecipanti è stata offerta una scelta di sei diversi tipi di piante da tenere sui loro banchi, piante aeree, piante bonsai, cactus san pedro, piante a fogliame, kokedama o echeveria. Ogni partecipante ha scelto uno dei sei tipi di piccole piante da interno, e lo ha posizionato vicino al monitor del PC sulla propria scrivania. La ricerca dimostrerebbe che l’ansia diminuisce significativamente con l’interazione attiva (osservare e accudire la pianta) rispetto all’interazione passiva (scelta e posizionamento della pianta), in ogni fascia d’età e di impiego del campione di soggetti considerato. Toyoda e il suo team suggeriscono agli imprenditori che le piccole piante da interno potrebbero essere una soluzione economica e utile per migliorare le condizioni d’ufficio dei dipendenti, promuovendo e facilitando la salute mentale degli impiegati. 


Instagram vietata ai minori di 13 anni. Nuove regole per la sicurezza dei giovanissimi

Novità in arrivo per Instagram. Dopo avere fatto sparire i like il social network ora mette in campo alcuni nuovi aggiornamenti per proteggere i più giovani. Aggiornamenti già annunciati come parte del proprio investimento per la sicurezza dei giovani attivi sulla piattaforma. In particolare, ai nuovi utenti ora verrà chiesto di comunicare la propria età prima che si iscrivano, perché la rinnovata policy della piattaforma prevede un’età minima di 13 anni per poter registrare un account. I minori di 13 anni, pertanto, non potranno più iscriversi.

Inoltre, se gli account di Facebook e Instagram sono collegati fra loro, verrà automaticamente aggiunta la data di nascita che si trova sul profilo Facebook. E se si dovesse modificre la data di nascita sul profilo Facebook, questa verrà cambiata anche su Instagram.

In arrivo una nuova impostazione nei messaggi in direct

Se invece non si possiede un account Facebook, o se i due account non sono collegati, è possibile aggiungere o modificare la propria data di nascita direttamente su Instagram. Nelle prossime settimane, poi, verrà introdotta anche una nuova impostazione nei messaggi in direct, che permetterà agli utenti di scegliere di non ricevere più messaggi, o di non essere aggiunto ai gruppi di chat, da persone che non vengono seguite, riporta una notizia Adnkronos.

Adeguare le diverse esperienze all’età degli utenti

“Questi cambiamenti permetteranno a Instagram di adeguare le diverse esperienze offerte dalla piattaforma all’età dei suoi utenti con un’attenzione particolare ai più giovani e assicurando, allo stesso tempo, che i minori di 13 anni non vi possano accedere – spiega una nota del social network -. In passato Instagram non ha mai chiesto l’età delle persone perché si è sempre posta come un luogo dove potersi esprimere liberamente. Per questa ragione – prosegue la nota – non verrà comunque mostrata la data di compleanno alle altre persone della community”.

Obiettivo, accrescere ulteriormente i livelli di protezione

“Questi cambiamenti rappresentano un passo in avanti nello sforzo di tutelare i più giovani, ma non significa che Instagram si fermerà qui – si legge ancora nella nota -. Nel corso dei prossimi mesi verrà studiato come le nuove informazioni potranno contribuire ad accrescere ulteriormente i livelli di protezione. Ad esempio i più giovani verranno incoraggiati a utilizzare tutti gli strumenti di controllo dell’account e della privacy che la piattaforma mette a loro disposizione”.


Waste Watcher, la dieta mediterranea antispreco seguita da 6 italiani su 10

Il 16 novembre scorso la dieta mediterranea è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco. Si tratta di un riconoscimento a un regime alimentare che per il 64% degli italiani si rivela un prezioso alleato, oltre che della salute, anche nella prevenzione e nella riduzione dello spreco alimentare. E i dati dell’Osservatorio Waste Watcher 2019 di Last Minute Market/Swg poi lo dimostrano: la dieta mediterranea si conferma saldamente patrimonio nazionale. Tanto che 1 italiano su 3, il 33%, dichiara di praticarla nel quotidiano, e 1 italiano su 2, il 52%, la pratica almeno “parzialmente”. In totale, si tratta di un 85% di cittadini che sanno cosa significhi mangiare mediterraneo e improntano, del tutto o in parte, l’alimentazione ai parametri di questa dieta.

Il riconoscimento Unesco di Patrimonio Immateriale dell’Umanità

Ma cosa si intende, esattamente, per dieta mediterranea? “La complessità di sfumature e significati esplicitati dall’Unesco in relazione alla dieta mediterranea sembrano accessibili agli italiani – osserva l’agroeconomista Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market e della campagna Spreco Zero -. Se 1 italiano su 2 (53%) la definisce un ‘regime alimentare’, il 41% riconosce molteplici valenze come le ‘tradizioni alimentari legate ai popoli mediterranei che si affacciano sul Mediterraneo’ (19%), uno stile di vita che include la convivialità e l’attività fisica (17%), un insieme di valori insiti nel riconoscimento Unesco di Patrimonio Immateriale dell’Umanità (5%)”.

Il 39% dei cittadini ha aumentato il consumo di verdura e legumi

“Aspetto decisamente rilevante per il monitoraggio sull’evoluzione delle abitudini alimentari degli italiani – commenta Segrè – è quello legato alle scelte nutrizionali: i dati Waste Watcher evidenziano che 1 italiano su 3 (29%) ha ridotto il consumo di carne, mentre il 39% dei cittadini ha aumentato il consumo di verdura e legumi o abbracciato le regole del regime nutrizionale mediterraneo”.

“Il modello agro-nutrizionale mediterraneo ha un impatto ambientale assai ridotto”

Ma la dieta mediterranea si dimostra anche un prezioso alleato nella prevenzione e nella riduzione dello spreco alimentare secondo il 64% degli italiani, mentre aiuta a ridurre del tutto gli sprechi per il 26%, e secondo il 38% dei cittadini lo riduce parzialmente, riporta Adnkronos.

“Del resto – aggiunge Segrè – i nostri studi dimostrano che il modello agro-nutrizionale mediterraneo ha un impatto ambientale assai ridotto: il consumo di acqua è pari a 1.700 metri cubi pro capite rispetto ai 2.700 del modello anglosassone, il che dimostra la sostenibilità della dieta mediterranea, sia dal punto vista della produzione che del consumo”.


1 2 3 5