I giovani italiani vogliono espatriare, ma non solo per denaro

Voglia di espatriare? Si, ma solo per i giovani italiani residenti nelle città più ricche. Ne scrive sul Corriere della Sera Federico Fubini, che si chiede perché mai “tanti italiani colti, preparati, giovani e ambiziosi vogliano andarsene” proprio dalle regioni più benestanti d’Italia. “Difficile pensare – commenta Fubini – che siano solo migranti economici dei ceti schiacciati dalle forze tecnologiche e commerciali del secolo”. Gran parte di coloro che vanno all’estero vengono infatti dalle regioni più ricche. Delle 57 province con un tasso di emigrazione internazionale superiore alla media del Paese, 45 registrano infatti anche un tasso di occupazione più alto della media.

La fuga da culle di qualità della vita, ricchezza e produttività

In pratica, “si espatria da culle di qualità della vita, ricchezza e produttività come Mantova, Vicenza, Trieste, Varese, Como, Trento – aggiunge Fubini -. Fra le prime venti province per percentuale di abbandono del Paese, soltanto tre hanno meno occupati della media”.

Perché allora i giovani se ne vanno da città tanto civili? La risposta è che esiste una forte “correlazione fra le aree di origine di questi ragazzi e la mappa delle crisi dei distretti italiani”, spiega Fubini, come Macerata con le calzature, i mobili di Udine o Pordenone, l’industria orafa a Vicenza o Arezzo, e il tessile di Como. “Luoghi di antica ricchezza, ma alta intensità di defezioni verso il resto del mondo, ancor più che verso il resto del Paese”, si legge ancora nell’inchiesta.

Motivazioni culturali e psicologiche

La mappa dell’espatrio dice però che le motivazioni più profonde non sono solo economiche, ma anche culturali e psicologiche. “Le nuove generazioni istruite tendono a trovare il modello di piccola e media impresa italiana arretrato sul piano delle tecnologie, e inadeguato nella prima linea dei manager, riluttante a dar loro spazi di crescita rapida”, si sottolinea nell’articolo. Quindi, decidono che non vogliono più subire la lentezza, l’atrofia e la rigidità delle carriere. E se ne vanno.

C’è chi va e c’è chi viene

Ma se c’è chi va c’è anche chi viene. Sono i medici provenienti da tutto il mondo che da anni lavorano nei nostri ospedali. Come la ginecologa Mbiye Diku di Kinshasa, arrivata negli ’70 dal Congo. “Sono stati anni belli. Anni di alti e bassi. Quando sono arrivata – spiega Mbiye Diku – l’Italia era provinciale. Un posto chiuso. Ma con ingenuità e grazia. Poi ha cominciato ad aprirsi e modernizzarsi sul piano culturale e sociale. Quindi è arrivato il declino. Inesorabile, salvo qualche breve risalita. Ora la crisi è sotto gli occhi di tutti”.

Secondo la dottoressa “siamo tutti numeri, la qualità della prestazione non conta più, si lavora a cottimo, la solidarietà tra colleghi è sparita, anche per il troppo stress”. Per non parlare della cattiva gestione degli ospedali, il blocco delle assunzioni, la crescente insoddisfazione, riporta AGI. Segno delle condizioni di declino in cui versa il Paese.


Tecnologia, le difficoltà degli over 55

Nonostante il 71% degli over 55 italiani dichiari di avere ottime conoscenze informatiche, il 44% ammette di telefonare ai membri più giovani della famiglia per avere supporto informatico da remoto. Anche se più di cinque italiani su dieci, il 57% contro il 40% a livello globale, descrivono la tecnologia come qualcosa che li rende più emancipati o che li fa sentire più liberi, tra gli over 55 emerge quella che viene chiamata FOMO (Fear Of Missing Out), ovvero la paura di essere “tagliati fuori”. Ma a mettere maggiormente in crisi gli over 55 italiani nella loro relazione con la tecnologia è l’installazione di una soluzione di sicurezza informatica, la protezione del router e la rimozione di virus informatici.

“Mi potresti aggiustare Internet?”

Da un sondaggio di Kaspersky dal titolo “Mi potresti…” emerge che più di un terzo degli over 55 a livello globale, e il 29% in Italia, ha difficoltà ad affrontare le sfide tecnologiche quotidiane senza il supporto dei propri figli. Per questo motivo rivolgono ai membri più giovani della famiglia costanti richieste di aiuto, come “Mi potresti… aggiustare Internet?”, ” mi mostri come caricare un file sul cloud?”, o “potresti rendere sicura la mia app di online banking?”

Allo stesso tempo, più della metà (52%) degli intervistati a livello globale ammette di non intendersi di tecnologia. Un dato che scende significativamente per quanto riguarda i nostri connazionali. Solo due over 55 su dieci (29%) ammette di non avere dimestichezza con la tecnologia.

Il 17% corrompe i figli per ricevere il loro aiuto

Dall’indagine di Kaspersky, inoltre, un terzo (35%) degli over 55 a livello globale si trova a dover affrontare delle sfide tecnologiche quotidiane senza alcun sostegno. In Italia il dato scende al 29%. Il 44% degli italiani (41% a livello globale) interpella i propri figli o altri membri più giovani della famiglia per ricevere supporto informatico da remoto. A un sorprendente 26% dei nostri connazionali, invece, manca più il supporto tecnico dei propri figli che la loro presenza. A livello globale lo stesso dato si attesta al 18%. Con la speranza di ricevere aiuto dai membri più giovani della famiglia, il 17% degli over 55 italiani dichiara di averli addirittura “corrotti” per ricevere il loro aiuto (dato al 15% a livello globale).

“Accrescere la conoscenza per sentirsi più connessi”

Negli ultimi 12 mesi, riferisce Adnkronos, la maggior parte degli over 55 italiani ha ammesso di aver richiesto aiuto per proteggere un router, installare una soluzione di sicurezza informatica o rimuovere i virus informatici. Questo perché “Gli over 55 trovano opprimenti i progressi tecnologici e temono che questi ultimi possano essere un mezzo attraverso il quale essere raggirarti, esposti o presi di mira – spiega Kathleen Saxton, fondatrice di Psyched Global e psicoterapeuta -. Accrescere la propria conoscenza però può aiutare a subire un po’ meno la crisi esistenziale, e a sentirsi un po’ più connessi al nostro Bill Gates interiore”.


Over Motel: benessere e relax

L’Over Motel è il motel Brianza ideale per quanti desiderano individuare una struttura ricettiva che sia posizionata in maniera strategica che consenta di poter raggiungere Monza e la Brianza, ma anche il centro di Milano in un paio di minuti in auto. La struttura è di recente costruzione, e parliamo di un 4 stelle che mette a disposizione degli utenti ogni tipo di comodità per garantire loro un soggiorno assolutamente piacevole e ristoratore all’interno delle camere. Vi sono Infatti aria condizionata e riscaldamenti, TV, telefono, cassetta di sicurezza e tutti gli accessori da bagno. La cosa più interessante è che alcune delle camere migliori dispongono di una spa privata, quindi ad uso esclusivo della stanza all’interno del quale gli utenti possono concedersi una piacevole pausa di benessere ogni qualvolta lo desiderano, senza limiti di tempo.

Questa piacevole possibilità messa a disposizione dall’Over Motel è ovviamente sempre a disposizione degli utenti, senza limitazioni, ogni qualvolta desiderino concedersi un momento di piacevole di relax facendo l’idromassaggio, una sauna o uno dei trattamenti particolari tra i quale è possibile scegliere. Questo hotel dunque, è ideale sia per quanti si spostano per lavoro che per vacanza, considerando inoltre che è possibile parcheggiare la vettura all’interno di box privati con ingresso adiacente la porta di accesso della camera.

Dunque si avrà sempre la propria vettura a pochi metri di distanza, e grazie ad una tenda motorizzata sarà possibile di volta in volta chiudere la visuale dall’esterno o meno in base alle proprie preferenze. L’hotel mette infine a disposizione la possibilità di richiedere in anticipo determinati tipi di allestimento in camera per rendere l’atmosfera ancora più romantica, particolare e adatta al tipo di serata da trascorre assieme al proprio partner, con relativo effetto sorpresa. È possibile richiedere informazioni o prenotare una camera contattando il recapito telefonico 0395973862.


Risorse Umane, come cambia la figura del recruiter: servono skills digitali e di marketing

Risorse umane, si cambia prospettiva e modalità di azione. Già, perché sono sempre di più i candidati che scelgono le aziende e non viceversa. Il dato emerge da un’indagine condotta da R-Everse, azienda italiana di ricerca e selezione del personale, presso un campione di aziende composto da 50 realtà di medie e grandi dimensioni. Il report parla di un vero e proprio stravolgimento nel settore del recruiting: oggi chi ricopre il ruolo di responsabile delle Risorse Umane (HR) deve possedere necessariamente ulteriori competenze, a partire da quelle di marketing. Infatti, è sempre più frequente dover adottare delle strategie di marketing per attirare il candidato. A iniziare dalla job description, fino al piano di comunicazione sui vari canali attraverso i quali inviare il messaggio: social media, sito internet, testate giornalistiche, etc. Ogni messaggio va studiato secondo la tipologia di canale usato, va pianificato e programmato secondo un progetto di comunicazione ben strutturato. Sono lontani, insomma, i tempi in cui bastava un annuncio e attendere le risposte dei potenziali candidati.

Il ruolo strategico della brand awareness nell’attrarre talenti

Le persone in cerca di lavoro hanno maggiori probabilità di candidarsi in aziende con una presenza online coinvolgente e attiva rispetto a quelle con una presenza online stantia o inesistente. “Un marchio aziendale ha molte caratteristiche umane: una personalità, un’identità, un modo di comunicare e comportarsi. E come i clienti oggi non comprano un prodotto ma la storia sottostante, l’esperienza che quel prodotto porta con sè, così le persone in cerca di lavoro vogliono qualcosa con cui potersi relazionare e di cui ​desiderare di far parte​” spiega il commento all’indagine. “I dipendenti non dovranno essere nominati brand ambassador. I dipendenti si sentiranno brand ambassador” ha detto Marco Russomando, HR Director di iIlimity, la start-up bancaria specializzata nel supporto alle PMI, coinvolta nel report.  Anche l’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano conferma il trend con le sue ricerche: l’ambito su cui le aziende italiane stanno investendo di più è quello dell’Employer Branding (in crescita per il 45% delle organizzazioni coinvolte nella ricerca), insieme alle iniziative digitali per la formazione e sviluppo (58%).

Le aziende cercano profili professionali qualificati

Il Rapporto Excelsior 2018 di Unioncamere e Anpal rileva un aumento del fabbisogno di dirigenti, specialisti e tecnici, che raggiunge il 19% del totale delle entrate: per le imprese, quasi 6 su 10, è difficile trovare professioni come analisti e progettisti di software, agenti assicurativi, elettrotecnici. Il rapporto evidenzia il gap tra la domanda di lavoro espressa dalle imprese dell’industria e dei servizi e l’offerta presente sul mercato. Un disallineamento che nel 2018 ha riguardato il 26% degli oltre 4,5 milioni di contratti di lavoro che il sistema produttivo aveva intenzione di stipulare, 5 punti percentuali in più del 2017.


Entra in vigore il nuovo sistema internazionale per le unità di misura

Addio al chilo, l’ampere, la mole e il kelvin. Dal 20 maggio le vecchie unità misure hanno lasciato il posto a nuovi criteri di definizione. A stabilire le nuove regole di misura non sono più punti di riferimento fisici, come il Grand Kilo, ovvero il cilindro di platino-iridio riferimento del chilogrammo conservato a Parigi, ma leggi matematiche come le costanti dell’universo. Nessuna conseguenza, però, per chi va a fare la spesa. La bilancia continuerà a segnare il chilogrammo come sempre. Col tempo a trarre vantaggio da questo cambiamento saranno piuttosto le misure relative a quantità molto piccole. Potranno infatti guadagnare in precisione settori come l’industria elettronica, l’industria farmaceutica e le applicazioni delle nanotecnologie.

Il nuovo sistema è più democratico

“È una rivoluzione che non comporterà alcuno scossone: non dovremo ritarare le nostre bilance e tutti gli altri strumenti di misura”, osserva il presidente dell’Istituto Nazionale di Metrologia (Inrim), Diederik Wiersma. Le unità del Sistema Internazionale di misura oggi sono riferite a una costante fondamentale, ovvero sono basate su un numero che si trova ovunque. “Una differenza enorme rispetto al passato, soprattutto per il chilo, che era ancora un campione materiale conservato in una cassaforte”, spiega Maria Luisa Rastello, direttrice scientifica dell’Inrim. Inoltre il nuovo sistema è molto più democratico, perché i valori di riferimento sono a disposizione di tutti.

Dal 1960 erano stati abbandonati quasi tutti i riferimenti fisici, tranne il kg

Si paga però un piccolo prezzo: per il chilogrammo, ad esempio, ora “c’è una piccola aggiunta di incertezza – continua Rastello – una variazione inferiore al peso di un’ala di una farfalla, e ben al di sotto del livello percepibile da chi compra un chilo di pasta”.

Il nuovo Sistema Internazionale delle misure era stato approvato il 16 novembre 2018 dalla 26a Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure (Cgpm), in cui l’Italia, con l’Inrim, ha avuto un ruolo importante. Il nuovo sistema, riferisce Ansa, sostituisce quello noto dal 1960, nel quale erano stati gradualmente abbandonati quasi tutti i riferimenti fisici, a eccezione del chilogrammo.

Costante di Planck, carica dell’elettrone, costante di Boltzmann e numero di Avogadro

Nel 1967 la prima unità di misura a essere definita sulla base di una costante, è stato il secondo, tramite la transizione dell’atomo di cesio. Nel 1979 è stata la volta della candela, definita in base al coefficiente di visibilità, e nel 1983 il metro ha abbandonato la vecchia barra di platino-iridio, e in seguito la lunghezza d’onda del krypton, per essere definito sulla base della velocità della luce. Mancavano all’appello chilogrammo, ampere, kelvin e mole, che da oggi sono definiti rispettivamente con la costante di Planck, la carica dell’elettrone, la costante di Boltzmann per il kelvin, e il numero di Avogadro per la mole.


Elezioni europee, attenzione alla privacy sui social

In vista delle prossime consultazioni elettorali europee, e alla luce del nuovo quadro normativo introdotto dal Regolamento Ue in materia di protezione dei dati personali, il Garante della Privacy ha approvato un provvedimento specifico che fissa le regole per il corretto uso dei dati degli elettori da parte di partiti, movimenti politici, comitati promotori, sostenitori e singoli candidati. I messaggi politici e di propaganda inviati agli utenti dei social network devono perciò rispettare le norme in materia di protezione dei dati. I casi recenti di profilazione massiva degli elettori dimostrano che è fondamentale proteggere il processo elettorale, ed evitare rischi di interferenze e turbative esterne.

Obbligo di consenso per trattare i dati reperibili sul web

Per contattare gli elettori, e inviare materiale di propaganda, partiti, organismi politici, comitati promotori, sostenitori e singoli candidati possono usare senza consenso i dati contenuti nelle liste elettorali detenute dai Comuni o in altri elenchi e registri pubblici in materia di elettorato passivo e attivo. Il consenso informato è invece necessario per poter utilizzare recapiti telefonici contenuti negli elenchi telefonici, e per trattare i dati reperibili sul web, come, ad esempio, quelli presenti nei profili dei social network e di messaggistica, quelli ricavati da forum e blog o raccolti automaticamente con appositi software (web scraping). o dalle liste di abbonati di un provider.

Gli elettori devono essere informati sull’uso che verrà fatto dei loro dati personali

Chi intende utilizzare, acquisendole da terzi, liste cosiddette “consensate” (dati raccolti previa informativa e consenso), è tenuto a verificare che siano stati effettivamente rispettati gli adempimenti di legge, riferisce Ansa. Lo stesso vale per i servizi di propaganda elettorale curata da terzi a favore di movimenti, partiti, candidati.

Gli elettori devono essere sempre informati sull’uso che verrà fatto dei loro dati personali. Se i dati sono ottenuti direttamente presso gli interessati, l’informativa va data all’atto della raccolta. Per i dati acquisiti da altre fonti è necessario che gli interessati siano informati entro un mese. Qualora tale adempimento sia però impossibile o comporti uno sforzo sproporzionato, partiti, organismi politici, comitati promotori, sostenitori e singoli candidati possono esimersi dall’informativa, a condizione che adottino misure adeguate per tutelare i diritti e le libertà dei cittadini, utilizzando, per esempio, modalità pubbliche di informazione.

L’Autorità europea per i partiti politici europee può applicare sanzioni pecuniarie

Il Garante ricorda che la violazione della disciplina sui dati comporta sanzioni che possono essere anche molto onerose, come previsto dal Gdpr. In ragione delle recenti modifiche introdotte dal legislatore europeo al Regolamento Ue 1141/2014 sullo statuto e il finanziamento di partiti e fondazioni politiche europee, in caso di violazione delle norme l’Autorità europea per i partiti politici e le fondazioni politiche europee può applicare sanzioni pecuniarie. Che potrebbero ammontare, nei casi più gravi, al 5% del bilancio annuale del partito o della fondazione.


Cambia il codice della strada, ma attenzione a sicurezza e controlli

Sospensione della patente per chi parla al cellulare al volante, limite della velocità mantenuto a 130 km orari, via libera ai motocicli di cilindrata 125 in autostrada e alla circolazione contromano delle biciclette: ecco come cambia il codice della strada. E ad accogliere favorevolmente le nuove modifiche è Giordano Biserni, il presidente dell’Asaps, l’Associazione Sostenitori Amici Polizia Stradale. Che però sottolinea la necessità di mantenere alta l’attenzione alla sicurezza, e di non abbassare il livello dei controlli.

“Avviare percorsi formativi per le future patenti A”

“Possiamo essere d’accordo ai motocicli 125 in autostrada, ma va posta grande attenzione al fatto che si troverebbero a viaggiare sulla destra e si troverebbero per così dire a competere con i pullman e alcuni mezzi pesanti che viaggiano tra gli 80 e 100 km orari – spiega all’AdnKronos Biserni – e un eventuale sorpasso a opera del mezzo pesante può essere molto pericoloso”. Questa norma richiede quindi una particolare attenzione, e i conducenti devono essere esperti e ben preparati. A tal proposito, continua Biserni, “potrebbe essere utile avviare adeguati percorsi formativi per le future patenti”.

Bici contromano, una misura che va sperimentata

“In merito al mantenimento della velocità a 130 km orari siamo soddisfatti: più sale la velocità consentita più aumentano i consumi, l’inquinamento e i rischi di incidenti – dichiara ancora Biserni -. Saremmo poi l’unico paese al mondo che aumenta i limiti”.

Per quanto riguarda la misura che regola la possibilità per le biciclette di viaggiare contromano Biserni è del parere che debba essere sperimentata prima di renderla operativa.

“Noi siamo favorevoli all’uso delle biciclette sempre: sono il mezzo più ecologico e salutare che esista – aggiunge Biserni -. Ma ogni città ha una fisionomia e densità di velocipedi molto diverse e non si possono attuare norme uguali per tutti “.

Maggiore presenza di pattuglie della polizia per strada

Per i mezzi pesanti Biserni chiede “una maggiore attenzione per gli sforamenti dei tempi di guida e riposo dei conducenti, con un richiamo puntuale alla responsabilità delle aziende, che spesso non solo li tollerano, ma li esigono pena il licenziamento. Auspicabile anche un sistema di controlli alle aziende che attivano concorrenze sleali con conducenti anche stranieri.

Molto positive, secondo il presidente Asaps, anche le norme sull’uso dei cellulari alla guida, con la sospensione della patente alla prima violazione. Devono però essere attuati anche controlli in merito alle violazioni di elevato rischio per la vita, come l’uso di alcol e droga alla guida o la mancanza di cinture di sicurezza. “Serve perciò una maggiore presenza di pattuglie di polizia per strada, anche su provinciali e statali – puntualizza Biserni – altrimenti tutto quello che si scrive nella riforma sarà come scritto sulla sabbia”.


La diversity nell’IT: il 30% delle donne frenato dal divario di genere in azienda

In Italia il 30% delle donne è stato frenato dal divario di genere percepito all’interno delle aziende del settore IT, rispetto al 23,4% degli uomini. E il 47,8% dei professionisti italiani del settore riferisce di lavorare in un team composto per la maggior parte da uomini, mentre solo il 7,4% dichiara di far parte di un team prevalentemente al femminile.

Si tratta dei risultati di una ricerca dedicata alla diversity in ambito IT condotta da Kaspersky Lab in occasione dell’International Women’s Day 2019.

La ricerca ha coinvolto 5000 professionisti del mondo dell’Information Technology in Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna. In particolare, 500 uomini e 500 donne per ogni paese considerato.

Il 24,8% delle professioniste è riluttante a intraprendere una carriera nel settore

Dalla ricerca emerge inoltre che quasi il 60% delle professioniste italiane del settore IT dichiara di essere meno incline a lavorare per un’azienda in cui ci sia un chiaro squilibrio di genere. Una percentuale più alta rispetto a quella europea (52,7%), mentre la percentuale di uomini arriva al 40%.

Circa un quarto delle donne italiane (24,8%), inoltre, dichiara che la mancanza di professioniste nel settore le rese inizialmente riluttanti nell’intraprendere una carriera nel mondo della tecnologia, riporta Adnkronos.

Il mansplaining in azienda

Un quarto (25,4%) delle donne italiane con ruoli decisionali conferma poi di aver assistito a casi di mansplaining in ambito lavorativo. Si tratta dell’atteggiamento paternalistico da parte di un uomo nello spiegare qualcosa a una donna con il tono di chi parla a una persona che non capisce. Inoltre, quasi 4 donne su 10 (39,8%) pensano di avere maggiori opportunità in ambienti i cui c’è una presenza equilibrata tra uomini e donne, o dove ci sono più donne al lavoro. E circa il 40% delle donne con ruoli decisionali ritiene che il governo e le università debbano implementare un sistema di incentivi per contribuire ad aumentare i profili al femminile nel settore tecnologico.

Un ambito stimolante e collaborativo per donne e uomini

In ogni caso, sia gli uomini che le donne affermano che l’IT sia un ambito stimolante e collaborativo, e solo meno di un quinto lo ha definito come “stressante”. Un elemento che in Europa rappresenta un vantaggio importante per la scelta di un lavoro nel settore IT è la retribuzione. In Italia la retribuzione è al terzo posto per gli uomini (40,2%) e al quinto per le donne (35%). Tra i principali vantaggi evidenziati dalle donne italiane la possibilità di mettere in pratica le proprie abilità nel problem solving (44,4%) e la possibilità di lavorare con orari flessibili, anche in smart working (40%).


Innovazione tecnologica, un potenziale di crescita per l’Italia

Il mercato italiano del digitale è in crescita, e nel 2017 segna un +2,3% e un valore di oltre 1,5 miliardi di euro. Tra 480mila smart worker, 46 miliardi di “new” digital payment, 1,24 miliardi il valore dei servizi in cloud, una crescita per il mobile advertising del 49%, e 6 milioni di carte d’identità digitali, l’innovazione tecnologica non si arresta. Ma nonostante i segni “più” in settori come finanza, sanità (+1,3 miliardi con oltre 47 milioni investiti in cartella clinica elettronica) e servizi, l’Italia deve fare ancora molta strada. Basti pensare al potenziale di crescita delle Pmi, che oggi investono meno dell’1% del loro fatturato in progetti per la digitalizzazione.

Individuare le aree prioritarie d’intervento

L’Italia risulta in ritardo rispetto ai principali paesi europei, con livelli di Venture Capital e R&D sul Pil inferiori a Francia, Germania e Regno Unito. Per individuare gli interventi che consentano di accelerare i processi di trasformazione digitale nasce ITA.NEXT, l’iniziativa promossa da TeamSystem, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, Microsoft, Nexi e TIM, insieme ai knowledge partner McKinsey & Company e Politecnico di Milano.

Tra le aree prioritarie d’intervento ITA.NEXT individua la digitalizzazione dei processi di gestione aziendale e finanziaria, logistica e ciclo d’ordine digitale, Internet of things, AI e big data. Ma anche blockchain, turismo digitale, ed e-commerce in un mercato b2b e b2c.

Fattura elettronica, 72-75 miliardi risparmiati

“I grandi player del settore sono pronti a lavorare insieme al decisore politico per fornire strumenti concreti e utili agli imprenditori e ai professionisti”, spiega Federico Leproux, AD TeamSystem. L’obiettivo è superare le barriere culturali e operative che frenano la digitalizzazione delle aziende italiane, come la carenza di competenze digitali e l’interoperabilità delle procedure cliente-fornitore. “La fattura elettronica – sottolinea Leproux – rappresenta in questa sfida una grande opportunità, perché può essere trasformata da semplice adempimento a strumento a supporto dell’intero processo di trasformazione digitale”. E potrebbe far risparmiare al Paese tra i 72 e i 75 miliardi di euro, che in termini di percentuale sul Pil significano un impatto tra lo 0,6% e il 3,7%.

La politica deve aiutare le imprese a non subire la trasformazione digitale

Se la vera rivoluzione della PA sarà quella del digitale, “La digitalizzazione del comparto industriale è un tema tanto delicato quanto sfidante – afferma Gianni Pietro Girotto, Presidente della commissione Industria, commercio e turismo del Senato – ma strategico per aumentare la competitività delle nostre imprese”. La politica deve quindi aiutare le imprese a non subire le trasformazioni anticipandole. La Legge di Bilancio pertanto conferma le misure su Impresa 4.0, e prevede un fondo di 15 milioni di euro l’anno fino al 2021 per favorire la sperimentazione sulle tecnologie emergenti. Oltre a un voucher fino a 40mila euro a favore delle Pmi, per poter impostare la trasformazione dei processi produttivi attraverso il digitale.


Per gli italiani la moda deve essere green

Gli italiani sono sempre più attenti agli aspetti etici e di sostenibilità nei consumi. Anche quando si tratta della moda. Due italiani su tre (64%), infatti, dichiarano di non essere disposti ad acquistare articoli di abbigliamento da marchi la cui produzione è associata all’inquinamento, e tre quarti degli italiani, il 72%, pensa che i marchi di abbigliamento debbano assumersi la responsabilità di ciò che avviene nelle loro catene di produzione e distribuzione. Garantendo ai clienti che i loro articoli siano prodotti in maniera ecosostenibile.

Lo rileva un sondaggio effettuato da Ipsos Mori per conto di Changing Markets Foundation e Clean Clothes Campaign, un’indagine di mercato sulla percezione da parte dei consumatori degli standard ambientali e lavorativi nell’industria dell’abbigliamento.

Più trasparenza sulle condizioni di lavoro…

Per quanto riguarda le condizioni di lavoro e di salario 8 italiani su 10 (78%) considerano importante che i marchi dell’abbigliamento dichiarino in maniera trasparente se i propri dipendenti o quelli che lavorano nelle proprie filiere ricevono un salario dignitoso. E il 58% non comprerebbe prodotti da un marchio che non paga i giusti compensi.

Secondo la ricerca, riporta Adnkronos, solo due italiani su 10 (22%) ritengono che l’industria informi adeguatamente i consumatori riguardo all’impatto produttivo sull’ambiente e sulla popolazione. E 8 su 10 (82%) ritengono che i marchi debbano fornire informazioni sugli obblighi assunti e le misure adottate per ridurre l’inquinamento.

…e sulle fibre utilizzate per gli abiti, come la viscosa

I marchi del lusso non sono considerati migliori dei marchi più economici, o dei rivenditori al dettaglio. Il 10% degli italiani, ad esempio, associa il marchio Gucci a una filiera ecosostenibile, contro il 13% di Zara e il 17% di H&M.  Secondo il 71% degli italiani poi i marchi dell’abbigliamento dovrebbero fornire informazioni sui loro produttori di viscosa e il loro impatto sull’ambiente. La viscosa è una fibra vegetale che sta diventando un’alternativa sempre più diffusa al cotone o ai prodotti sintetici. Ma la produzione della viscosa necessita di sostanze chimiche tossiche che hanno effetti nocivi documentati sull’ambiente e sulla salute delle persone se non debitamente controllate.

Una petizione contro la “moda sporca”

Più di 303.000 consumatori dell’UE hanno firmato una petizione lanciata da WeMove per chiedere all’industria dell’abbigliamento di impegnarsi nella produzione di viscosa pulita. “Ci stiamo rivolgendo alle aziende italiane che si occupano di abbigliamento chiedendo di seguire l’esempio di altri marchi UE e firmare la nostra Roadmap per una filiera della viscosa più pulita”, dichiara Urska Trunk della Changing Markets Foundation.

Secondo il rapporto della Changing Market Foundation Dirty Fashion: on track for transformation (La moda sporca: sulla via della trasformazione), i brand del lusso italiani quali Gucci, Prada e Fendi sono stati inclusi tra i marchi peggiori per quanto riguarda la viscosa, accanto a rivenditori al dettaglio della fascia più bassa, come Lidl e Asda.