Per gli italiani la moda deve essere green

Gli italiani sono sempre più attenti agli aspetti etici e di sostenibilità nei consumi. Anche quando si tratta della moda. Due italiani su tre (64%), infatti, dichiarano di non essere disposti ad acquistare articoli di abbigliamento da marchi la cui produzione è associata all’inquinamento, e tre quarti degli italiani, il 72%, pensa che i marchi di abbigliamento debbano assumersi la responsabilità di ciò che avviene nelle loro catene di produzione e distribuzione. Garantendo ai clienti che i loro articoli siano prodotti in maniera ecosostenibile.

Lo rileva un sondaggio effettuato da Ipsos Mori per conto di Changing Markets Foundation e Clean Clothes Campaign, un’indagine di mercato sulla percezione da parte dei consumatori degli standard ambientali e lavorativi nell’industria dell’abbigliamento.

Più trasparenza sulle condizioni di lavoro…

Per quanto riguarda le condizioni di lavoro e di salario 8 italiani su 10 (78%) considerano importante che i marchi dell’abbigliamento dichiarino in maniera trasparente se i propri dipendenti o quelli che lavorano nelle proprie filiere ricevono un salario dignitoso. E il 58% non comprerebbe prodotti da un marchio che non paga i giusti compensi.

Secondo la ricerca, riporta Adnkronos, solo due italiani su 10 (22%) ritengono che l’industria informi adeguatamente i consumatori riguardo all’impatto produttivo sull’ambiente e sulla popolazione. E 8 su 10 (82%) ritengono che i marchi debbano fornire informazioni sugli obblighi assunti e le misure adottate per ridurre l’inquinamento.

…e sulle fibre utilizzate per gli abiti, come la viscosa

I marchi del lusso non sono considerati migliori dei marchi più economici, o dei rivenditori al dettaglio. Il 10% degli italiani, ad esempio, associa il marchio Gucci a una filiera ecosostenibile, contro il 13% di Zara e il 17% di H&M.  Secondo il 71% degli italiani poi i marchi dell’abbigliamento dovrebbero fornire informazioni sui loro produttori di viscosa e il loro impatto sull’ambiente. La viscosa è una fibra vegetale che sta diventando un’alternativa sempre più diffusa al cotone o ai prodotti sintetici. Ma la produzione della viscosa necessita di sostanze chimiche tossiche che hanno effetti nocivi documentati sull’ambiente e sulla salute delle persone se non debitamente controllate.

Una petizione contro la “moda sporca”

Più di 303.000 consumatori dell’UE hanno firmato una petizione lanciata da WeMove per chiedere all’industria dell’abbigliamento di impegnarsi nella produzione di viscosa pulita. “Ci stiamo rivolgendo alle aziende italiane che si occupano di abbigliamento chiedendo di seguire l’esempio di altri marchi UE e firmare la nostra Roadmap per una filiera della viscosa più pulita”, dichiara Urska Trunk della Changing Markets Foundation.

Secondo il rapporto della Changing Market Foundation Dirty Fashion: on track for transformation (La moda sporca: sulla via della trasformazione), i brand del lusso italiani quali Gucci, Prada e Fendi sono stati inclusi tra i marchi peggiori per quanto riguarda la viscosa, accanto a rivenditori al dettaglio della fascia più bassa, come Lidl e Asda.


La pizza crea dipendenza

La pizza piace così tanto al punto da creare una sorta di dipendenza. Cnn Health ha dedicato alla pizza un approfondimento online, basato sui risultati di uno studio proprio sul fatto che la pizza risulta il cibo numero uno tra quelli che creano un sintomo associabile alla dipendenza.

Ma perché questa specialità di cui l’Italia vanta l’origine piace così tanto, ed è apprezzata in ogni parte del mondo? Una domanda semplice, con risposte complesse. Gli ingredienti hanno senza dubbio un ruolo cruciale, così come lo ha l’esperienza a cui associamo il suo consumo, lo stare in famiglia o passare una serata tra amici.

“Una scelta di ingredienti che rendono il cervello felice”

“Sono affascinata dal fatto che le persone mangino quasi ogni tipo di pizza, non necessariamente la migliore”, sostiene Gail Vance Civille, fondatrice e presidente di Sensory Spectrum, società di consulenza che aiuta le aziende, comprese le pizzerie, a capire come gli stimoli sensoriali guidano le percezioni dei consumatori. Secondo Civille, uno dei motivi è il fatto che “la scelta superba di ingredienti, che contengono grassi, zucchero e sale, soddisfa l’amigdala, un’area cerebrale, e rende il cervello molto felice”.

La combinazione perfetta: pasta, mozzarella e pomodoro

Civille evidenzia anche l’importanza della buona combinazione ottenuta tra la base della pizza e la mozzarella (ma secondo Civille funziona anche con il parmigiano), che costituisce un abbinamento complementare di ingredienti. Poi c’è il pomodoro cotto, il cui carattere fruttato completa e integra il sapore del formaggio.

“Hai la croccantezza della crosta, la masticabilità del formaggio e l’umidità del sugo”, prosegue Civille. Se cucinati bene nessuno si sovrappone all’altro, e il tutto si fonde in modo armonioso.

“Se ne hai una in forno, avrà un buon profumo e ti farà venire fame”

Herbert Stone, analista sensoriale da 50 anni, sottolinea che “non importa quale sia lo stile della pizza: se ne hai una in forno, avrà un buon profumo e ti farà venire fame”.

Stone, riporta Ansa, sottolinea anche l’importanza dei colori. I colori della pizza giocano infatti un ruolo rilevante nella capacità di far venire l’acquolina in bocca. Il colore della salsa più attraente? Dal punto di vista di chi ha appetito, è un rosso molto profondo.

Ma la sinfonia di ingredienti, secondo Stone, rende al meglio soprattutto se associamo la pizza a quella che negli Usa viene chiamato pizza experience. Ovvero, una serata tra amici, o con i nostri cari, davanti a un film o a una partita in Tv.


In aeroporto la macchina della verità atterra al check-in

Il problema della sicurezza e soprattuto della reale identità dei viaggiatori potrebbe essere arginato dall’intelligenza artificiale. Arriveranno quindi in aeroporto delle macchina intelligenti capaci di controllare i passeggeri così da essere sicuri della loro identità e delle loro intenzioni? Potrebbe essere.

Un progetto per scoprire chi “mente”

Esiste infatti un progetto che prevede di installare negli scali aeroportuali una macchina dotata di intelligenza artificiale che interrogherà i viaggiatori in arrivo da nazioni extraeuropee, chiedendo loro di confermare nome, età e data di nascita e ponendo domande sulla ragione del viaggio e sulla provenienza dei fondi per effettuarlo. Un monitor apposito scansionerà il loro volto per stabilire se stanno dicendo bugie o meno e, se riterrà di trovarsi di fronte a un mentitore, lo incalzerà assumendo un tono della voce “più scettico”, ha spiegato Keeley Crockett della Machester Metropolitan University, ateneo inglese coinvolto nel progetto. Dopodiché il software segnalerà il sospetto al personale umano che deciderà come comportarsi.

La reazione delle associazioni per la tutela della privacy

Per Privacy International è “un’idea terribile. “È parte di una più vasta tendenza verso l’utilizzo di sistemi automatici opachi, e spesso inefficienti, per giudicare, valutare e classificare le persone”, ha dichiarato alla Cnn Frederike Kaltheuner di Privacy International, che ha definito il test “un’idea terribile”. “Le macchine della verità tradizionali hanno una storia problematica di incriminazioni di innocenti e non c’è alcuna prova che l’intelligenza artificiale risolverà il problema, soprattutto uno strumento che è stato utilizzato su appena 32 persone”, ha proseguito, “anche tassi di errore apparentemente piccoli porteranno migliaia di persone a dover provare di essere innocenti solo perché un qualche software li ha ritenuti bugiardi”. Il commento di Crockett: “Non credo si possa avere un sistema accurato al 100%”.

Obiettivo: velocizzare i controlli ai check-in

Il progetto da 4,5 milioni di euro, denominato iBorderCtrl che ha lo scopo di velocizzare i controlli ai check-in è ritenuto più avanzato rispetto a precedenti sistemi di riconoscimento facciale che avevano dimostrato di avere un tasso di errore molto elevato sulle donne e sulle persone di colore. Testato finora su 32 persone, il sistema ha totalizzato un 85% di risultati positivi. I dati raccolti “andranno oltre i parametri biometrici e toccheranno i biomarcatori dell’inganno”, ha promesso il coordinatore del progetto, George Boultadakis della società lussemburghese European Dynamics. Per ora il software verrà sperimentato solo su passeggeri che lo accetteranno e firmeranno una liberatoria. Poi, chissà.


Lavoro nero e illegale uguale il 12% del Pil

Brutto primato – purtroppo tutto in negativo – per l’economia italiana. Come indica una recente rilevazione curata dall’Istat, il cosiddetto “nero” nel Belpaese vale l’importo monstre di 210 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta addirittura il 12,4% del Pil. Entrando nel merito delle cifre, il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 18 miliardi di euro. Nel 2016 la componente relativa alla sotto-dichiarazione pesava per il 45,5% del valore aggiunto (circa -0,6 punti percentuali rispetto al 2015). La restante parte era invece attribuibile per il 37,2% all’impiego di lavoro irregolare, per l’8,8% alle altre componenti (affitti in nero, mance) e per l’8,6% alle attività illegali.

I settori dove c’è più nero

Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (23,7%) e le costruzioni (22,7%) si confermano i settori dove l’economia sommersa è maggiormente presente. Ma, oltre a questi macrocomparti, il sommerso coinvolge poi tutte le aree delle sotto-dichiarazioni: Servizi professionali (16,3%), Commercio, Trasporti, alloggio e ristorazione (12,4%), Costruzioni (11,9%). Ma risulta pesantemente invischiato nel fenomeno anche il manifatturiero, soprattutto quello dedicato alla Produzione di beni alimentari e di consumo (7,5%). Il settore più colpito dall’impiego di lavoro irregolare è infine quello domestico o che riguarda agricoltura e pesca.

Un problema gravissimo per l’Italia e le casse dello Stato

Il lavoro nero, purtroppo, si conferma come uno dei più grandi problemi per l’Italia e le casse dello Stato. Come evidenziano i dati diffusi dall’Istat, è questo un fenomeno che produce un “buco” di circa 20 miliardi di euro per l’erario. Nel 2016, l’elenco degli irregolari raggiungeva i 3 milioni 701 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 632 mila), un numero in lieve diminuzione rispetto al 2015 (rispettivamente -23 mila e -19 mila unità). L’incidenza del lavoro irregolare è particolarmente rilevante nel settore dei Servizi alle persone (47,2% nel 2016, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015) ma risulta significativo anche nei comparti dell’Agricoltura (18,6%), delle Costruzioni (16,6%) e del Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,2%).

Le attività illegali “valgono” 18 miliardi di euro

Il peso economico dell’illegalità nella compilazione dei conti nazionali, conclude l’Istat, equivale a poco meno di 18 miliardi di euro di valore aggiunto (compreso l’indotto) con un aumento di 0,8 miliardi, sostanzialmente riconducibile alla dinamica dei prezzi relativi al traffico di stupefacenti. Non c’è davvero motivo di essere fieri di questo business.


Facebook e il fact-checking anche sulle immagini

Indispensabile controllare le notizie per evitare il diffondersi di “bufale” e garantire la corretta informazione. Ma le fake-news non sono solo scritte, viaggiano anche in foto e per questo Facebook ha deciso di verificarle già dallo scorso marzo utilizzando la stessa filiera già attivata per gli articoli. Anche in questo caso, il sistema è un mix di intelligenza artificiale e umana. Un lavoraccio, se si considera che attualmente gli utenti del mondo Facebook-Instagram sono circa 2,2 miliardi.

Come funziona il controllo

Come riporta un recente approfondimento dell’Agi, un sistema di machine learning elabora diversi segnali (tra i quali le indicazioni degli utenti) per rintracciare i contenuti sospetti. Li analizza o li spedisce ai partner, che saranno formati su tecniche di verifica specifiche per le immagini, da affiancare alle competenze giornalistiche e accademiche che già possiedono. Il responso dei collaboratori ha un doppio ruolo: oltre a quello di distinguere informazione attendibile e false, istruisce ulteriormente l’intelligenza artificiale, che apprende dalla propria esperienza e da quella umana. Più precisamente: foto e video saranno analizzati dai 27 partner di Facebook (in Italia l’unico è Pagella Politica) che, in 17 Paesi, già controllano i contenuti scritti. Ma Menlo Park, sede di Facebook, ne sta selezionando altri per espandere la propria rete. La product manager Antonia Woodford di Facebook scrive in un post che occorre “identificare e agire più velocemente contro diversi tipi di disinformazione”.

Ogni paese ha le “sue” bufale

I contenuti fake si diffondono in modi diversi, che variano da Paese a Paese. “Negli Stati Uniti, ad esempio, gli utenti affermano di incontrare più disinformazione negli articoli. Mentre in Indonesia osservano più immagini fuorvianti” ha fatto sapere il social media di Mark Zuckerberg. Tuttavia, da Facebook spiegano che sarebbe un errore ragionare per compartimenti stagni. “La stessa bufala può viaggiare attraverso diversi tipi di contenuti, che non possono essere trattati come “categorie distinte. È quindi “importante costruire difese contro la disinformazione attraverso articoli, foto e video”.

C’è anche Rosetta, la cacciatrice di meme 

E’ già attivo (da pochi giorni) Rosetta, l’intelligenza artificiale cacciatrice di meme, immagini e video, dal contenuto divertente, ma allo stesso tempo anche offensivo: il suo lavoro è enorme, deve infatti elaborare circa un miliardo di contenuti al giorno tra Instagram e Facebook. In modo da identificare “automaticamente” quelli che “ledono le politiche sull’incitamento all’odio”. Niente scherzi, quindi, sui social.


Meglio nudi in pubblico che senza i propri device connessi: lo dice uno studio

Siamo ancora in grado di affrontare una giornata senza connessioni di qualunque tipo? Per un quinto della popolazione mondiale proprio no. Addirittura avere Internet attiva è una necessità vitale: ben il 22% degli intervistati da Kaspersky Lab, in un recente sondaggio che ha coinvolto 1.1250 utilizzatori di dispositivi d’età compresa tra i 18 e i 60 anni di 15 paesi, afferma che essere connessi è importante come avere a disposizione cibo, acqua e un riparo. Insomma, come riporta la nota diffusa dall’azienda di sicurezza informatica a livello globale “il mondo digitale è diventato così radicato nella nostra vita quotidiana che non avere accesso a Internet può diventare quasi un dramma”. Ma c’è di più: il 23% del campione ha addirittura dichiarato che preferirebbe essere nudo in pubblico piuttosto che scollegato dai propri device.

Senza rete, uno dei maggiori fattori di stress

Che la nostra dipendenza da connessione sia ormai assoluta è un fatto assodato. Anche dai numeri: la ricerca rivela che perdere uno smartphone o un tablet può essere più stressante di molte altre situazioni traumatiche. Quasi tutti gli intervistati (90%) hanno dichiarato di sentirsi più stressati all’idea di perdere o esser derubati del proprio dispositivo piuttosto che perdere un treno/aeroplano (88%), essere coinvolti in un piccolo incidente d’auto (88%) o ammalarsi (80%).

Meglio nudi che sconnessi

Pur di essere collegati alla rete, le persone sono disposte a fare (quasi) tutto, compreso affrontare grandi imbarazzi e sensibili pericoli. Ad esempio, il 26% ha guardato il proprio schermo del telefono mentre attraversava la strada e il 21% quando camminava in un’area sconosciuta o pericolosa. Inoltre, un intervistato su 5 ha dichiarato di sentirsi nudo senza il proprio dispositivo connesso. E, proprio a questo proposito, ha affermato che preferirebbe essere senza vestiti piuttosto che senza connessione.

Connessione, una condizione vitale

“L’esser connessi è diventata, velocemente, una condizione fondamentale della vita moderna e per molti, una necessità assoluta. Il nostro desiderio di essere sempre online e tutto ciò che siamo disposti a fare per mantenere attiva la connessione con il mondo digitale, mette in evidenza l’importanza dei dispositivi connessi nelle nostre vite. Tuttavia, con la connettività che si estende a tutti gli aspetti della nostra quotidianità, la sicurezza non può essere trascurata. Bisognerebbe, essere sempre protetti, qualunque cosa si faccia e ovunque si vada: gli utenti devono assicurarsi che, indipendentemente dalla situazione, la loro connessione rimanga sicura”, ha dichiarato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab.


Italiani e file d’attesa: il rispetto della coda non appartiene al Belpaese

Una ricerca di TripAdvisor, il sito per la pianificazione e la prenotazione dei viaggi, ha messo in luce i diversi atteggiamenti delle persone in coda per visitare un’attrazione luoghi storici e siti d’interesse, in funzione di età, sesso e provenienza. Per scattare una fotografia il più possibile realistica, il portale ha intervistato 6.000 persone tra cui 1.000 viaggiatori italiani per scoprire come varia l’atteggiamento delle persone in fila d’attesa.

La coda, che stress

“Attendere in coda può essere molto stressante soprattutto quando l’attesa è aggravata dalla durata prolungata causata dai picchi turistici dell’alta stagione e dal caldo estivo. “Evitare le file è più semplice di quanto possa sembrare: basta prenotare online in anticipo e il gioco è fatto” afferma Valentina Quattro, portavoce di TripAdvisor per l’Italia. Ma il report di Phocuswright “Global Travel Activities Marketplace 2014-2020” dice altro: l’80% delle prenotazioni di attrazioni avvengono offline dimostrando che nonostante la gente non ami le code non si muove in anticipo per evitarle prenotando biglietti salta-fila su siti specializzati.

Spagnoli, italiani e francesi meno pazienti rispetto ad altri

Anche se non occupa l’ultimo gradino del podio, l’Italia si guadagna la seconda posizione nella classifica dei viaggiatori più inclini a saltare la coda (40,2%) alle spalle della Spagna, prima con il 55,7% e a breve distanza dalla Francia che si posiziona terza con il 39,8%. I più ligi al dovere risultano essere gli inglesi: solo il 27,4% ha trasgredito alle regole della fila.

Uomini e giovani i campioni di salta la coda

Per quanto riguarda le performance (in negativo) degli italiani, sono 2 su 5 i nostri connazionali che, almeno una volta nella vita, hanno tentato di fare i furbi e guadagnare terreno senza rispettare la fila. Gli uomini sono tendenzialmente più portati a saltare le code rispetto alle donne: il 44% dei rispondenti di sesso maschile ha provato a superare le persone in fila almeno una volta nella vita mentre per le ragazze la percentuale si ferma al 37%. Ancora, i più maturi (di età) sono più educati rispetto ai giovani: il proprio turno viene rispettato dall’86% di chi ha oltre i 55 anni, dal 68% tra i 45-54 anni, dal 57% tra i 35-44 anni  e dal 46% tra le persone fra i 25-34 anni.

Le tecniche adottate

Le tre tecniche più adottate dai viaggiatori italiani per “vincere sul tempo” sono: se c’è spazio fra le persone in fila, agire come se la distanza fosse la fine della coda e unirsi alla fila (35% dei rispondenti); iniziare una conversazione con qualcuno con un buon posto in fila (33% dei rispondenti); mettersi all’inizio della coda con la scusa di fare una domanda al personale (31% dei rispondenti).


Il design ed il comfort delle calzature Bruno Bordese

Scopri l’eleganza ed il comfort della calzature Bruno Bordese, marchio che da 25 anni si contraddistingue per l’originalità delle sue creazioni e materiali di grande qualità. Si tratta di prodotti dal design assolutamente inconfondibile ed in grado di arricchire e valorizzare qualsiasi tipo di outfit, in particolar modo quello di chi ama osare e al tempo stesso stupire con il proprio abbigliamento. Una scarpa Bruno Bordese è la scelta giusta per quanti desiderano mantenere un profilo alto seguendo le mode del momento e le tendenze più in voga, mostrando al tempo stesso agli altri parte del proprio carattere. La creatività che caratterizza le calzature Bruno Bordese è il frutto di un accurato lavoro di ricerca di materiali e soluzioni in grado di conferire ad ogni prodotto un design unico e inarrivabile, in grado di fare la differenza, considerando anche la grande resistenza offerta dai materiali impiegati grazie ai quali le calzature sono destinate a durare nel tempo.

Non solo design e materiale performanti ovviamente, ma anche una comodità fuori dal comune ed in grado di coccolare il piede anche se le si indossa e si cammina per parecchie ore al giorno. Ad ispirare le collezioni Bruno Bordese sono principalmente lo stile urbano e quello dei più giovani, ma anche un saper guardare al passato in maniera creativa e artistica. Il saper cogliere importanti aspetti classici e moderni, e applicarli con stile ad ogni calzatura, è il segreto di quel mix perfetto che è possibile ammirare in ogni singola collezione Bruno Bordese. Chi ama apparire e comunicare attraverso il proprio abbigliamento, lasciando che siano anche le scarpe a raccontare qualcosa di noi a quanti ci osservano, apprezza ogni singolo prodotto di queste collezioni così innovative ed in grado di conquistare giovani e meno giovani, uomini e donne accomunati dal desiderio di vestire in maniera ricercata ed in linea con le tendenze del momento.


Intelligence economica: la strategia per i manager 4.0

L’intelligence economica è lo strumento strategico per i manager 4.0. Se è vero che l’Italia è tra i paesi che dispongono di uno strumento di screening degli investimenti esteri come “golden power”, diventa determinante “avere un sistema di intelligence economica efficiente e strutturato come strumento strategico di gestione”, spiega Giacomo Gargano, presidente Federmanager Roma. Un sistema che consenta di raccogliere dati e informazioni al fine di individuare le opportunità, e le minacce, per lo sviluppo del business.

Le Pmi non ne riconoscono ancora il ruolo strategico

Molte Pmi, però, non riconoscono ancora il ruolo strategico dell’intelligence economica, la cui funzione è quella di incrociare dati e informazioni, analizzarli e trasformarli in decisioni pertinenti e strategiche. Per aiutare le Pmi Federmanager e Confindustria hanno individuato le competenze necessarie per sostenerne la crescita, specie digitale, tramite “un progetto di formazione pensato dai manager per i manager”, aggiunge Gargano. Finora sono stati certificati 208 dirigenti, con attenzione particolare su quattro figure chiave, innovation manager, temporary manager, manager di rete ed export manager, riferisce Adnkronos.

Uno strumento essenziale per manager e politici

“Oggi manager e politici hanno una funzione comune: quella di essere capaci di trasformare le conoscenze in azione concreta”, sostiene Gian Paolo Manzella, assessore Sviluppo economico, commercio e artigianato, start-up, Lazio creativo e innovazione della Regione Lazio. Per questo motivo è stato istituito il Consiglio delle imprese internazionali del Lazio, un organismo “che ha il compito di aiutarci a fare politiche più moderne, più innovative e più capaci di attrarre investitori verso il nostro territorio”, aggiunge Manzella.

Una banca dati digitale per gli imprenditori

“Rispetto al resto dell’Europa il gap delle imprese non è solo tecnologico, ma culturale”, afferma Paolo Ghezzi, direttore generale di Infocamere. A questo proposito “Stiamo creando una banca dati, il cosiddetto digitale dell’imprenditore, un patrimonio informativo a portata di tutti, anche in mobilità”, spiega Ghezzi. Qualche numero? In Italia le start up sono 9.225, nel Lazio 954 e nella provincia di Roma 843, mentre le Pmi innovative in Italia sono 802, nel Lazio 70 e 63 in provincia di Roma.

“I nostri manager sono la leva più importante per attrarre capitali stranieri e per far volare il business all’estero”, chiarisce Stefano Cuzzilla, presidente Federmanager. L’Associazione quindi “sta irrobustendo i servizi che possono agevolare la managerializzazione delle Pmi – sottolinea Cuzzilla – affinché questa leva sia utilizzata come concreta opportunità di sviluppo del sistema”.


Aprile 2018, record di occupati. E l’inflazione torna a salire

Si torna a vedere rosa nel mercato del lavoro. L’Istat ha infatti diffuso i dati relativi al mese di aprile  2018, che fanno decisamente ben sperare:  il numero degli occupati ha raggiunto il record storico di 23 milioni e 200 mila, superando il picco toccato nell’aprile 2008 quando il numero degli occupati è stato pari a 23 milioni e 177 mila.

Dati positivi, ma l’Italia non è un paese per giovani

I numeri sono positivi, ma non si può dire altrettanto per il mercato del lavoro dei giovani. Perché se il tasso di disoccupazione complessivo si ferma all’11,2%, esattamente come il mese precedente, quello giovanile aumenta di 0,6 punti percentuali al 33,1%. Sempre ad aprile la stima degli occupati continua a mostrare una tendenza alla crescita (+0,3% rispetto a marzo, pari a +64 mila). Il tasso di occupazione si attesta al 58,4% (+0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente).

Bene soprattutto  per le donne

Le ultime rilevazioni sono ottimistiche specie sul fronte femminile. L’aumento maggiore degli occupati ad aprile riguarda infatti le donne (+52 mila) e le persone di 35 anni o più (+77 mila). In generale, la crescita congiunturale riguarda tutte le classi di età, fatta eccezione appunto per quella dei più giovani, tra i 25 e i 32 anni. Ripresa pure per gli indipendenti (+60 mila) e per i dipendenti a termine (+41 mila). Nel trimestre febbraio-aprile 2018 l’Istat prevede una crescita degli occupati dello 0,3% rispetto al trimestre precedente (+67 mila). Su base annua, gli occupati sono cresciuti di 215mila unità, pari allo 0,9% in più. A beneficiare di questo trend sono soprattutto gli occupati ultracinquantenni, +3298mila.

Ma l’inflazione torna a salire

Insieme alle buone notizie in merito all’occupazione, arriva sempre dall’Istat la segnalazione di un’inflazione in salita. In base alle stime preliminari l’Istituto di Statistica segnala che “Nel mese di maggio l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,4% su base mensile e dell’1,1% su base annua (in significativa accelerazione rispetto al +0,5% di aprile)”, come riporta l’AdnKronos. “La marcata ripresa dell’inflazione – precisa l’Istat  – si deve prevalentemente ai prezzi dei Beni alimentari non lavorati, la cui crescita tendenziale passa da +0,7% di aprile a +2,4%, e dei Beni energetici non regolamentati (da +2,7% a +5,3%). A questi fattori si aggiunge l’inversione di tendenza della dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da -0,7% a +1,7%); contribuiscono poi, seppur in misura minore, i prezzi dei Tabacchi (da +2,8% a +3,4%) e quelli dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +1,0% a +1,4%)”.