Elezioni europee, attenzione alla privacy sui social

In vista delle prossime consultazioni elettorali europee, e alla luce del nuovo quadro normativo introdotto dal Regolamento Ue in materia di protezione dei dati personali, il Garante della Privacy ha approvato un provvedimento specifico che fissa le regole per il corretto uso dei dati degli elettori da parte di partiti, movimenti politici, comitati promotori, sostenitori e singoli candidati. I messaggi politici e di propaganda inviati agli utenti dei social network devono perciò rispettare le norme in materia di protezione dei dati. I casi recenti di profilazione massiva degli elettori dimostrano che è fondamentale proteggere il processo elettorale, ed evitare rischi di interferenze e turbative esterne.

Obbligo di consenso per trattare i dati reperibili sul web

Per contattare gli elettori, e inviare materiale di propaganda, partiti, organismi politici, comitati promotori, sostenitori e singoli candidati possono usare senza consenso i dati contenuti nelle liste elettorali detenute dai Comuni o in altri elenchi e registri pubblici in materia di elettorato passivo e attivo. Il consenso informato è invece necessario per poter utilizzare recapiti telefonici contenuti negli elenchi telefonici, e per trattare i dati reperibili sul web, come, ad esempio, quelli presenti nei profili dei social network e di messaggistica, quelli ricavati da forum e blog o raccolti automaticamente con appositi software (web scraping). o dalle liste di abbonati di un provider.

Gli elettori devono essere informati sull’uso che verrà fatto dei loro dati personali

Chi intende utilizzare, acquisendole da terzi, liste cosiddette “consensate” (dati raccolti previa informativa e consenso), è tenuto a verificare che siano stati effettivamente rispettati gli adempimenti di legge, riferisce Ansa. Lo stesso vale per i servizi di propaganda elettorale curata da terzi a favore di movimenti, partiti, candidati.

Gli elettori devono essere sempre informati sull’uso che verrà fatto dei loro dati personali. Se i dati sono ottenuti direttamente presso gli interessati, l’informativa va data all’atto della raccolta. Per i dati acquisiti da altre fonti è necessario che gli interessati siano informati entro un mese. Qualora tale adempimento sia però impossibile o comporti uno sforzo sproporzionato, partiti, organismi politici, comitati promotori, sostenitori e singoli candidati possono esimersi dall’informativa, a condizione che adottino misure adeguate per tutelare i diritti e le libertà dei cittadini, utilizzando, per esempio, modalità pubbliche di informazione.

L’Autorità europea per i partiti politici europee può applicare sanzioni pecuniarie

Il Garante ricorda che la violazione della disciplina sui dati comporta sanzioni che possono essere anche molto onerose, come previsto dal Gdpr. In ragione delle recenti modifiche introdotte dal legislatore europeo al Regolamento Ue 1141/2014 sullo statuto e il finanziamento di partiti e fondazioni politiche europee, in caso di violazione delle norme l’Autorità europea per i partiti politici e le fondazioni politiche europee può applicare sanzioni pecuniarie. Che potrebbero ammontare, nei casi più gravi, al 5% del bilancio annuale del partito o della fondazione.


Cambia il codice della strada, ma attenzione a sicurezza e controlli

Sospensione della patente per chi parla al cellulare al volante, limite della velocità mantenuto a 130 km orari, via libera ai motocicli di cilindrata 125 in autostrada e alla circolazione contromano delle biciclette: ecco come cambia il codice della strada. E ad accogliere favorevolmente le nuove modifiche è Giordano Biserni, il presidente dell’Asaps, l’Associazione Sostenitori Amici Polizia Stradale. Che però sottolinea la necessità di mantenere alta l’attenzione alla sicurezza, e di non abbassare il livello dei controlli.

“Avviare percorsi formativi per le future patenti A”

“Possiamo essere d’accordo ai motocicli 125 in autostrada, ma va posta grande attenzione al fatto che si troverebbero a viaggiare sulla destra e si troverebbero per così dire a competere con i pullman e alcuni mezzi pesanti che viaggiano tra gli 80 e 100 km orari – spiega all’AdnKronos Biserni – e un eventuale sorpasso a opera del mezzo pesante può essere molto pericoloso”. Questa norma richiede quindi una particolare attenzione, e i conducenti devono essere esperti e ben preparati. A tal proposito, continua Biserni, “potrebbe essere utile avviare adeguati percorsi formativi per le future patenti”.

Bici contromano, una misura che va sperimentata

“In merito al mantenimento della velocità a 130 km orari siamo soddisfatti: più sale la velocità consentita più aumentano i consumi, l’inquinamento e i rischi di incidenti – dichiara ancora Biserni -. Saremmo poi l’unico paese al mondo che aumenta i limiti”.

Per quanto riguarda la misura che regola la possibilità per le biciclette di viaggiare contromano Biserni è del parere che debba essere sperimentata prima di renderla operativa.

“Noi siamo favorevoli all’uso delle biciclette sempre: sono il mezzo più ecologico e salutare che esista – aggiunge Biserni -. Ma ogni città ha una fisionomia e densità di velocipedi molto diverse e non si possono attuare norme uguali per tutti “.

Maggiore presenza di pattuglie della polizia per strada

Per i mezzi pesanti Biserni chiede “una maggiore attenzione per gli sforamenti dei tempi di guida e riposo dei conducenti, con un richiamo puntuale alla responsabilità delle aziende, che spesso non solo li tollerano, ma li esigono pena il licenziamento. Auspicabile anche un sistema di controlli alle aziende che attivano concorrenze sleali con conducenti anche stranieri.

Molto positive, secondo il presidente Asaps, anche le norme sull’uso dei cellulari alla guida, con la sospensione della patente alla prima violazione. Devono però essere attuati anche controlli in merito alle violazioni di elevato rischio per la vita, come l’uso di alcol e droga alla guida o la mancanza di cinture di sicurezza. “Serve perciò una maggiore presenza di pattuglie di polizia per strada, anche su provinciali e statali – puntualizza Biserni – altrimenti tutto quello che si scrive nella riforma sarà come scritto sulla sabbia”.


La diversity nell’IT: il 30% delle donne frenato dal divario di genere in azienda

In Italia il 30% delle donne è stato frenato dal divario di genere percepito all’interno delle aziende del settore IT, rispetto al 23,4% degli uomini. E il 47,8% dei professionisti italiani del settore riferisce di lavorare in un team composto per la maggior parte da uomini, mentre solo il 7,4% dichiara di far parte di un team prevalentemente al femminile.

Si tratta dei risultati di una ricerca dedicata alla diversity in ambito IT condotta da Kaspersky Lab in occasione dell’International Women’s Day 2019.

La ricerca ha coinvolto 5000 professionisti del mondo dell’Information Technology in Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna. In particolare, 500 uomini e 500 donne per ogni paese considerato.

Il 24,8% delle professioniste è riluttante a intraprendere una carriera nel settore

Dalla ricerca emerge inoltre che quasi il 60% delle professioniste italiane del settore IT dichiara di essere meno incline a lavorare per un’azienda in cui ci sia un chiaro squilibrio di genere. Una percentuale più alta rispetto a quella europea (52,7%), mentre la percentuale di uomini arriva al 40%.

Circa un quarto delle donne italiane (24,8%), inoltre, dichiara che la mancanza di professioniste nel settore le rese inizialmente riluttanti nell’intraprendere una carriera nel mondo della tecnologia, riporta Adnkronos.

Il mansplaining in azienda

Un quarto (25,4%) delle donne italiane con ruoli decisionali conferma poi di aver assistito a casi di mansplaining in ambito lavorativo. Si tratta dell’atteggiamento paternalistico da parte di un uomo nello spiegare qualcosa a una donna con il tono di chi parla a una persona che non capisce. Inoltre, quasi 4 donne su 10 (39,8%) pensano di avere maggiori opportunità in ambienti i cui c’è una presenza equilibrata tra uomini e donne, o dove ci sono più donne al lavoro. E circa il 40% delle donne con ruoli decisionali ritiene che il governo e le università debbano implementare un sistema di incentivi per contribuire ad aumentare i profili al femminile nel settore tecnologico.

Un ambito stimolante e collaborativo per donne e uomini

In ogni caso, sia gli uomini che le donne affermano che l’IT sia un ambito stimolante e collaborativo, e solo meno di un quinto lo ha definito come “stressante”. Un elemento che in Europa rappresenta un vantaggio importante per la scelta di un lavoro nel settore IT è la retribuzione. In Italia la retribuzione è al terzo posto per gli uomini (40,2%) e al quinto per le donne (35%). Tra i principali vantaggi evidenziati dalle donne italiane la possibilità di mettere in pratica le proprie abilità nel problem solving (44,4%) e la possibilità di lavorare con orari flessibili, anche in smart working (40%).


Innovazione tecnologica, un potenziale di crescita per l’Italia

Il mercato italiano del digitale è in crescita, e nel 2017 segna un +2,3% e un valore di oltre 1,5 miliardi di euro. Tra 480mila smart worker, 46 miliardi di “new” digital payment, 1,24 miliardi il valore dei servizi in cloud, una crescita per il mobile advertising del 49%, e 6 milioni di carte d’identità digitali, l’innovazione tecnologica non si arresta. Ma nonostante i segni “più” in settori come finanza, sanità (+1,3 miliardi con oltre 47 milioni investiti in cartella clinica elettronica) e servizi, l’Italia deve fare ancora molta strada. Basti pensare al potenziale di crescita delle Pmi, che oggi investono meno dell’1% del loro fatturato in progetti per la digitalizzazione.

Individuare le aree prioritarie d’intervento

L’Italia risulta in ritardo rispetto ai principali paesi europei, con livelli di Venture Capital e R&D sul Pil inferiori a Francia, Germania e Regno Unito. Per individuare gli interventi che consentano di accelerare i processi di trasformazione digitale nasce ITA.NEXT, l’iniziativa promossa da TeamSystem, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, Microsoft, Nexi e TIM, insieme ai knowledge partner McKinsey & Company e Politecnico di Milano.

Tra le aree prioritarie d’intervento ITA.NEXT individua la digitalizzazione dei processi di gestione aziendale e finanziaria, logistica e ciclo d’ordine digitale, Internet of things, AI e big data. Ma anche blockchain, turismo digitale, ed e-commerce in un mercato b2b e b2c.

Fattura elettronica, 72-75 miliardi risparmiati

“I grandi player del settore sono pronti a lavorare insieme al decisore politico per fornire strumenti concreti e utili agli imprenditori e ai professionisti”, spiega Federico Leproux, AD TeamSystem. L’obiettivo è superare le barriere culturali e operative che frenano la digitalizzazione delle aziende italiane, come la carenza di competenze digitali e l’interoperabilità delle procedure cliente-fornitore. “La fattura elettronica – sottolinea Leproux – rappresenta in questa sfida una grande opportunità, perché può essere trasformata da semplice adempimento a strumento a supporto dell’intero processo di trasformazione digitale”. E potrebbe far risparmiare al Paese tra i 72 e i 75 miliardi di euro, che in termini di percentuale sul Pil significano un impatto tra lo 0,6% e il 3,7%.

La politica deve aiutare le imprese a non subire la trasformazione digitale

Se la vera rivoluzione della PA sarà quella del digitale, “La digitalizzazione del comparto industriale è un tema tanto delicato quanto sfidante – afferma Gianni Pietro Girotto, Presidente della commissione Industria, commercio e turismo del Senato – ma strategico per aumentare la competitività delle nostre imprese”. La politica deve quindi aiutare le imprese a non subire le trasformazioni anticipandole. La Legge di Bilancio pertanto conferma le misure su Impresa 4.0, e prevede un fondo di 15 milioni di euro l’anno fino al 2021 per favorire la sperimentazione sulle tecnologie emergenti. Oltre a un voucher fino a 40mila euro a favore delle Pmi, per poter impostare la trasformazione dei processi produttivi attraverso il digitale.


Per gli italiani la moda deve essere green

Gli italiani sono sempre più attenti agli aspetti etici e di sostenibilità nei consumi. Anche quando si tratta della moda. Due italiani su tre (64%), infatti, dichiarano di non essere disposti ad acquistare articoli di abbigliamento da marchi la cui produzione è associata all’inquinamento, e tre quarti degli italiani, il 72%, pensa che i marchi di abbigliamento debbano assumersi la responsabilità di ciò che avviene nelle loro catene di produzione e distribuzione. Garantendo ai clienti che i loro articoli siano prodotti in maniera ecosostenibile.

Lo rileva un sondaggio effettuato da Ipsos Mori per conto di Changing Markets Foundation e Clean Clothes Campaign, un’indagine di mercato sulla percezione da parte dei consumatori degli standard ambientali e lavorativi nell’industria dell’abbigliamento.

Più trasparenza sulle condizioni di lavoro…

Per quanto riguarda le condizioni di lavoro e di salario 8 italiani su 10 (78%) considerano importante che i marchi dell’abbigliamento dichiarino in maniera trasparente se i propri dipendenti o quelli che lavorano nelle proprie filiere ricevono un salario dignitoso. E il 58% non comprerebbe prodotti da un marchio che non paga i giusti compensi.

Secondo la ricerca, riporta Adnkronos, solo due italiani su 10 (22%) ritengono che l’industria informi adeguatamente i consumatori riguardo all’impatto produttivo sull’ambiente e sulla popolazione. E 8 su 10 (82%) ritengono che i marchi debbano fornire informazioni sugli obblighi assunti e le misure adottate per ridurre l’inquinamento.

…e sulle fibre utilizzate per gli abiti, come la viscosa

I marchi del lusso non sono considerati migliori dei marchi più economici, o dei rivenditori al dettaglio. Il 10% degli italiani, ad esempio, associa il marchio Gucci a una filiera ecosostenibile, contro il 13% di Zara e il 17% di H&M.  Secondo il 71% degli italiani poi i marchi dell’abbigliamento dovrebbero fornire informazioni sui loro produttori di viscosa e il loro impatto sull’ambiente. La viscosa è una fibra vegetale che sta diventando un’alternativa sempre più diffusa al cotone o ai prodotti sintetici. Ma la produzione della viscosa necessita di sostanze chimiche tossiche che hanno effetti nocivi documentati sull’ambiente e sulla salute delle persone se non debitamente controllate.

Una petizione contro la “moda sporca”

Più di 303.000 consumatori dell’UE hanno firmato una petizione lanciata da WeMove per chiedere all’industria dell’abbigliamento di impegnarsi nella produzione di viscosa pulita. “Ci stiamo rivolgendo alle aziende italiane che si occupano di abbigliamento chiedendo di seguire l’esempio di altri marchi UE e firmare la nostra Roadmap per una filiera della viscosa più pulita”, dichiara Urska Trunk della Changing Markets Foundation.

Secondo il rapporto della Changing Market Foundation Dirty Fashion: on track for transformation (La moda sporca: sulla via della trasformazione), i brand del lusso italiani quali Gucci, Prada e Fendi sono stati inclusi tra i marchi peggiori per quanto riguarda la viscosa, accanto a rivenditori al dettaglio della fascia più bassa, come Lidl e Asda.


La pizza crea dipendenza

La pizza piace così tanto al punto da creare una sorta di dipendenza. Cnn Health ha dedicato alla pizza un approfondimento online, basato sui risultati di uno studio proprio sul fatto che la pizza risulta il cibo numero uno tra quelli che creano un sintomo associabile alla dipendenza.

Ma perché questa specialità di cui l’Italia vanta l’origine piace così tanto, ed è apprezzata in ogni parte del mondo? Una domanda semplice, con risposte complesse. Gli ingredienti hanno senza dubbio un ruolo cruciale, così come lo ha l’esperienza a cui associamo il suo consumo, lo stare in famiglia o passare una serata tra amici.

“Una scelta di ingredienti che rendono il cervello felice”

“Sono affascinata dal fatto che le persone mangino quasi ogni tipo di pizza, non necessariamente la migliore”, sostiene Gail Vance Civille, fondatrice e presidente di Sensory Spectrum, società di consulenza che aiuta le aziende, comprese le pizzerie, a capire come gli stimoli sensoriali guidano le percezioni dei consumatori. Secondo Civille, uno dei motivi è il fatto che “la scelta superba di ingredienti, che contengono grassi, zucchero e sale, soddisfa l’amigdala, un’area cerebrale, e rende il cervello molto felice”.

La combinazione perfetta: pasta, mozzarella e pomodoro

Civille evidenzia anche l’importanza della buona combinazione ottenuta tra la base della pizza e la mozzarella (ma secondo Civille funziona anche con il parmigiano), che costituisce un abbinamento complementare di ingredienti. Poi c’è il pomodoro cotto, il cui carattere fruttato completa e integra il sapore del formaggio.

“Hai la croccantezza della crosta, la masticabilità del formaggio e l’umidità del sugo”, prosegue Civille. Se cucinati bene nessuno si sovrappone all’altro, e il tutto si fonde in modo armonioso.

“Se ne hai una in forno, avrà un buon profumo e ti farà venire fame”

Herbert Stone, analista sensoriale da 50 anni, sottolinea che “non importa quale sia lo stile della pizza: se ne hai una in forno, avrà un buon profumo e ti farà venire fame”.

Stone, riporta Ansa, sottolinea anche l’importanza dei colori. I colori della pizza giocano infatti un ruolo rilevante nella capacità di far venire l’acquolina in bocca. Il colore della salsa più attraente? Dal punto di vista di chi ha appetito, è un rosso molto profondo.

Ma la sinfonia di ingredienti, secondo Stone, rende al meglio soprattutto se associamo la pizza a quella che negli Usa viene chiamato pizza experience. Ovvero, una serata tra amici, o con i nostri cari, davanti a un film o a una partita in Tv.


In aeroporto la macchina della verità atterra al check-in

Il problema della sicurezza e soprattuto della reale identità dei viaggiatori potrebbe essere arginato dall’intelligenza artificiale. Arriveranno quindi in aeroporto delle macchina intelligenti capaci di controllare i passeggeri così da essere sicuri della loro identità e delle loro intenzioni? Potrebbe essere.

Un progetto per scoprire chi “mente”

Esiste infatti un progetto che prevede di installare negli scali aeroportuali una macchina dotata di intelligenza artificiale che interrogherà i viaggiatori in arrivo da nazioni extraeuropee, chiedendo loro di confermare nome, età e data di nascita e ponendo domande sulla ragione del viaggio e sulla provenienza dei fondi per effettuarlo. Un monitor apposito scansionerà il loro volto per stabilire se stanno dicendo bugie o meno e, se riterrà di trovarsi di fronte a un mentitore, lo incalzerà assumendo un tono della voce “più scettico”, ha spiegato Keeley Crockett della Machester Metropolitan University, ateneo inglese coinvolto nel progetto. Dopodiché il software segnalerà il sospetto al personale umano che deciderà come comportarsi.

La reazione delle associazioni per la tutela della privacy

Per Privacy International è “un’idea terribile. “È parte di una più vasta tendenza verso l’utilizzo di sistemi automatici opachi, e spesso inefficienti, per giudicare, valutare e classificare le persone”, ha dichiarato alla Cnn Frederike Kaltheuner di Privacy International, che ha definito il test “un’idea terribile”. “Le macchine della verità tradizionali hanno una storia problematica di incriminazioni di innocenti e non c’è alcuna prova che l’intelligenza artificiale risolverà il problema, soprattutto uno strumento che è stato utilizzato su appena 32 persone”, ha proseguito, “anche tassi di errore apparentemente piccoli porteranno migliaia di persone a dover provare di essere innocenti solo perché un qualche software li ha ritenuti bugiardi”. Il commento di Crockett: “Non credo si possa avere un sistema accurato al 100%”.

Obiettivo: velocizzare i controlli ai check-in

Il progetto da 4,5 milioni di euro, denominato iBorderCtrl che ha lo scopo di velocizzare i controlli ai check-in è ritenuto più avanzato rispetto a precedenti sistemi di riconoscimento facciale che avevano dimostrato di avere un tasso di errore molto elevato sulle donne e sulle persone di colore. Testato finora su 32 persone, il sistema ha totalizzato un 85% di risultati positivi. I dati raccolti “andranno oltre i parametri biometrici e toccheranno i biomarcatori dell’inganno”, ha promesso il coordinatore del progetto, George Boultadakis della società lussemburghese European Dynamics. Per ora il software verrà sperimentato solo su passeggeri che lo accetteranno e firmeranno una liberatoria. Poi, chissà.


Lavoro nero e illegale uguale il 12% del Pil

Brutto primato – purtroppo tutto in negativo – per l’economia italiana. Come indica una recente rilevazione curata dall’Istat, il cosiddetto “nero” nel Belpaese vale l’importo monstre di 210 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta addirittura il 12,4% del Pil. Entrando nel merito delle cifre, il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 18 miliardi di euro. Nel 2016 la componente relativa alla sotto-dichiarazione pesava per il 45,5% del valore aggiunto (circa -0,6 punti percentuali rispetto al 2015). La restante parte era invece attribuibile per il 37,2% all’impiego di lavoro irregolare, per l’8,8% alle altre componenti (affitti in nero, mance) e per l’8,6% alle attività illegali.

I settori dove c’è più nero

Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (23,7%) e le costruzioni (22,7%) si confermano i settori dove l’economia sommersa è maggiormente presente. Ma, oltre a questi macrocomparti, il sommerso coinvolge poi tutte le aree delle sotto-dichiarazioni: Servizi professionali (16,3%), Commercio, Trasporti, alloggio e ristorazione (12,4%), Costruzioni (11,9%). Ma risulta pesantemente invischiato nel fenomeno anche il manifatturiero, soprattutto quello dedicato alla Produzione di beni alimentari e di consumo (7,5%). Il settore più colpito dall’impiego di lavoro irregolare è infine quello domestico o che riguarda agricoltura e pesca.

Un problema gravissimo per l’Italia e le casse dello Stato

Il lavoro nero, purtroppo, si conferma come uno dei più grandi problemi per l’Italia e le casse dello Stato. Come evidenziano i dati diffusi dall’Istat, è questo un fenomeno che produce un “buco” di circa 20 miliardi di euro per l’erario. Nel 2016, l’elenco degli irregolari raggiungeva i 3 milioni 701 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 632 mila), un numero in lieve diminuzione rispetto al 2015 (rispettivamente -23 mila e -19 mila unità). L’incidenza del lavoro irregolare è particolarmente rilevante nel settore dei Servizi alle persone (47,2% nel 2016, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015) ma risulta significativo anche nei comparti dell’Agricoltura (18,6%), delle Costruzioni (16,6%) e del Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,2%).

Le attività illegali “valgono” 18 miliardi di euro

Il peso economico dell’illegalità nella compilazione dei conti nazionali, conclude l’Istat, equivale a poco meno di 18 miliardi di euro di valore aggiunto (compreso l’indotto) con un aumento di 0,8 miliardi, sostanzialmente riconducibile alla dinamica dei prezzi relativi al traffico di stupefacenti. Non c’è davvero motivo di essere fieri di questo business.


Facebook e il fact-checking anche sulle immagini

Indispensabile controllare le notizie per evitare il diffondersi di “bufale” e garantire la corretta informazione. Ma le fake-news non sono solo scritte, viaggiano anche in foto e per questo Facebook ha deciso di verificarle già dallo scorso marzo utilizzando la stessa filiera già attivata per gli articoli. Anche in questo caso, il sistema è un mix di intelligenza artificiale e umana. Un lavoraccio, se si considera che attualmente gli utenti del mondo Facebook-Instagram sono circa 2,2 miliardi.

Come funziona il controllo

Come riporta un recente approfondimento dell’Agi, un sistema di machine learning elabora diversi segnali (tra i quali le indicazioni degli utenti) per rintracciare i contenuti sospetti. Li analizza o li spedisce ai partner, che saranno formati su tecniche di verifica specifiche per le immagini, da affiancare alle competenze giornalistiche e accademiche che già possiedono. Il responso dei collaboratori ha un doppio ruolo: oltre a quello di distinguere informazione attendibile e false, istruisce ulteriormente l’intelligenza artificiale, che apprende dalla propria esperienza e da quella umana. Più precisamente: foto e video saranno analizzati dai 27 partner di Facebook (in Italia l’unico è Pagella Politica) che, in 17 Paesi, già controllano i contenuti scritti. Ma Menlo Park, sede di Facebook, ne sta selezionando altri per espandere la propria rete. La product manager Antonia Woodford di Facebook scrive in un post che occorre “identificare e agire più velocemente contro diversi tipi di disinformazione”.

Ogni paese ha le “sue” bufale

I contenuti fake si diffondono in modi diversi, che variano da Paese a Paese. “Negli Stati Uniti, ad esempio, gli utenti affermano di incontrare più disinformazione negli articoli. Mentre in Indonesia osservano più immagini fuorvianti” ha fatto sapere il social media di Mark Zuckerberg. Tuttavia, da Facebook spiegano che sarebbe un errore ragionare per compartimenti stagni. “La stessa bufala può viaggiare attraverso diversi tipi di contenuti, che non possono essere trattati come “categorie distinte. È quindi “importante costruire difese contro la disinformazione attraverso articoli, foto e video”.

C’è anche Rosetta, la cacciatrice di meme 

E’ già attivo (da pochi giorni) Rosetta, l’intelligenza artificiale cacciatrice di meme, immagini e video, dal contenuto divertente, ma allo stesso tempo anche offensivo: il suo lavoro è enorme, deve infatti elaborare circa un miliardo di contenuti al giorno tra Instagram e Facebook. In modo da identificare “automaticamente” quelli che “ledono le politiche sull’incitamento all’odio”. Niente scherzi, quindi, sui social.


Meglio nudi in pubblico che senza i propri device connessi: lo dice uno studio

Siamo ancora in grado di affrontare una giornata senza connessioni di qualunque tipo? Per un quinto della popolazione mondiale proprio no. Addirittura avere Internet attiva è una necessità vitale: ben il 22% degli intervistati da Kaspersky Lab, in un recente sondaggio che ha coinvolto 1.1250 utilizzatori di dispositivi d’età compresa tra i 18 e i 60 anni di 15 paesi, afferma che essere connessi è importante come avere a disposizione cibo, acqua e un riparo. Insomma, come riporta la nota diffusa dall’azienda di sicurezza informatica a livello globale “il mondo digitale è diventato così radicato nella nostra vita quotidiana che non avere accesso a Internet può diventare quasi un dramma”. Ma c’è di più: il 23% del campione ha addirittura dichiarato che preferirebbe essere nudo in pubblico piuttosto che scollegato dai propri device.

Senza rete, uno dei maggiori fattori di stress

Che la nostra dipendenza da connessione sia ormai assoluta è un fatto assodato. Anche dai numeri: la ricerca rivela che perdere uno smartphone o un tablet può essere più stressante di molte altre situazioni traumatiche. Quasi tutti gli intervistati (90%) hanno dichiarato di sentirsi più stressati all’idea di perdere o esser derubati del proprio dispositivo piuttosto che perdere un treno/aeroplano (88%), essere coinvolti in un piccolo incidente d’auto (88%) o ammalarsi (80%).

Meglio nudi che sconnessi

Pur di essere collegati alla rete, le persone sono disposte a fare (quasi) tutto, compreso affrontare grandi imbarazzi e sensibili pericoli. Ad esempio, il 26% ha guardato il proprio schermo del telefono mentre attraversava la strada e il 21% quando camminava in un’area sconosciuta o pericolosa. Inoltre, un intervistato su 5 ha dichiarato di sentirsi nudo senza il proprio dispositivo connesso. E, proprio a questo proposito, ha affermato che preferirebbe essere senza vestiti piuttosto che senza connessione.

Connessione, una condizione vitale

“L’esser connessi è diventata, velocemente, una condizione fondamentale della vita moderna e per molti, una necessità assoluta. Il nostro desiderio di essere sempre online e tutto ciò che siamo disposti a fare per mantenere attiva la connessione con il mondo digitale, mette in evidenza l’importanza dei dispositivi connessi nelle nostre vite. Tuttavia, con la connettività che si estende a tutti gli aspetti della nostra quotidianità, la sicurezza non può essere trascurata. Bisognerebbe, essere sempre protetti, qualunque cosa si faccia e ovunque si vada: gli utenti devono assicurarsi che, indipendentemente dalla situazione, la loro connessione rimanga sicura”, ha dichiarato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab.